Cinema e filosofia. Le opinioni degli studiosi sulla pandemia

Guardare alla pandemia e ai suoi effetti. Indagare le conseguenze individuali, sociali, culturali, antropologiche che costituiscono, in qualche modo, la “risposta” data all’epidemia. È quello che hanno fatto un gruppo di studiosi e filosofi.

Photo by Luis Quintero from Pexels
Photo by Luis Quintero from Pexels

Un gruppo di studiosi e filosofi ha messo nero su bianco alcune riflessioni riguardo al cinema e agli effetti della pandemia. I loro pensieri e le loro opinioni sono stati pubblicati sulle pagine della rivista Fata Morgana Web, spazio di discussione e condivisione dedicato al cinema e alla letteratura, al teatro e alla filosofia, alla fotografia e ai media digitali. Frutto dell’esperienza decennale del quadrimestrale omonimo, la rivista diretta da Roberto De Gaetano nasce nell’ambito di studio e ricerca dell’Università della Calabria. De Gaetano, ordinario di Filmologia e coordinatore del Dottorato internazionale di studi umanistici all’UniCal, ha curato con Angela Maiello la pubblicazione del volume Virale. Il presente al tempo dell’epidemia, che raccoglie appunto i saggi sull’argomento, di prossima pubblicazione con la Pellegrini Editore di Cosenza. Fra gli autori dei contributi che compongono il volume suddiviso in quattro sezioni – La vita e le forme, Estetica e politica, Media e dispositivi, Racconti e immaginari – citiamo, oltre al curatore stesso, i filosofi Roberto Esposito e Mauro Carbone, lo studioso di new media Richard Grusin, il semiologo Ruggero Eugeni, il rettore della IULM di Milano Gianni Canova.

“GUARDARE ATTRAVERSO” IL VIRUS

La prima cosa che emerge guardando attraverso (per usare un’espressione wittgensteiniana) il virus” – spiega De Gaetano nell’introduzione – “è un’immagine sincronica della storia del mondo e dell’umanità, dove falde di tempo passato emergono e coesistono nel presente”.
Il contagio appare come un reagente per leggere il presente e un acceleratore di processi di lungo termine che definiscono la nostra modernità, superando i tempi di una “prima” modernità, dove la scienza nega perfino credo e pratiche religiose (funerali), e la dissoluzione di una “seconda” modernità, quella novecentesca, per la liquidazione delle folle (assembramenti) e per il radicale processo di insularizzazione sociale su cui già i sociologi tedeschi del primo Novecento ragionavano.

Se quindi la pratica di immunizzazione che ci è stata prescritta risulta contemporaneamente necessaria e potenzialmente oppressiva, cosa tuttavia sarebbe successo, nella crisi pandemica, in assenza o nel silenzio delle istituzioni?

Questa pandemia” – afferma De Gaetano raggiunto telefonicamente – “non solo ha stravolto il nostro quotidiano, ma è entrata ed entrerà prepotentemente nel nostro immaginario artistico e nelle nostre riflessioni. Se si fa riferimento alle precedenti epidemie – La Spagnola nel 1918, l’Asiatica nel ‘57 e Hong Kong nel ’68 con il loro impressionante carico di vittime – ci si accorge che non hanno avuto un impatto in ambito artistico e culturale”. Cosa che invece sta accadendo ora, in forme e ambiti diversi. In quali modi si sono orientati sentimenti, pratiche di vita, visioni del mondo? Nel saggio Il trauma del virus. Il racconto di una pandemia il docente di cinema scrive: “Il primo modo è epico, e dunque necessariamente retorico. È l’epos del ricostituirsi dell’unità della nazione, con i suoi eroi (il personale sanitario), i suoi simboli (le bandiere), i suoi slogan (‘Uniti ce la faremo’). Il secondo è commedico, è il più popolare, quello che prevede un happy end, e che è sintetizzabile nell’hashtag ‘Andrà tutto bene’. […] Il terzo modo identifica lo psico-sociale, ed è fondato sulla nozione di responsabilità. Qui in gioco c’è l’appello a svolgere ognuno il proprio compito”.

ISTITUZIONI: PRO E CONTRO

Il filosofo Roberto Esposito, nel saggio Istituzioni e pandemia, afferma: “[…]L’unica risorsa che abbiamo nell’affrontare questa terribile crisi è costituita dalle istituzioni – pensate, e praticate, non nella loro fissità, ma nel loro mutamento”, intendendo con questo termine non solo Stati nazionali o federali o poteri regionali o internazionali, ma tutti “i soggetti coinvolti dalla pandemia, a partire dalle popolazioni nel loro insieme e nelle loro parti”. Se quindi la pratica di immunizzazione che ci è stata prescritta risulta contemporaneamente necessaria e potenzialmente oppressiva, cosa tuttavia sarebbe successo, nella crisi pandemica, in assenza o nel silenzio delle istituzioni? Esposito è critico e lamenta, nella lentezza e confusione degli interventi, la scarsa preparazione delle istituzioni nazionali e internazionali, in particolare l’Unione Europea. E auspica che la crisi, gigantesca e drammatica, possa essere occasione di un riequilibro dei rapporti di forza fra Paesi forti e Paesi deboli, fra ceti privilegiati e svantaggiati.

Roberto De Gaetano & Angela Maiello (a cura di), Virale (Pellegrini, Cosenza 2020)
Roberto De Gaetano & Angela Maiello (a cura di), Virale (Pellegrini, Cosenza 2020)

POLITICA E ASSENZA

Per lo studioso di new media Richard Grusin la pandemia ha messo a nudo l’insostenibilità e le diseguaglianze dell’attuale sistema. Nel saggio Collettività Covid. Maschere, mediazione, rivoluzione s’interroga sulla politica americana e afferma: “Piuttosto che adoperarsi per tornare al normale stato delle cose, precedente alla pandemia, perché non approfittare di questa decostruzione per far nascere una politica economica più umana e un nuovo stato sociale?”. Dai panorami deserti e desolanti che hanno accompagnato il nostro forzato isolamento, paragonabili agli scenari post-apocalittici prospettati da alcuni film distopici, il semiologo Ruggero Eugeni giunge a soffermarsi sull’immagine potente di piazza San Pietro, vuota e lucida di pioggia, durante la preghiera straordinaria di Papa Francesco la sera del 27 marzo cogliendo – nel saggio Estetica dell’eclisse. Il Papa, le piazze vuote (e Bob Dylan) – suggestioni di un’estetica dell’assenza che rimanda agli spazi metafisici della pittura di de Chirico e alle immagini fisse, di “svuotamento”, che caratterizzano l’ultima straordinaria sequenza de L’eclisse (1962) di Michelangelo Antonioni.

Il contagio appare come un reagente per leggere il presente e un acceleratore di processi di lungo termine che definiscono la nostra modernità”.

Sulle conseguenze che l’utilizzo massiccio delle tecnologie comporterà nella nostra esistenza si è espresso Mauro Carbone nel saggio Vi facciamo vedere noi (chi siamo). Gli schermi nella pandemia. “Vorrei avanzare l’ipotesi – e la speranza – che, per quanto riguarda i nostri rapporti con gli schermi, parecchio non tornerà come prima”. Gli schermi ‒ spiega Carbone ‒ non sono, né sono mai stati, solo superfici che mostrano immagini ma abbiano sempre operato una “distribuzione del visibile e dell’invisibile”, “istituito relazioni e perciò aperto esperienze”.
Per questo, alla luce di quanto accade, si afferma l’urgenza di “sviluppare una ricerca transdisciplinare che si concentri sullo studio non degli schermi, ma delle esperienze schermiche multimediali presenti e prossime venture, nella convinzione della loro perdurante centralità e della loro decisiva influenza sul più ampio raggio delle nostre interazioni sociali”.

DUBBI E SPERANZE

Non ha ucciso solo vite umane, Covid-19. Ha ucciso (definitivamente?) anche uno dei soggetti protagonisti della modernità urbana: la folla”. L’affermazione è del noto critico cinematografico Gianni Canova, che in Delitto perfetto evoca frame e immagini che hanno accompagnato la nostra crescita individuale e culturale. “Ha ucciso il diritto e il piacere di stare insieme. Ha fatto dell’altro un potenziale untore. Ha reso pericoloso il NOI. Ha sostituito definitivamente il sociale con i social”. Durerà? – si interroga. “Difficile dirlo. Certo è che ora, a pandemia ancora in corso, il modello che appare diffondersi è semplice e inquietante allo stesso tempo: tanti corpi ‘sani’, lontani uno dall’altro, in una società morta”. Come nei più bei film che hanno popolato il nostro immaginario lasciamo il finale aperto a molteplici interpretazioni. Augurandoci ‒ come afferma Roberto De Gaetano – che tutti gli aspetti della vita quotidiana e ordinaria che sono stati sconvolti vengano orientati verso quella che sarà una ripresa necessaria delle forme più proprie della vita comunitaria.

Franca Ferrami

Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Franca Ferrami
Franca Ferrami, cremonese trapiantata in Calabria da quarant'anni, è giornalista, addetta stampa, copywriter e grafica. Laurea in Dams all'Università della Calabria e corso di alta formazione in Human Resourses, scrive sul quotidiano "Gazzetta del Sud" e si occupa di teatro ed eventi culturali e sportivi. Lettrice onnivora, appassionata di pittura e disegno, è interessata alle forme che assume la comunicazione artistica e umana. Presta attività di volontariato presso il comitato CSAIn Cosenza, dove ricopre il ruolo di presidente provinciale, e presso il presidio di Libera Cosenza.