O selfie o morte!

Vanità e morte, un binomio senza tempo. Il narcisismo, incarnato nella nostra epoca dalla pratica ormai onnipresente del selfie, si incontra – e si scontra – con i nostri limiti di creature mortali. Ecco come la faccenda viene raccontata dalla cronaca e reinterpretata dagli artisti.

Joan Cornellà
Joan Cornellà

NARCISO E IL SELFIE STICK
Narcisismo, vanagloria, egocentrismo, solipsismo. Sono queste le parole che ricorrono più spesso nelle discussioni su uno dei comportamenti più diffusi del nostro tempo: il selfie. Partito come un trend giovanile e occidentale, può ormai contare su una diffusione transgenerazionale e universale. Lo usano gli adolescenti indiani, lo usano gli anziani giapponesi, lo usano Barack Obama e Tom Hanks.
L’autoscatto da cellulare, versione contemporanea del più tradizionale autoritratto, ha conosciuto una vera impennata qualche anno fa con la comparsa di un accessorio: il selfie stick. Ribattezzato ironicamente “narcistick” o “solipstick”, non è altro che un bastone a cui fissare il telefono o la macchina fotografica in modo da allontanare di qualche metro l’obiettivo, superando così i limiti del proprio braccio. Una protesi, insomma, che simula la presenza di un fotografo di fronte a noi, spesso in posizione leggermente rialzata. Anche se è entrato nell’uso comune soltanto un paio d’anni fa, il selfie stick ha in realtà una lunga storia, scritta da numerosi precursori (i primi esemplari fatti in casa sembra risalgano addirittura agli Anni Venti del Novecento), prototipi e brevetti vari. Amato e odiato (sono tantissime le istituzioni che ne vietano l’uso all’interno delle proprie sale), il “bastone delle mie brame” non accenna a scomparire, nonostante si moltiplichino i tentativi di sostituirlo con sistemi più evoluti, meno ingombranti e pericolosi.

Pablo Garcia, Memento Mori (Selfie Stick)
Pablo Garcia, Memento Mori (Selfie Stick)

BASTONCINO D’ARTISTA
Il carattere iconico di questo oggetto non poteva non colpire l’immaginazione di artisti e designer, che giocano sempre più spesso a immaginare versioni alternative e assurde del famigerato bastoncino. Quello che colpisce è l’associazione ricorrente con il tema della morte. A partire dal progetto Memento Mori (Selfie Stick) dello statunitense Pablo Garcia: una versione del braccio metallico che porta con sé, come accessorio dell’accessorio, un teschio pixelato realizzato con la tecnica dell’anamorfosi. Lungo e informe se visto disteso, diventa perfettamente leggibile all’interno della fotografia, avendo cura di afferrare lo stick con la giusta inclinazione. “È un promemoria della nostra mortalità in mezzo a tanta vanagloria”, scrive l’artista sul proprio sito. Viaggia sul filo sottile dello humor nero, invece, la vignetta di Joan Cornellà, che mostra una coppia intenta a scattarsi un selfie con un bastone al quale però è attaccata, al posto della macchina fotografica, una rivoltella. Infine, il progetto più macabro in assoluto: il Selfie Stick Arm, frutto della fantasia della coppia di artisti Justin Crowe e Aric Snee. Al posto del solito bastone metallico telescopico c’è una finta mano umana, così da celare al mondo la propria solitudine e far credere di essere in dolce compagnia. Un oggetto triste e lugubre, ma del tutto plausibile, tanto da attirare ordini veri pur essendo inesistente.

Joan Cornellà
Joan Cornellà

MORIRE DI SELFIE
Ma l’associazione tra selfie e morte non è purtroppo soltanto simbolica. Già da anni la cronaca riporta numerosi tentativi di scattare l’autoritratto perfetto finiti in tragedia. Persone precipitate, elettrificate, finite sotto camion e treni, e persino vittime di colpi di pistola, magari perché cercavano di immortalarsi – mai termine fu più appropriato – con il telefono in una mano e l’arma nell’altra. Sono talmente tanti i casi da giustificare l’esistenza di una pagina di Wikipedia che li riunisce tutti sotto il titolo “Lists of selfie-related injuries and deaths”.
Secondo il magazine Priceonomics, che si è preso la briga di compilare delle vere e proprie statistiche su questi casi, dal 2014 sono morte 49 persone nel tentativo di scattare un selfie; l’età media è 21 anni e il 75% è di sesso maschile. In testa alla classifica delle tipologie di morte c’è la caduta da altezze vertiginose, mentre il record geografico lo detiene l’India, con ben 19 vittime. Un record che inizia ad allarmare le autorità, che hanno recentemente dichiarato “no-selfie zones” ben 16 location sparse in tutto il Paese. Una simile ordinanza esiste anche in Russia, la seconda nazione in classifica per numero di fatalità legate all’autoscatto.
Sempre più narcisisti, sempre più spericolati, pronti a tutto pur di portare a casa lo scatto definitivo. O selfie, o morte.

Valentina Tanni

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #30

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Valentina Tanni è storica dell’arte, curatrice e docente; la sua ricerca è incentrata sul rapporto tra arte e tecnologia, con particolare attenzione alle culture del web. Insegna Digital Art al Politecnico di Milano e Culture Digitali alla Naba – Nuova Accademia di Belle Arti di Roma. Ha pubblicato “Random. Navigando contro mano, alla scoperta dell’arte in rete” (Link editions, 2011) e “Memestetica. Il settembre eterno dell’arte” (Nero, 2020). Collabora con la redazione di Artribune dalla sua fondazione.