Livenel. Il performing art festival di Piacenza

Dal 23 al 25 settembre, nel Palazzo Ex Enel in via Santa Franca, si avvicenderanno dieci momenti performativi, un workshop a cura di Martin Romeo, sound performance, dj set a chiusura delle serate di venerdì e sabato, e, infine, un momento di incontro teorico sulla storia della pratica performativa. Il tutto a Piacenza.

Palazzo Ex Enel, Piacenza - photo Daniele Signaroldi
Palazzo Ex Enel, Piacenza - photo Daniele Signaroldi

Il collettivo alla guida di Placentia (composto da Marta Barbieri, Riccardo Bonini, Paola Bonino e Michele Cristella) racconta, in una dettagliata intervista, il programma di Livenel, il performing art festival piacentino che andrà in scena nel Palazzo Ex Enel, un vasto open space non ancora restaurato, ideale per l’esecuzione di spettacoli dal vivo e site specific.

Quando è nata l’idea di una tre giorni dedicata alla performance e da che cosa è stata ispirata?
Il nostro tentativo è stato quello di sviluppare un evento di ricerca contemporanea che prescindesse da un modello commerciale per concentrarsi invece sullo sviluppo di una pratica curatoriale che ci permettesse di crescere, insieme agli artisti coinvolti, attraverso l’attenzione all’eterogeneità delle discipline. Quando, circa un anno fa, abbiamo cominciato a sviluppare le prime riflessioni attorno al progetto di quello che sarebbe poi diventato Livenel, ci siamo immediatamente interrogati su quale aspetto delle discipline artistiche sarebbe stato opportuno concentrarsi per creare un evento realmente inclusivo, che potesse avvicinare all’esperienza contemporanea un pubblico e una città di natura abbastanza refrattari a uno sguardo sul mondo che si allontani da una chiave di lettura tradizionale e rassicurante.
Abbiamo ritenuto che la performance, per la sua natura estremamente ibrida e malleabile, si prestasse bene a un discorso ampio, donandoci varie possibilità di esplorazione. Inoltre, ragionando anche a livello nazionale, pensando agli ottimi esempi di Centrale Fies così come Live Arts Week a Bologna o UOVO festival a Milano, ci sembrava uno spazio ancora sufficientemente aperto per muoverci con agilità.

Martin Romeo, The method, 2014 - Teatro Fondamenta Nuove, Venezia - photo Alvise Nicoletti - courtesy l'artista
Martin Romeo, The method, 2014 – Teatro Fondamenta Nuove, Venezia – photo Alvise Nicoletti – courtesy l’artista

Con quali criteri sono stati selezionati i performer? Potreste fare qualche esempio?
Per questa prima edizione del festival abbiamo privilegiato una forma di partecipazione a invito, che ci ha permesso di ragionare attentamente a monte sulla corretta alternanza delle discipline coinvolte: non volevamo escludere alcuna spigolatura, ma allo stesso tempo volevamo avere la sicurezza di poter presentare progetti sempre coerenti ed esperienze immersive, sia che la matrice fosse la net-art o la danza contemporanea. Abbiamo sempre privilegiato un lungo dialogo con gli artisti, affrontando insieme i delicati aspetti curatoriali di ogni intervento.
Abbiamo inoltre tenuto conto dello stile di ricerca che ha sempre caratterizzato (anche negli anni della gestione di Lino Baldini) le scelte degli artisti con cui operare: giovani e tendenzialmente italiani, con un occhio a ciò che succede lontano da qui ma senza farci trascinare da un’esterofilia dilagante: in Italia gli artisti ci sono e sono bravi.

Se possibile ipotizzarla, quale definizione, a vostro modo di vedere, emergerà di performance? E come si trasformerà a contatto con pubblico e architettura?
La nostra speranza è che non emerga una definizione univoca, bensì molteplice e articolata. Abbiamo desiderato costruire insieme agli artisti un percorso che potesse fornire diversi punti di appoggio nell’approccio alla pratica performativa, privilegiando, quando possibile, esperienze di coinvolgimento diretto dello spettatore, inserito in un contesto partecipante in cui non si senta oppresso da macchinazioni criptiche ma comprenda invece di essere parte imprescindibile dello svolgimento e della riuscita del progetto, del suo fine più alto.

Gli Impresari, Fochetti, 2015 - Museo MACRO, Roma - courtesy dell'artista
Gli Impresari, Fochetti, 2015 – Museo MACRO, Roma – courtesy dell’artista

Gli spazi dell’ex sede degli uffici Enel quali suggestioni sono adatti a trasmettere?
Senza dubbio la location – un connubio tra romantiche reminiscenze liberty e il fascino del decadimento post-industriale – carica di non poco fascino ogni esibizione, riuscendo a essere uniforme e peculiare allo stesso tempo, caratteristica e adattabile. Alte pareti e grande profondità, tutte le performance si svolgeranno nel vasto salone open-space del piano terra, dominato da varie tonalità di grigio in continuo dialogo con i segni di un modernismo superato dal tempo. Non potevamo sperare in un palco più versatile per proporre un racconto continuo.
Il sito è proprietà della Fondazione di Piacenza e Vigevano, il cui progetto è quello di renderlo, nel prossimo futuro, un centro permanente per le arti contemporanee.  Si sono evidenziati subito interesse ed entusiasmo verso la nostra proposta, che agisce nell’ottica di connotare uno spazio e le sue potenzialità ambientali e narrative in maniera chiara e diretta.

Esiste un antecedente che introduce la performance nella contemporaneità, a Piacenza?
Purtroppo, come abbiamo già avuto modo di sottolineare, Piacenza non è mai stata (per le più svariate ragioni politiche, sociali e strettamente culturali) una realtà particolarmente proiettata verso il futuro, tantomeno ricettiva verso iniziative che spingessero a una rivisitazione dei suoi tratti caratteristici tradizionali. Quindi, per essere sintetici, la risposta è no, tutto è sempre stato lasciato a iniziative individuali attorno alle quali non è mai stato sviluppato un sistema critico che potesse aiutare a costruire un reale legame col territorio né un percorso legato a proposte educative serie per la città.
Ci fa piacere ricordare sempre l’impegno di Lino Baldini nella produzione di interventi in galleria, mentre per l’ambito teatrale si sono comunque sviluppate negli anni diverse realtà interessanti: il Teatro GiocoVita propone una stimolante programmazione, senza dimenticare il lavoro di altre compagnie come Manicomics o Le Crisalidi. Per la danza ci piace citare il ballerino e coreografo Riccardo Buscarini che si è formato all’estero (Londra) e ora si sta muovendo tra danza contemporanea e performance e lavora in Italia e a livello internazionale.
Per dimostrare che anche a Piacenza, così come in molti altri contesti analoghi, l’arte si fa, anche se non si dice.

Roberto Fassone, Jeg Er Enorme Jævler, Viafarini, Milano 2014 - photo Anna Pfeiffer
Roberto Fassone, Jeg Er Enorme Jævler, Viafarini, Milano 2014 – photo Anna Pfeiffer

Potreste esprimere un pensiero, un desiderio o una chiave di lettura che accompagni la prima edizione di Livenel?
Ovviamente l’augurio principale, che ci auto-formuliamo, è la speranza che l’iniziativa possa avere un buon seguito di interesse anche in città, al di fuori degli esclusivi circoli degli addetti ai lavori (molti sforzi sono stati fatti, come precedentemente descritto, in questa direzione), e che si possa riproporre in futuro con una cadenza chiara e precisa (annuale o biennale), evitando che rimanga un episodio isolato. Complice la fiducia che – inspiegabilmente –nutriamo nel genere umano, siamo convinti che sia un obiettivo alla portata, e dunque il desiderio è quello di far percepire il nostro come un progetto serio e sviluppato in maniera competente, convinti che questa idea non vada in contrasto con la necessità di fare del pubblico un elemento consapevolmente partecipe delle sorti stesse dell’iniziativa.

Ginevra Bria

www.livenel.com
www.placentiaarte.it

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Ginevra Bria
Ginevra Bria è critico d’arte e curatore di Isisuf – Istituto Internazionale di Studi sul Futurismo di Milano. È specializzata in arte contemporanea latinoamericana.