L’arte e la controinformazione. A Lugano

MASI, Lugano – fino al 15 agosto 2016. Un’intera collezione di opere d’arte che hanno a che fare con riviste e giornali, accogliendone pagine e frammenti o raffigurandoli. Spesso contestandoli e denunciandone il potere. È la preziosa raccolta di Peter Nobel, che ne presenta un estratto nel museo svizzero. Noi l’abbiamo intervistato.

Le Corbusier, Je rêvais, 1963 - Collezione Annette e Peter Nobel
Le Corbusier, Je rêvais, 1963 - Collezione Annette e Peter Nobel

Una collezione unica, che va oltre la curiosità. La scelta di acquistare solo opere che abbiano attinenza con giornali e riviste può sembrare bizzarra; ma la raccolta dell’avvocato zurighese Peter Nobel e di sua moglie Annette è di grande interesse e di ottimo livello – come conferma la mostra che ne raccoglie circa un quarto al LAC di Lugano. Percorrendo tutto il Novecento e giungendo ai giorni nostri, la collezione di “press art”, come l’ha battezzata Nobel, disegna due percorsi paralleli: riassume in maniera originale le evoluzioni artistiche dalle Avanguardie storiche in poi e allo stesso tempo ripercorre i cambiamenti sociali e politici di più di un secolo di Storia.
Rientrano nella press art opere che includono pagine o frammenti di giornale (in mostra sono esposti ad esempio i collage storici di maestri come Kurt Schwitters e quelli contemporanei di Martha Rosler e Thomas Hirschhorn); dipinti realizzati su carta di giornale (esposti, tra gli altri, de Kooning, Le Corbusier e Polke); o anche solo fotografie in cui siano presenti giornali o riviste (come la natura morta di Tillmans e molti scatti di nomi storici della fotografia del Novecento). Innumerevoli poi gli esempi di riferimenti iconografici alla comunicazione e alla stampa, quasi sempre critici, da Warhol e Boetti fino a Matthew Day Jackson e David Shrigley.
Come d’uso nei musei luganesi, la mostra è ben costruita, con un’intelligente suddivisione in “capitoli” che rende l’esposizione scientifica ma anche godibile. In occasione dell’apertura, abbiamo incontrato Peter Nobel per una conversazione sulla sua originale collezione.

Alighiero e Boetti, Senza titolo (Copertine), 1985 - Collezione Annette e Peter Nobel
Alighiero e Boetti, Senza titolo (Copertine), 1985 – Collezione Annette e Peter Nobel

Come le è venuta l’idea di collezionare solo Press Art? Aveva a che fare col suo lavoro?
Sì, ha a che fare col mio lavoro, perché in quanto avvocato sono a contatto con la produzione dei giornali: cosa mettere in prima pagina, quali didascalie mettere… tutte decisioni che comportano questioni legali. Ho anche lavorato per il caporedattore di un giornale, mi telefonava per chiedermi un consulto prima di comporre il nuovo numero.

Ma era già collezionista prima di dedicarsi alla Press Art?
Non veramente. Ho iniziato davvero ad accumulare opere da quando ho intrapreso la raccolta di Press Art: la collezione è cresciuta nell’arco di svariati anni, un’opera dopo l’altra. Ho capito che si può scoprire davvero a fondo l’arte concentrandosi su questo tema.

Percorrendo la mostra sembra che il riferimento alla stampa sia ancora più diffuso oggi, nelle opere dei contemporanei, che in passato. Forse per l’accresciuta influenza della comunicazione, nell’epoca della “società dell’informazione”.
Sì, l’interesse per l’argomento continua a essere molto vivo. Il potere dei giornali è ancora molto forte, anche se si lamentano di avere meno diffusione. Ma in un’epoca in cui il concetto di reputazione è importantissimo, il potere dei giornali e dei mass media è cresciuto, e non diminuito. E poi è un argomento che riguarda anche gli artisti, che sanno che per diventare famosi hanno bisogno dei mass media. Le grandi gallerie come Hauser & Wirth hanno anche cominciato a pubblicare le loro proprie riviste.

Thomas Hirschhorn, Collage-Truth (Nº 40), 2012 - Collezione Annette e Peter Nobel
Thomas Hirschhorn, Collage-Truth (Nº 40), 2012 – Collezione Annette e Peter Nobel

Nella maggioranza delle opere contemporanee in mostra c’è un approccio critico rispetto alla stampa come strumento di potere. Nelle parti relative ai primi decenni del Novecento – salvo ovviamente nei periodi dei totalitarismi – sembra invece esserci spazio per l’ottimismo, una sorta di utopia. Poi giunge la disillusione…
Certamente: anche se la stampa è uno strumento importante per gli artisti di oggi, nelle loro opere si rivoltano contro questo strumento di potere.

Come opera le sue scelte? Fa una mediazione tra criteri estetici dell’opera e argomento oppure rimane concentrato sul tema – e potrebbe capitarle di scegliere un’opera anche se non l’apprezza fino in fondo?
Non ci sono regole predefinite: decido se un’opera mi piace o non mi piace. Scelgo quello che mi tocca, che mi colpisce. Ci sono tante cose che mi piacerebbe avere, ma per sviluppare una collezione ci vuole una certa concentrazione. La mia è una collezione personale, non sono come le grandi ditte che possono acquistare tutte le opere che vogliono.

Fa ancora personalmente tutte le scelte?
Sì, decido io tutti gli acquisti, non ho consulenti e il mio curatore si occupa solo delle mostre in cui espongo le mie opere.

Peter Nobel
Peter Nobel

Qual è stata la prima opera della collezione? E qual è il pezzo mancante, quello che le piacerebbe avere?
La prima è stata un’opera di Hannes Portmann, artista con uno stile un po’ alla Bacon, che trovai da un amico che aveva una galleria a Zurigo. Quella che invece vorrei acquistare è Demain di Rudolf Mumprecht, un artista svizzero quasi centenario che vive vicino a Berna e utilizza molto la scrittura nelle sue opere. Demain è un bel lavoro dipinto su carta di giornale che riesce veramente a penetrare il “muro” dell’oggi e a mostrarci il futuro.

Crede ancora nella stampa o è completamente disilluso nei suoi confronti?
Non sono disilluso, la stampa continuerà, forse in forme diverse, ma ci sarà sempre. Ci saranno sempre novità stampate, libri, riviste. I libri vendono quanto prima, non c’è stata la diminuzione annunciata.

Ma rispetto alla credibilità di ciò che viene scritto?
Su questo ho sempre avuto certi dubbi. Anche per tale ragione per me era interessante entrare in questo mondo, vedere come si crea un giornale.

Stefano Castelli

Lugano // fino al 15 agosto 2016
And now the good news. Opere dalla collezione Annette e Peter Nobel
a cura di Elio Schenini e Christoph Doswald
MASI
Piazza Bernardino Luini 6
+41 058 8664200
[email protected]
www.masilugano.ch

MORE INFO:
http://www.artribune.com/dettaglio/evento/53445/and-now-the-good-news/

Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Stefano Castelli
Stefano Castelli (Milano, 1979) è giornalista, critico d'arte e curatore. Si è laureato in Scienze Politiche all'Università degli studi di Milano con una tesi di filosofia politica su Andy Warhol come critico sociale. Ha vinto nel 2007 il concorso per giovani critici indetto dal Castello di Rivoli con un saggio su "Scatologicità e Pop Art in Bruce Nauman". Come giornalista scrive per Artribune, dal 2011, e Arte Mondadori, dal 2007. Come curatore è impegnato nella scoperta di giovani artisti e ha curato una trentina di mostre tra gallerie e musei. Come critico ha scritto tra l'altro per la mostra Big Bang, Museo Bilotti, Roma, 2008. Il suo taglio critico è orientato a una lettura politico-sociale dell'arte e a una lettura dell'estetica come fenomeno non disgiungibile dall'etica.