Dodici nudi di Amedeo Modigliani vanno in mostra alla Tate Modern di Londra. Narrando la storia di una carriera fulminante.

La mostra della Tate Modern sulla breve vita di Amedeo Modigliani sceglie di mantenersi in una cornice cronologica, seguendo i passi dell’artista dal 1906 al 1919 nella sua città adottiva: Parigi. Protagonisti i ritratti, i disegni e le sculture esposti al Salon d’Automne nel 1912 e una strabiliante ricostruzione virtuale del suo ultimo atelier in rue de la Grande Chaumière dal 1919 al 1920 ‒ anno in cui si spense insieme a Jeanne, musa e compagna, lanciatasi dal balcone pochi giorni dopo la sua morte. L’ombra di questo epilogo e l’atmosfera bohémien sono inevitabili in Modigliani; eppure questa terza grande retrospettiva londinese dal Duemila a oggi risulta distante dall’immagine mitica del pittore condannato dalla tubercolosi, amante del vino, delle donne e della poesia, per soffermarsi su aspetti meno esplorati della sua opera.

SPERIMENTAZIONE E RICERCA

Non a caso il percorso espositivo si apre con uno dei pochi autoritratti, quello del 1915, in cui Modigliani veste i panni di Zanni, poi francesizzato in Pierrot. Un buffo triste, canzonato e saggio, un po’ francese, un po’ italiano, un po’ come lui, che “si confessa” ancora alla ricerca di un linguaggio proprio. Tra le influenze dei classici italiani e quelle contemporanee, unendo a pose da dipinti antichi forme di derivazione picassiana e pennellate rotte alla Cézanne.
Nel secondo autoritratto, del 1919, sono cambiate molte cose. Rispetto alle mascherate da Pierrot, Modigliani è maturato. Non si mette più in gioco recitando. È un pittore che ha superato gli stenti della guerra dal suo studio, seduto di fronte a un cavalletto. Nella mano stringe una tavolozza, al collo ha una sciarpa annodata, la testa è un po’ inclinata e gli occhi malinconici guardano sfiniti, ma soddisfatti, come a dire: “Sono arrivato.” Lo sfondo di ocra e azzurro pallidi preme sulla composizione, per certi versi ancora tradizionale e per altri un fermo immagine, come l’epilogo di un film girato in 36 anni.
Il cinema faceva parte della quotidianità di Modigliani, complice l’apertura delle prime sale. Nel ritratto Novo Pilota del 1916, dedicato a Paul Guillaume ‒ mercante d’arte che lo indirizzò verso le arti primitive e la cultura africana ‒ l’atmosfera è smaccatamente cinematografica. Guillaume, in abito scuro e borsalino, ha le movenze da divo del grande schermo: la sigaretta accesa tra le dita, la testa un po’ all’indietro, lo sguardo intenso, le labbra socchiuse dopo l’ultimo tiro e le narici aperte al profumo del tabacco. Da Impressions of Paris, rubrica di un giornale letterario inglese scritta da Beatrice Hastings ‒ una delle amanti di Modigliani, ritratta in due opere esposte ‒ veniamo a sapere che, non lontano da una delle prime sistemazioni dell’artista a Montmartre, si concentravano svariati cinema dove Beatrice era spesso invitata.

Amedeo Modigliani, Juan Gris, 1915. The Metropolitan Museum of Art, New York
Amedeo Modigliani, Juan Gris, 1915. The Metropolitan Museum of Art, New York

LA VILLE LUMIÈRE

Parigi era una capitale cosmopolita. Non c’è una sala della mostra che non lo metta in evidenza più o meno esplicitamente. Gli atelier e i café erano ritrovi tra espatriati e laboratori in cui artisti di ogni genere scambiavano idee, ispirandosi a vicenda. Nella comunità artistica della Rive gauche i parigini dovevano essere una minoranza e il dialogo tra giovani venuti da ogni angolo del pianeta creava un’effervescenza che i ritratti di Modigliani testimoniano, oltre a farne una sorta di cronaca visuale. Constantin Brâncuși, Pablo Picasso, Juan Gris, Diego Rivera, Max Jacob, Chaïm Soutine, pittori, ma anche scrittori e committenti, mercanti d’arte e amanti, tutta la comunità del café de la Rotonde di Montparnasse sfila nei ritratti dai colli allungati e gli occhi a mandorla, ognuno catturato nella propria individualità, velata dal senso di tristezza dell’autore. Oltre i vetri appannati del cafè si sollevava il vociare delle prime intolleranze, le derrate alimentari cominciavano a scarseggiare e, se tra immigrati ci si contiuava ad aiutare, la quotidianità doveva essere difficile. Tra il 1914 ‒ anno in cui Paul Alexandre, l’affidabile medico committente, parte per la guerra ‒ e il 1918, è il poeta, scrittore e mercante Léopold Zborowski che promuove Modigliani, fornendogli una stanza per lavorare nel suo appartamento al numero 3 di rue Joseph Bara e uno stipendio di 15 franchi al giorno più 5 per ogni modella. È probabilmente grazie a Zborowski se esistono i nudi, dodici dei quali riuniti per la prima volta alla Tate Modern.

LE DONNE

Se è vero che Modigliani aveva un debole per le donne, a loro volta attratte dal suo grande carisma, quello che colpisce dei nudi, oltre alla qualità della pennellata, alla scelta compositiva di prevalenza orizzontale, ai riferimenti a Tiziano, Velázquez, Goya, Matisse, è la complicità tra il pittore e le modelle. Come fa notare Nancy Ireson, curatrice della mostra insieme a Simonetta Fraquelli, si avverte una relazione da pari a pari tra le due parti. Più che donne nude da vendere allo sguardo, le figure sinuose di Modigliani sono tra le prime testimonianze in arte della donna moderna. Modelle che, come lui, venivano pagate da Zborowoski e che, grazie all’indipendenza, potevano permettersi la scelta di continuare a farsi ritrarre sfacciate, truccate, a proprio agio nel nuovo ruolo di donne libere per passione o per necessità, nell’instabilità della guerra.

Amedeo Modigliani, Jeanne Hébuterne, 1919. The Metropolitan Museum of Art, New York
Amedeo Modigliani, Jeanne Hébuterne, 1919. The Metropolitan Museum of Art, New York

INTERVISTA ALLA CURATRICE SIMONETTA FRAQUELLI

La relazione di Modigliani con Parigi è uno dei temi della mostra. Nei primi anni del secolo scorso, la capitale francese era cosmopolita e aperta agli stimoli culturali di un’immigrazione artistica senza precedenti. Eppure già si avvertivano dei sentimenti di chiusura, intolleranza e antisemitismo. Viene quasi da fare un parallelo tra la Parigi di allora e la Londra di ora….  Era intenzionale?
C’è sicuramente un parallelo. All’inizio del Novecento Parigi era la grossa Mecca artistica e lo è anche Londra, almeno dagli ultimi venticinque anni a questa parte. Parigi era un centro in cui gli artisti andavano a studiare, a vendere, a crearsi la propria identità come tanti fanno e hanno fatto a Londra. Il sottofondo di intolleranza che Modigliani avvertiva era comunque un sentimento generale. Che ci fosse antisemitismo era risaputo e probabilmente Modigliani lo percepiva più lì di quanto non l’avesse fatto in Italia. Ha voluto identificarsi come italiano e come ebreo a Parigi, ma, in merito al parallelismo in negativo tra Londra e Parigi, a me sembra che nel mondo in generale ci siano dei segnali di intolleranza. Londra per il momento è per me ancora una città molto aperta e accogliente.

Se Modigliani non si fosse reinventato come il ritrattista non ufficiale della sua generazione di immigrati, avrebbe finito per tornare in Italia?
Dal punto di vista di oggi, Modigliani ci ha lasciato un resoconto della Parigi di quegli anni, ma non so quanto ne fosse consapevole. Ritraeva le persone che gli stavano intorno, per la maggior parte immigrati che vivevano a Parigi, anche perché i francesi erano al fronte. Non erano commissioni ufficiali, anche se magari poi riusciva a vendere. In ogni caso, quello che lo manteneva a Parigi era il desiderio di definirsi come artista più che la committenza. No, non penso che sarebbe tornato in Italia. Non aveva motivi specifici a parte la salute, forse.

Per la prima volta dodici nudi vengono mostrati insieme. La scelta curatoriale punta sul rapporto da pari a pari tra Modigliani e le sue modelle, professionisti stipendiati e indipendenti al lavoro per la committenza?
Abbiamo cercato di mostrare che in quegli anni c’era un po’ più di uguaglianza tra uomini e donne. Con la guerra in atto e gli uomini al fronte, le donne si sono trovate in situazioni diverse, hanno dovuto imparare a mandare avanti l’economia e, di conseguenza, il loro ruolo nella società ha cominciato a cambiare. Contemporaneamente, i primi trucchi in commercio, un’attenzione maggiore all’esercizio fisico, alle diete, al modo di acconciare i capelli, sono tutti aspetti che si ritrovano nei dipinti di Modigliani.

Amedeo Modigliani, Ritratto di Paul Guillaume, Novo Pilota, 1915. Musée de l’Orangerie, Parigi
Amedeo Modigliani, Ritratto di Paul Guillaume, Novo Pilota, 1915. Musée de l’Orangerie, Parigi

La relazione tra Modigliani e le persone che sceglie di ritrarre è intima. Guardando i suoi ritratti, uno dopo l’altro, non si può fare a meno di notare quanto la resa stilistica dei classici colli allungati, le forme semplificate e gli occhi a mandorla, si impongano nella rivelazione psicologica di ognuno di loro. È d’accordo?
Sì, nonostante Modigliani arrivi a uno stile riconoscibile, riesce a far emergere l’individualità delle persone che ritrae, a coglierne la psicologia. All’interno della serie dei ritratti a Jeanne Hébuterne, per esempio, Jeanne è sempre un po’ diversa: una ragazzina, una giovane donna incinta con il doppio mento, un’artista. Il modo in cui ritrae le donne è poi molto diverso rispetto a quello che usa con gli uomini. Cocteau è preso in giro come Guillaume, visto come un giovane gallerista che si dà delle arie.

Questa è la terza mostra di Modigliani a Londra dal Duemila. Come si spiega l’intramontabile appeal dell’opera di Modigliani? 
È un artista molto amato dal pubblico, che continua a essere interessato alla sua opera. A New York ci sono spesso mostre su Modigliani. Quello che a me fa piacere è che, ultimamente, anche studiosi e critici che, fino a pochi anni fa, l’avevano preso poco seriamente, ora guardino i suoi lavori con una nuova ottica e maggior interesse.

Maria Pia Masella

Londra // fino al 2 aprile 2018
Modigliani
TATE MODERN
Bankside
+44 (0)20 7887 8888
www.tate.org.uk

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AutoreAmedeo Modigliani
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Maria Pia Masella
Laureata in Lingue e Letteratura Francese a Roma (La Sapienza), ha proseguito gli studi con un Master in Comparative Literature (University College London) e un secondo Master in Arte Contemporanea (Christie’s Education/University of Glasgow). Scrive per la rivista letteraria In-Arte, collabora con la Fondazione FAP. Vive a Londra dove lavora come curatrice indipendente e consulente d’arte.