Il British Museum elimina la parola “Palestina”: 200 artisti e professionisti della cultura scrivono una lettera per protestare

A seguito delle pressioni di avvocati filo-israeliani, il museo londinese ha avviato un processo di revisione di pannelli e didascalie nelle gallerie del Medio Oriente. E la smentita del direttore Cullinan non ha convinto i firmatari dell’appello che punta il dito contro il processo di revisionismo storico e cancellazione della cultura palestinese in corso

È passato un mese da quando, i principali quotidiani inglesi, evidenziavano l’atteggiamento quantomeno condiscendente del British Museum a fronte della richiesta esplicita da parte dell’associazione UK Lawyers for Israel di rimuovere il termine Palestina dai pannelli informativi nelle esposizioni del museo dedicate al Medio Oriente. Nella lettera rivolta al direttore Nicholas Cullinan, l’associazione indicava come “storicamente inaccurati” i riferimenti alla costa orientale del Mediterraneo come “Palestina” e le descrizioni di alcune persone come “di discendenza palestinese”, suggerendo che fosse preferibile utilizzare i nomi Canaan, regni di Israele e Giuda o Giudea.

Il caso dei pannelli del British Museum modificati per rimuovere i riferimenti alla Palestina

Suggerimento accolto dal British Museum, che confermava l’intenzione di revisionare e aggiornare pannelli e didascalie contenenti il nome incriminato, salvo poi smentire l’operazione via telefonata ufficiale del direttore Cullinan all’ambasciatore palestinese nel Regno Unito, Husam Zomlot. Pur davanti all’evidenza dei fatti: nelle gallerie dedicate al Medio Oriente di uno dei più visitati e importanti musei dedicati alla storia delle culture del mondo, didascalie e mappe sono state effettivamente modificate con l’introduzione di termini “più pertinenti” (stando al British Museum), però – excusatio petita – “nel corso dell’ultimo anno”, e non per effetto della lettera assertiva ricevuta dall’UKLIF.

La lettera aperta del mondo della cultura contro il revisionismo del British Museum

Giustificazione che evidentemente non ha placato le polemiche, né la preoccupazione per la possibilità concreta di censura e revisionismo storico, oltre che per la cancellazione della cultura palestinese. E sono già più di 200 gli artisti e le istituzioni culturali che hanno sottoscritto la lettera di protesta indirizzata al British Museum, dal titolo eloquente: “Stop erasing Palestine and supporting genocide”. Il testo stigmatizza non solo l’aggiornamento dei pannelli come “atto di revisione storica e potenziale cancellazione”, ma anche la complicità del museo con Israele, per aver “ospitato l’ambasciata israeliana per una festa privata lo scorso anno” e per non aver interrotto la partnership con la compagnia petrolifera BP, che trae grande profitto dai rifornimenti forniti all’esercito israeliano.
Riguardo alle pressioni ricevute dall’UKLIF, prosegue la lettera, “è responsabilità di organizzazioni culturali come il British Museum opporsi con fermezza a tali interventi; l’organizzazione UK Lawyers for Israel ha chiaramente sfruttato la recente rietichettatura da parte del museo di due reperti provenienti dalla Palestina storica per lanciare una cinica campagna volta a promuovere una più ampia cancellazione della Palestina come termine, luogo, popolo e realtà storica. Tutto ciò in un momento in cui i palestinesi sono vittime di violenza genocida nella loro patria”.

L’appello al British Museum. Tra i firmatari anche Brian Eno

L’appello al British Museum è dunque quello di “chiarire la propria posizione e cogliere questa opportunità per dimostrare il proprio sostegno al popolo palestinese”, prendendo le distanze dall’UKLIF e dalla sua propaganda, condividendo le conclusioni della Commissione d’inchiesta internazionale dell’ONU secondo cui Israele ha commesso crimini di guerra e genocidio a Gaza, interrompendo la partnership con BP e, per quel che riguarda la revisione delle didascalie, “commissionando un’indagine professionale, guidata da un comitato di storici, per determinare la corretta etichettatura dei manufatti storici palestinesi”. Si chiede, inoltre, al museo londinese, di “consultare gruppi autorevoli e rappresentativi della comunità palestinese in merito alla presentazione e alla descrizione della loro cultura e del loro patrimonio”.
E anche sulla legittimità di possedere e conservare questo patrimonio, come conseguenza del colonialismo britannico, il testo pone un accento polemico, perché “i palestinesi non hanno mai acconsentito al saccheggio e alla rimozione del loro patrimonio materiale, e il British Museum conserva nei suoi archivi migliaia di manufatti palestinesi rubati, alcuni dei quali sono oggi esposti”.

Tra i firmatari della lettera figurano Brian Eno – il musicista è, tra le celebrità che si sono schierate pubblicamente, uno dei più convinti attivisti pro Palestina – e le associazioni Artists and Culture Workers London, Jewish Artists for Palestine, e Archaeologists Against Apartheid. Ma anche attori, registi, curatori (tra cui l’italiano Domenico Sergi, del Museum of London), architetti, scrittori, fotografi, editori, poeti, artisti visivi e designer.

Livia Montagnoli

Qui il testo completo della lettera e i nomi dei firmatari

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