Un rapporto delle Nazione Unite del 2018 ha rilevato che il luogo più pericoloso per le donne è la propria casa: delle 87.000 donne uccise nel mondo nel corso di quell’anno, circa 50.000 (il 58%) erano state assassinate da compagni o membri della famiglia, oltre un terzo ucciso da partner o ex, e solo in Italia 137 erano state uccise da membri della famiglia. Dati sconcertanti che mostrano come il luogo più intimo, che dovrebbe essere un rifugio confortevole e sicuro, per molte donne è in realtà una trappola mortale, lontana da quella che comunemente si pensa come “casa”.

UN PROGETTO ARTISTICO IN TRE ATTI

Questi numeri hanno indotto le due artiste Silvia Levenson e Natalia Saurin ad avviare il progetto in tre atti “Il luogo più pericoloso”: “mia o di nessuno”, “ti picchio ma ti amo”, “è stato un raptus”, sono solo alcune delle frasi riportate su numerosi piatti in ceramica, di quelli che si possono trovare in tutte le case, tante delle quali sono appunto luoghi di violenza per molte, troppe donne. Le opere sono state presentate per la prima volta nel 2019 al Museo del Novecento di Firenze, in occasione della Giornata mondiale contro la Violenza sulle donne. Il 25 novembre del successivo anno i piatti avrebbero dovuto essere esposti nel cortile di Palazzo Reale a Milano, ma a causa della pandemia la mostra è diventata un’azione in Piazza Duomo in cui le artiste, madre e figlia, con la curatrice
Antonella Mazza e altre donne, sono state fotografate con i loro piatti da Marco Del Comune.

LA PERFORMANCE CONTRO UNA COMUNICAZIONE MISOGINA

Quest’anno, il progetto è giunto all’epilogo: i tanti piatti con le frasi ambigue utilizzate dai media per riportare fatti di violenza domestica sulle donne, sono stati rotti, spaccati, ridotti in frantumi, a simboleggiare la volontà forte, la necessità urgente di rivedere un registro che sembra quasi voler giustificare i carnefici. Perché, come scrive Nadia Somma, attivista presso il centro antiviolenza Demetra: “Svelare la violenza maschilista o patriarcale invece che parlare di raptus, di passione o gelosia può fare la differenza tra la morte o la vita delle donne, tra l’iniquità e la giustizia”.

La video performance intende dunque far parlare di questa emergenza umanitaria e sottolineare la comunicazione distorta e misogina legata alla divulgazione delle notizie delle violenze, che colpevolizzano la vittima, causando un gravissimo equivoco culturale, tanto antico quanto diffuso ed attuale. Grazie al prezioso sostegno del Comune di Milano, il video è stato inserito nel palinsesto dei maxi impianti Urban Vision situati a Roma e a Milano.

 

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Roberta Pisa
Vive a Roma dove si è laureata in Scienze politiche e Relazioni internazionali. Da sempre si occupa di cultura e comunicazione digitale. Dal 2015 è pubblicista e per Artribune segue le attività social.