Oltre le Olimpiadi. Il vero fallimento sta nei numeri

Ma allora, questi grandi eventi conviene organizzarli oppure no? Cosa ci dicono i numeri e gli indicatori economici? In realtà dicono tutto e il contrario di tutto. E l’errore più marchiano consiste nel prendere posizione e poi cercare conforto nella “scienza”.

Virginia Raggi
Virginia Raggi

IL PROBLEMA È IL DIBATTITO
Sulle Olimpiadi è già stato detto tutto, è vero. Ed è questo il punto. È questo il vero fallimento.
Ciò che più è sconcertante e spiacevole di tutta la questione olimpionica a Roma è questo grande dibattito che si è creato, con prese di posizioni politiche, comunicati ufficiali e opinioni non richieste.
Certo, il tema è caldo, ed è giusto in qualche modo che si sollevino opinioni divergenti ad alimentare il dibattito pubblico su un tema che lega lo sport (il catalizzatore d’attenzione pop in Italia) e il futuro della Capitale (il catalizzatore dell’attenzione politica d’Italia).
Con queste premesse il dibattito non poteva che essere incandescente. Ma, a ben vedere, questo dibattito riflette due debolezze sistemiche importanti del nostro Paese. Fallimenti che riguardano in modo importante anche i temi dell’arte e della cultura, anche se a primo impatto potrebbe sembrare inverosimile.

BISOGNA SEMPRE E PER FORZA DIRE LA PROPRIA?
Ma procediamo per gradi. Virginia Raggi, il sindaco di Roma, durante la propria campagna elettorale ha mostrato in modo piuttosto palese le proprie intenzioni circa le Olimpiadi. Mai una volta, fino alle elezioni, ha mostrato inclinazioni possibiliste. E i romani l’hanno votata.
Il dibattito, allora, piuttosto che essere spiacevole diventa insulso, come criticare, dopo averlo votato, Trump per le sue posizioni in materia di politica internazionale. Questo, dunque, è un segno molto più importante del toto-Olimpiadi. È il riflesso di decenni di cattiva comunicazione politica, che hanno abituato i cittadini a esprimere un parere politico sulla base di elementi che non riguardano il programma di governo. E questo non può che essere una sconfitta.

JR, il salto in alto realizzato a Rio per le Olimpiadi, 2016
JR, il salto in alto realizzato a Rio per le Olimpiadi, 2016

PRIMA DECIDO E POI CERCO LE RAGIONI
Il secondo punto è di natura più tecnica e riguarda il livello di affidabilità degli studi economici legato al fenomeno dei cosiddetti mega-events. Ragioniamo. Se ci fosse un soggetto in grado di realizzare uno studio riconosciuto da tutti come attendibile e non interessato, allora tutto questo dibattito non avrebbe dovuto esserci.
Il problema è che con i mega-eventi la questione delle stime e degli studi di fattibilità è tutt’altro che chiara. E questo è un problema tanto dello sport quanto della cultura. La pantomima solita cui siamo costretti ad assistere a ogni ricorrenza di questo tipo è la contrapposizione tra due fronti opposti. Da un lato c’è il comitato pro-evento e dall’altro il comitato per il No. Da un lato il bidding committee, che propone una serie di investimenti importanti a fronte di ritorni economici sicuri e succulenti, dall’altro i reticenti, che protestano contro una decisione di allocazione delle risorse che porta soltanto a sprechi (o affini).
Il problema è che tanto il pro quanto il contro si avvalgono di stime, indicatori e pareri tecnico-economici per dimostrare le proprie ragioni. E questo è un uso distorto dello strumento. Non si può decidere prima da che parte stare e poi chiedere aiuto all’economia per travestire di scientificità un’opinione. Al massimo, lo studio di fattibilità, il piano economico-finanziario, dovrebbe essere alla base di una scelta.
Utilizzare un piano economico per giustificare una decisione già presa non solo inficia i risultati delle stime, ma indebolisce, sminuisce e annulla la validità dello strumento. Allora sorgono i grandi Musei nelle zone più sperdute del Paese o vengono fatti investimenti in spazi multifunzionali che rimarranno vuoti per sempre.

Il cantiere abbandonato delle Vele di Calatrava a Roma
Il cantiere abbandonato delle Vele di Calatrava a Roma

CONTRO LE STIME PURAMENTE FINANZIARIE
La realtà è che non è possibile stimare gli impatti di un mega-evento soltanto su una serie di indicatori macro-economici. Un’analisi sui Mondiali di Calcio dal 1986 al 2014 ha mostrato come la cosiddetta “Fifa Economics” abbia portato a risultati controversi su questo fronte: in genere lo schema che si ripete è un aumento degli investimenti diretti esteri negli anni immediatamente precedenti l’evento, un effetto turistico (che a volte è un incremento netto, a volte è invece un effetto di sostituzione) per l’anno in cui si tiene l’evento e qualche variazione sugli scambi commerciali per i periodi immediatamente successivi (che alle volte hanno registrato un aumento).
A fronte di questi elementi (che non sempre hanno ripagato il costo nominale dell’investimento) ci sono però altri fattori di cui tenere sicuramente conto: la costruzione di infrastrutture che poi vengono dismesse (come due stadi che Corea e Giappone hanno poi distrutto perché troppo onerosi sul versante fiscale) e questioni inerenti equità o iniquità intergenerazionali (i debiti decennali che l’Italia ha contratto per l’edizione dei mondiali del 1990 e che nel 2014 ancora pagavamo a comode rate di 60 milioni di euro all’anno).
La realtà è che per i mega-eventi, sia che si tratti di eventi sportivi o di eventi culturali, non si può adottare una logica da investimento semplicemente finanziario. Bisogna aprire l’analisi a indicatori soft, che possano fornire maggiori informazioni; bisogna creare degli indicatori che obblighino favorevoli e contrari a scontrarsi su un terreno di gioco neutrale.
L’utilizzo delle cifre per avallare le proprie opinioni è un esercizio retorico che va molto di moda e può anche avere efficacia durante un talk show. Ma usare le cifre a proprio piacimento è una sconfitta amara, perché si finisce col perdere un punto di riferimento utile per assumere delle decisioni in nome della collettività.

Ricapitolando: chi vota non sa cosa stia in realtà votando e chi misura cerca soltanto di confermare la propria tesi (il processo scientifico ci ha insegnato che dovrebbe essere il contrario).

Stefano Monti

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Stefano Monti
Stefano Monti, partner Monti&Taft, insegna Management delle Organizzazioni Culturali alla Pontificia Università Gregoriana. Con Monti&Taft è attivo in Italia e all’estero nelle attività di management, advisory, sviluppo e posizionamento strategico, creazione di business model, consulenza economica e finanziaria, analisi di impatti economici e creazione di network di investimento. Da più di un decennio fornisce competenze a regioni, province, comuni, sovrintendenze e ha partecipato a numerose commissioni parlamentari. Si occupa inoltre di mobilità, turismo, riqualificazione urbana attraverso la cultura. È autore e curatore di numerosi libri e frequente relatore di convegni. Il suo obiettivo è applicare logiche di investimento al comparto culturale.