A Ghent due mostre raccontano la vita quotidiana. Nel momento in cui è stravolta dalla pandemia

Nell’anno di van Eyck, la scena artistica di Ghent offre anche altro. Lo Stedelijk Museum voor Actuele Kunst (SMAK) propone due interessanti “debutti”: la prima retrospettiva in Belgio di Kris Martin e la prima personale in Europa del libanese Charbel-joseph H. Boutros. Due artisti che condividono tematiche universali, così come l’attenzione alla realtà della vita quotidiana.

Kris Martin. EXIT. Exhibition view at SMAK, Gand 2020. Photo Dirk Pauwels
Kris Martin. EXIT. Exhibition view at SMAK, Gand 2020. Photo Dirk Pauwels

Identità, transitorietà, morte. È la laica trinità concettuale dello scultore Kris Martin (Kortrijk, 1972), che nel corso della sua ventennale carriera si è posto domande universali sovrapponendole alle problematiche, alle utopie, alle aspirazioni, che nel corso dei secoli si sono presentati alla società. La mostra, in un allestimento assai scenografico, si sviluppa come un racconto di amore e guerra, lussuria, avidità, pietà, denso di richiami all’arte classica e antica, alle loro mitologie e allegorie. Martin è artista che apre le sue opere a molteplici interpretazioni, si lascia ispirare dalla multiformità della quotidianità, per questo ogni singolo pezzo racchiude più significati. Mandi VIII, ad esempio, omaggia il celebre Laocoonte, ma è raffigurato senza il serpente che lo avvolge; che Laocoonte sia riuscito a liberarsi? O, forse, sta combattendo contro i suoi fantasmi interiori, contro se stesso? Atmosfera tesa anche nell’omaggio a van Eyck, con i ritratti di Adamo ed Eva disposti in modo da darsi le spalle: non più personaggi biblici, ma un uomo e una donna alle prese con le loro solitudini, problematiche, silenzi. L’umanità è al centro dell’opera di Martin, come nel grande vaso cinese che raffigura scene di mercato: un momento vivace della quotidianità, ma il vaso è stato fatto a pezzi e poi ricomposto, idea performativa che richiama la fragilità dell’esistenza. Riflessione che trova il suo apice nell’ape dorata e schiacciata, simbolo sì dell’emergenza ambientale che rischia di estinguere l’umanità, ma anche della transitorietà della ricchezza e del potere, l’idea della fine spesso drammatica di chi li conquista con la forza: l’ape dorata fu infatti il simbolo di Napoleone che finì i suoi giorni schiacciato e gettato con disprezzo in un angolo della storia e dell’Atlantico.

Charbel Joseph H. Boutros, Geography & Abstraction, 2017 20. Courtesy the artist, Grey Noise, Jaqueline Martins Gallery
Charbel Joseph H. Boutros, Geography & Abstraction, 2017 20. Courtesy the artist, Grey Noise, Jaqueline Martins Gallery

LE GEOGRAFIE SPIRITUALI DI CHARBEL-JOSEPH H. BOUTROS

“Quando la mia solitudine incontra i tuoi occhi // il desiderio sale e si spande // a volte marea insolente // onda che corre senza fine // nettare che cola goccia a goccia // nettare più ardente che un tormento // inizio che non si compie mai”. In questi versi della poetessa libanese Joumana Haddad si rispecchia l’arte del suo conterraneo Charbel-joseph H. Boutros (1981), artista che si muove tra la sfera personale del racconto autobiografico e familiare, fra l’idea della vicinanza geografica così come la vicinanza fra le generazioni. Nella sua opera c’è una costante ricerca dell’identità libanese – la famiglia, il territorio ‒ e sullo sfondo tematiche universali come il senso del sacro, i legami affettivi; la dimensione è poetica, la geografia da fisica diviene intima e traccia una mappa ideale di affetti e memorie. In più, la mostra dallo SMAK è un omaggio alla personale dell’artista a Beirut, chiusa dopo un solo giorno nel marzo 2019, per la difficile situazione politica libanese.
Boutros è artista a carattere performativo dal linguaggio sperimentale, molte delle sue opere sono il risultato di particolari operazioni che il pubblico però non vede ed è “costretto” a credere alla loro genesi. Opere in un certo senso sacre, che richiedono fiducia ed empatia. Una su tutte, Night enclosed in marble, racchiude, fra due sfere di marmo, la luce notturna dei monti attorno a Beirut, “catturata” di notte dall’artista, che compie un gesto creativo ma anche un rito, sancendo un rapporto filiale con la terra natia, i suoi avi, il suo presente che pure si svolge adesso in Europa. Per Boutros l’individuo è un argonauta che mai cessa di scoprire qualcosa di sé e del mondo che lo circonda.

Niccolò Lucarelli

Ghent // fino al 31 maggio 2020
Kris Martin ‒ EXIT
Ghent // fino al 10 maggio 2020
Charbel-joseph H. Boutros ‒ The Sun is My Only Ally
S.M.A.K.
Jan Hoetplein 1
https://smak.be/

Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Niccolò Lucarelli
Laureato in Studi Internazionali, è curatore, critico d’arte, di teatro e di jazz, e saggista di storia militare. Scrive su varie riviste di settore, cercando di fissare sulla pagina quella bellezza che, a ben guardare, ancora esiste nel mondo.