Una mostra “enciclopedica”, dall’approccio sia scientifico sia didattico, introduce al Bauhaus spiegandone le origini, gli sviluppi e l’eredità, attraverso un approfondito confronto con precedenti e successive esperienze europee nel corso del Novecento, con particolare attenzione all’Olanda. 800 fra dipinti, incisioni, stampe, disegni, oggetti d’arredo, mobili, fotografie e documenti originali, selezionati dal curatore Mienke Simon Thomas per la rassegna ospite del Museum Boijmans Van Beuningen di Rotterdam.

In quell’inizio di Novecento, con la rapida affermazione della civiltà industriale che sconvolse, almeno nelle città, le abitudini di vita, nell’Europa settentrionale e in Germania in particolare, le arti applicate ‒ sino ad allora rimaste nell’ombra come discipline minori ‒ cercarono la collaborazione con l’industria per questioni di visibilità e ritorno economico. In questa logica nacque nel 1907 la Deutscher Werkbund, che produceva in serie pur salvaguardando la qualità del lavoro artigianale; novità ancor più importante fu l’introduzione di linee estetiche essenziali, libere dagli orpelli del passato, necessarie alla praticità di una vita quotidiana che stava diventando sempre più forsennata nei suoi ritmi. Più “romantico” nella sua visione, il movimento legato alla rivista Der Sturm, fondata a Berlino nel 1910. Lontani dal logiche di mercato, si discuteva la crisi sociale dell’epoca, un po’ come accaduto con la Secessione; strettamente legato all’Espressionismo, vi transitarono artisti come Kandinsky e van Beest, interpreti di una fuga dall’oppressiva realtà del tempo alla ricerca della poesia, della musica, della bellezza dei colori. A entrambe queste esperienze guardò Gropius pensando il Bauhaus nel 1919, quando per ovvie ragioni la Germania fu il Paese che pagò le più gravose imposizioni all’indomani della Grande Guerra. La Repubblica di Weimar, che nacque sulle ceneri dell’Impero prussiano, visse nell’instabilità sociale dovuta alla disoccupazione, alla povertà diffusa, alle distruzioni belliche, alle rivendicazioni operaie. Il mondo dell’arte avvertiva la necessità di partecipare alla ricostruzione e allo stesso tempo di fornire una speranza per un futuro migliore. La spinta principale veniva però dall’Olanda, dove la funzionalità della linea ortogonale, spinta all’estremo dai membri di De Stijl, fu attentamente studiata da Gropius e colleghi, e, nonostante le polemiche a distanza con Theo van Doesburg e Vilmos Huszár, l’interesse per quanto accadeva in Olanda si mantenne vivo, ferma restando la divergenza circa l’uso del colore in architettura, respinto dai tedeschi e praticato invece dagli olandesi come mezzo di supporto e integrazione delle strutture, per creare illusioni spaziali e “punti di rottura”.

Wassily Kandinsky, Gelbe Mitte, 1926. Museum Boijmans Van Beuningen, Rotterdam. Photo Studio Tromp
Wassily Kandinsky, Gelbe Mitte, 1926. Museum Boijmans Van Beuningen, Rotterdam. Photo Studio Tromp

IL BAUHAUS

Quello che a prima vista può sembrare un movimento organico, visse in realtà tre fasi distinte, da quella dell’utopia per un mondo migliore nel primissimo dopoguerra alla nascita di una scuola organizzata, dove il nuovo design artigianale incontrasse la produzione industriale, fino a una vera e propria accademia scientifica in cui sviluppare l’architettura, l’urbanistica, la fotografia e la pubblicità per la grande industria.
La mostra in corso presso il Museum Boijmans Van Beuningen di Rotterdam le analizza con attenta sintesi, scandendole ognuna con le loro differenze. Nei primi anni, fra il 1919 e il 1923, l’urgenza è quella del rinnovamento e il Bauhaus è un movimento artistico cui fanno capo anche i pittori; nella scuola di Dessa insegnano Paul Klee e Kandinsky, Josef Albers e Oskar Schlemmer, non c’è uno stile organico (si va dall’Espressionismo al Cubismo), mentre il design non è ancora prevalente, anche se ci sono corsi di ceramica, grafica, tessitura, lavorazione dei metalli. Lo sarà a partire dal 1925, con il trasferimento a Dessau nella nuova sede progettata da Gropius. Il Bauhaus “spirituale” lascia il posto a quello razionalista, che sviluppa il design su scala industriale e fa del minimalismo il suo punto di forza. L’introduzione dell’insegnamento dell’architettura farà sentire il suo peso a partire dal 1930, con la direzione di Ludwig Mies van der Rohe, al quale si deve la fusione della progettazione degli edifici con la decorazione degli interni. Nasce l’idea di progetto organico, applicato su larga scala all’idea di quartiere e non più di singolo edificio; il design perde d’importanza a favore della grafica, sempre più importante a livello pubblicitario. Con il 1933 e l’avvento al potere di Hitler, il Bauhaus, che dall’anno precedente aveva sede a Berlino, fu sottoposto a misure vessatorie (come il licenziamento dei docenti ebrei), finché nel 1935 Gropius e van der Rohe scelsero di chiudere la scuola. Tuttavia, negli anni difficili di Weimar, il Bauhaus ha contribuito in maniera determinante alla vitalità culturale del Paese.

Un numero della rivista De 8 en Opbouw, 11 gennaio 1936. Collezione privata, Olanda
Un numero della rivista De 8 en Opbouw, 11 gennaio 1936. Collezione privata, Olanda

IL DIALOGO CON L’OLANDA

Al di là dell’iniziale influenza di De Stijl su Gropius e colleghi, il dialogo fra i due movimenti continuò, intensificandosi dalla seconda metà degli Anni Venti, quando Rotterdam era un centro d’avanguardia per l’architettura, che sempre più catalizzava l’interesse di Gropius. In particolare in Germania riscuoteva ammirazione il lavoro di Jacobus Johannes Pieter Oud, progetti, come ammise con ammirazione l’architetto tedesco Adolf Behne, “pensati per la persone”. Al contrario, architetti come Ludwig Hilberseimer guardavano sì alle esperienze olandesi, filtrate però dal razionalismo di Frank Lloyd Wright. Inoltre, con il 1933 e la repressione culturale nazista, molti membri del Bauhaus lasciarono la Germania per l’Olanda, contribuendo al radicamento del gruppo all’ombra dei mulini a vento. Artisti tedeschi, oppure olandesi formatisi a Dessau e Berlino, rinnovarono la produzione di design della VANK (l’Associazione Olandese di Artigianato e Arti Industriali) e dell’IvKNO (Istituto per le Arti Applicate di Amsterdam), superando le linee arricciate della tradizione e introducendo l’attenzione per la qualità dei materiali oltre a una più attenta ricerca formale in relazione alla funzione dell’oggetto. Restituendo in tal modo il “prestito” contratto in architettura.

L’EREDITÀ DEL BAUHAUS

La Seconda Guerra Mondiale non disperse l’eredità del Bauhaus, sia in campo artistico che architettonico. Fra i primi a considerarne la fase pittorica delle origini, il danese Asger Jorn, teorico della sperimentazione visiva e fondatore del Bauhaus “immaginista”, attraverso il gruppo CO.BRA, che coinvolse anche gli italiani Piergiorgio Gallizio e Piero Simondo. All’altro capo l’elvetico Max Bill, interessato al design industriale prodotto su larga scala, come accadeva a Dessau.
L’architettura è comunque l’ambito in cui l’eredità del Bauhaus è più cospicua: la continuità fu garantita dal prosieguo dell’attività di Gropius e van der Rohe negli Stati Uniti, dove emigrarono alla fine degli Anni Trenta. Insieme a loro, l’allievo Marcel Breuer, architetto ungherese già ammiratore di Paul Klee, che negli Anni Cinquanta riprese a lavorare anche in Olanda. Tuttavia, la questione andò incontro a una certa semplificazione, perché, soprattutto negli Stati Uniti, Bauhaus divenne sinonimo di modernismo razionalista e una parte dello spirito originario andò perduta, ad esempio l’ampio uso del vetro, che Breuer considerava conflittuale con le nuove tecnologie. Nella cultura architettonica nordeuropea è comunque ancora viva un’idea di razionalismo che arriva fino a Rem Koolhaas, e che con il Bauhaus ha ancora numerosi punti di contatto, tanto che la si può considerare una sua versione aggiornata.

Niccolò Lucarelli

Rotterdam // fino al 26 maggio 2019
netherlands ⇄ bauhaus – pioneers of a new world
MUSEUM BOIJMANS
Museum Park, 18-20
www.boijmans.nl

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Niccolò Lucarelli
Laureato in Studi Internazionali, è curatore, critico d’arte, di teatro e di jazz, e saggista di storia militare. Scrive su varie riviste di settore, cercando di fissare sulla pagina quella bellezza che, a ben guardare, ancora esiste nel mondo.

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