Il debutto di Matthew Barney in Cina

Ucca Center for Contemporary Art, Pechino ‒ fino al 12 gennaio 2020. Lo Ucca Center for Contemporary Art di Pechino mette a segno un’altra mostra con la quale ribadisce la sua crescente autorevolezza nel panorama artistico della capitale e lo fa con la personale di Matthew Barney. Per la prima volta il celebre e controverso scultore e performer americano si confronta direttamente con il pubblico cinese in una mostra che mette in scena tutta la poliedricità dell’artista.

Matthew Barney, Redoubt, 2018, still da video. Courtesy the artist & Gladstone Gallery, New York Brussels & Regen Projects, Los Angeles & Sadie Coles HQ, Londra
Matthew Barney, Redoubt, 2018, still da video. Courtesy the artist & Gladstone Gallery, New York Brussels & Regen Projects, Los Angeles & Sadie Coles HQ, Londra

Mitologia e genesi artistica, mondo naturale e società umana sono solo alcuni dei concetti che, in puro stile Matthew Barney (San Francisco, 1967) si intrecciano in un film che ripercorre una caccia al lupo nella catena montuosa dell’Idaho.
Le aspre montagne del Sawtooth che hanno fatto da sfondo alla sua infanzia rappresentano in Redoubt lo scenario verticale e appuntito di quest’opera di video arte. Due ore di film, prive di dialoghi, esprimono con forza l’interdisciplinarietà della sua ricerca artistica: la danza, utilizzata come veicolo narrativo, consente ai personaggi di comunicare in un paesaggio naturale rielaborato da tecnologie digitali. Nell’universo metaforico di Barney questo film, che si sviluppa in una serie di sei battute di caccia, ricorda il mito di Diana e Atteone. A integrare l’esperienza artistica, oltre al filmato, sono presenti in mostra cinque sculture monumentali realizzate con tronchi provenienti da una foresta incendiata dell’Idaho e una cinquantina di incisioni utilizzate durante le riprese di Redoubt. Le incisioni sono quelle realizzate dallo stesso Matthew Barney, che compare nel film proprio in veste di Engraver, un artista che insegue furtivamente le scene di caccia per documentarle su rame.
Queste lastre, che durante il film sono trasformate grazie a un processo di elettro-placcatura, testimoniano la continua ricerca interdisciplinare e multi materica messa in atto da Barney, nonché i suoi quadri di riferimento intellettuali ed estetici che spaziano tra la mitologia classica e le leggende dell’ovest americano, la coreografia moderna e la danza dei nativi, le scienze e la biologia, la chimica e l’alchimia.

PAROLA AL DIRETTORE DI UCCA

L’idea della mostra nasce nel 2016, quando Barney si trova a Pechino per una serie di conferenze organizzate presso la Central Academy of Fine Arts. A moderare un’importante tavola rotonda, che vedeva la partecipazione, tra gli altri, di artisti cinesi di prim’ordine come Cao Fei, Wang Jianwei e Qiu Zhijie, era proprio il direttore dello UCCA, Philip Tinari. “Lavorare con Matthew Barney”, dichiara lo stesso Tinari, “è sempre stato un sogno per lo UCCA”. Detto, fatto.
Ospitare uno dei più importanti artisti emersi alla fine del Ventesimo secolo significa molto per la scena artistica cinese che, dopo gli Anni Duemila, ha guardato a Barney come un punto di riferimento pionieristico per contenuti, materiali e sperimentazioni.
Non essendoci mai stata una personale dell’artista in Cina, il direttore si dice particolarmente lieto e orgoglioso di “mostrare un corpus di lavori artisticamente innovativo e rilevante rispetto a una gamma di domande e problemi contemporanei”. Se da una parte si sottolineano i primati sanciti da questa mostra, dall’altra se ne riconoscono l’estrema complessità e l’intricata trama di riferimenti e non mancano, da parte della critica, insinuazioni e preoccupazioni sulle possibili reazioni del pubblico cinese.

Matthew Barney, Diana, 2018. Courtesy the artist & Gladstone Gallery, New York Brussels
Matthew Barney, Diana, 2018. Courtesy the artist & Gladstone Gallery, New York Brussels

PAROLA ALL’ARTISTA

Grazie all’artist talk tra Matthew Barney e Pamela Frank, curatrice della mostra, si scopre qualcosa in più sull’enigmatica Redoubt, a partire proprio dal titolo della rassegna, apparentemente ermetico. Alla domanda sul significato del nome, l’artista risponde: “‘Redoubt’ è un termine che generalmente si riferisce a una fortificazione militare difensiva, a una terra isolata, o metaforicamente alla difesa di una posizione sociale o psicologica che si trova in pericolo. Per me il termine redoubt risuona come una forma più astratta d’isolamento”. Un riferimento forse alle sue montagne dell’Idaho?
Un altro aspetto, oltre al titolo, che incuriosisce di primo acchito il visitatore è il ruolo e il significato delle sculture e delle incisioni all’interno dell’intero progetto artistico. “La scultura che realizzo è parte della mia narrativa ed molto legata al luogo in cui è stata creata. Non intendo dire che le opere raccontano una storia di per se stesse; mi riferisco piuttosto al fatto che la forma scultorea che esse rappresentano possa essere letta come il risultato del processo narrativo che le ha forgiate. Le sculture non sono direttamente protagoniste all’interno del film, ma contengono una forte componente narrativa”.
Un altro quesito che, non da ultimo, è importante chiarire prima di intraprendere l’esperienza di visita è il ruolo dell’Engraver. Matthew Barney all’interno della trama recita egli stesso il ruolo dell’artista, l’incisore per l’appunto, un personaggio preponderante nel racconto, che alla vista di Diana è costretto a imprimerne l’effige su una lastra. Una posizione filosoficamente complessa, dunque, che vede Barney riflettere sul ruolo dell’artista e sulla relazione con l’opera: “La maggior parte degli artisti ha difficoltà nel relazionarsi con il grado di possessione della materia e del soggetto che elaborano; esibirmi nel ruolo di Engraver era un modo per provare a rispondere a questa istanza e a esplorarla anche attraverso il disegno”.

UNA MOSTRA ITINERANTE

Questo particolare corpus di lavori è stato completato nel 2019 e ha debuttato all’inizio dell’anno presso l’Alma Mater di Barney, la Yale University, mentre la terza tappa del progetto è prevista a marzo 2020 presso l’autorevole Hayward Gallery di Londra. Una rassegna dal respiro internazionale e dai contenuti inediti per l’Asia, una mostra che afferma ancora una volta il ruolo preponderante dello UCCA nel panorama dell’arte contemporanea in Cina.

Giorgia Cestaro

Pechino // fino al 12 gennaio 2020
Matthew Barney: Redoubt
UCCA
798 Art District
https://ucca.org.cn/

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AutoreMatthew Barney
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Giorgia Cestaro
Giorgia Cestaro (Padova, 1988) è una Storica dell’Arte e dell’Architettura che dal 2015 vive a Pechino. Dopo anni di esperienza nell’ambito della didattica museale in Italia, lavora come Art Educator presso lo Ullence Center for Contemporary Art nel 798 Art District della capitale cinese. Decide poi di trasferire le sue competenze artistiche in ambito educativo e ricopre il ruolo di Coordinatore Didattico della Scuola Paritaria Italiana d’Ambasciata di Pechino fino al 2018. Il suo vivo interesse per la metropoli che la circonda e le continue domande che questo contesto quotidianamente le suscita, la spinge a entrare nel mondo della ricerca. Da ottobre 2018 è PhD Candidate in Architettura. Storia e Progetto tra il Politecnico di Torino e la Tsinghua University di Pechino, spostando così, semestralmente, la residenza nei suoi due Paesi: l’Italia e la Cina. Nel tempo libero coltiva il suo interesse per le arti visive, vivendo attivamente il panorama artistico cinese che dal 2015 racconta sulle pagine di Artribune.