La mostra al de Young Museum ripercorre la carriera dell’artista che ha fatto del ruolo della donna e del suo corpo il perno della propria ricerca.

Se vivi abbastanza a lungo, non sai mai cosa accadrà. La retrospettiva al museo de Young è per me una grande opportunità per uscire dall’ombra proiettata da ‘The Dinner Party’”.
La monumentale installazione, cui è fermamente ancorato il nome di Judy Chicago (Chicago, 1939), è in effetti la grande assente nella prima retrospettiva dedicata all’icona femminista presso il de Young Museum di San Francisco. Alla città – e, più ampiamente, alla California – è legato un segmento rilevante nella biografia dell’artista, dagli studi universitari all’esordio nel contesto del movimento Light and Space, dalle pionieristiche esperienze pedagogiche femministe dell’inizio degli Anni Settanta alla prima presentazione pubblica appunto di The Dinner Party.

Judy Chicago. A Retrospective. Exhibition view at de Young Museum,San Francisco 2021. Photo Gary Sexton
Judy Chicago. A Retrospective. Exhibition view at de Young Museum,San Francisco 2021. Photo Gary Sexton

LA MOSTRA DI JUDY CHICAGO A SAN FRANCISCO

Ordinata in senso cronologico inverso, l’esposizione raccoglie la composita produzione di Chicago, articolata in vaste serie che attraversano media diversi, anche volutamente estranei alle “forme linguistiche codificate dell’arte contemporanea”. Postmoderno nella sua deliberata mescolanza di alto e basso – arte e tecniche artigiane tradizionalmente associate al femminile (ceramica, ricamo, vetro) – nell’evidenza data ad aspetti quali la decorazione e la narrazione, nella natura collaborativa, il suo lavoro ha vissuto a lungo lo scisma fra successo popolare e ostracismo da parte del sistema dell’arte; un dilemma non completamente risolto anche in questa mostra, alimentato da un intento democratico che risulta in un registro popolare e didattico: “Strategie estetiche che non richiedono la conoscenza della storia dell’arte o della teoria critica per essere leggibili, pur essendo informate da entrambe”, come afferma la curatrice Claudia Schmuckli.

Judy Chicago. A Retrospective. Exhibition view at de Young Museum,San Francisco 2021. Photo Gary Sexton
Judy Chicago. A Retrospective. Exhibition view at de Young Museum,San Francisco 2021. Photo Gary Sexton

LE OPERE DI JUDY CHICAGO

L’incipit della retrospettiva è di segno funereo: all’ingresso, un calco dell’artista sul letto di morte accompagna la serie più recente, The End: A Meditation on Death and Extinction (2015-19). Il ciclo di piccoli dipinti su vetro nero mette in risonanza la propria mortalità con quella del pianeta, dove innumerevoli specie animali sono minacciate di estinzione. La presenza della morte e la vulnerabilità dell’esistenza umana erano già dominanti nel precedente Holocaust Project: From Darkness into Light (1985-1993), che scava nel retaggio di Chicago – di famiglia ebraica (sebbene non praticante) – per indagare l’Olocausto, sfida ai limiti della rappresentabilità artistica. La lunga ricerca era seguita alla serie PowerPlay (1982-87), che aveva analizzato il nodo fra mascolinità e potere, con i suoi effetti tossici in campi come quello ambientale. Suggestionato dal viaggio in Italia, nel quale l’artista resta in particolare impressionata dalle grandiose visioni rinascimentali di Michelangelo e Raffaello, il ciclo pittorico aveva spostato l’attenzione sul soggetto maschile dopo anni di esplorazione del femminile.
Il precedente The Birth Project (1980-85) era, infatti, nato dalla constatazione del “vuoto iconografico” che circondava il tema della nascita, qui messo in relazione con la creazione terrestre e sviluppato tramite il medium della tessitura, in un ampio spettro di tecniche guidate da modi espressionisti. Il progetto, che aveva segnato una svolta figurativa, era derivato dall’imponente ricerca intorno a The Dinner Party (1974-79); la maggiore impresa di Chicago è rappresentata in questa occasione da un nucleo di materiali di documentazione, cartoni e prove, cui sono affiancati altri esempi della prima stagione dell’impegno femminista. Quest’ultimo era maturato in violenta reazione al maschilismo dominante nella scena californiana degli Anni Sessanta, cui l’artista si adegua adottando l’idioma modernista (il suo Rainbow Picket – ricostruito in questa circostanza – è incluso in Primary Structures, la mostra che nel 1966 consacra la Minimal art a livello museale).

Judy Chicago. A Retrospective. Exhibition view at de Young Museum,San Francisco 2021. Photo Gary Sexton
Judy Chicago. A Retrospective. Exhibition view at de Young Museum,San Francisco 2021. Photo Gary Sexton

JUDY CHICAGO E IL FEMMINISMO

L’iconografia femminile, sovversiva per l’epoca, inizia però a filtrare nella decorazione di una clamorosa serie di cofani d’automobili e nel ciclo delle Atmospheres, in cui la dispersione di fumogeni colorati – in varie località, dal deserto della California ad ambienti urbani – è abbinata al corpo femminile, nel tentativo di “ammorbidire e femminilizzare l’ambiente”. Una nuova performance pirotecnica, concepita per l’occasione al Golden Gate Park, conclude la mostra di un’artista cresciuta con l’idea – ricorda – “di poter fare ciò che volevo ed essere ciò che volevo”.

Simone Ciglia

San Francisco // fino al 9 gennaio 2022
Judy Chicago: A Retrospective
DE YOUNG MUSEUM
Golden Gate Park | 50 Hagiwara Tea Garden Drive
https://deyoung.famsf.org

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AutoreJudy Chicago
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Simone Ciglia
Simone Ciglia (Pescara, 1982) è Career Instructor presso la University of Oregon. Le sue aree di ricerca si concentrano sugli spazi marginali nelle pratiche artistiche contemporanee, all’intersezione di ambiti quali l'agricoltura, l'artigianato e gli impulsi utopici / distopici. Lavora come curatore freelance e scrive per diverse testate specialistiche. È stato assistente ricercatore presso il MAXXI – Museo nazionale delle arti del XXI secolo di Roma e ha collaborato in ambito editoriale con Treccani e Zanichelli. Ha conseguito il dottorato di ricerca in Storia dell'Arte Contemporanea presso la Sapienza Università di Roma.