Verso il nuovo Centro Pecci. Riflessioni sul futuro

I numeri parlano chiaro. A fronte di 14,4 milioni di euro spesi, dal 2007 al 2016, per la costruzione del nuovo Centro Pecci, la risistemazione degli spazi esterni e il restauro della vecchia struttura, il 16 ottobre sarà inaugurata una mostra di 3.000 metri quadrati, distribuiti fra 50 artiste e artisti internazionali. Ma la creatura di Maurice Nio, di quali visioni future si nutrirà? Ecco il report della recente conferenza di presentazione sullo sfondo di uno dei più noti musei milanesi.

“Sensing the waves”, nuova ala progettata da Maurice Nio, photo Ivan D’Alì
“Sensing the waves”, nuova ala progettata da Maurice Nio, photo Ivan D’Alì

TRA PRESENTE E MEMORIA
Al Museo del Novecento di Milano, si sono riuniti cinque tra gli attori istituzionali e politici toscani che stanno guidando il Centro Pecci verso la riapertura fissata al 16 ottobre, dopo 9 anni di cantieri. Matteo Biffoni, sindaco di Prato, Irene Sanesi, presidente della Fondazione per le Arti Contemporanee in Toscana, Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci, Fabio Cavallucci, direttore del Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci e Marco Brizzi, curatore specializzato in architettura, sono stati introdotti al pubblico milanese da Claudio Salsi (direttore settore Soprintendenza Castello Sforzesco, Musei Archeologici e Musei Storici), mentre la neo-direttrice ad interim del Museo, Marina Lampugnani, non era presente.
Se secondo Salsi il primo compito di un’istituzione della portata dal Centro Pecci – nato nel 1988 come primo centro italiano dedicato all’arte contemporanea, ospitato all’interno di una struttura all’epoca altrettanto attuale – è quello di instaurare un rapporto organico con i musei italiani e internazionali, detentori delle medesime capacità, per il sindaco di Prato Biffoni il progetto di raddoppiamento delle superfici da parte di Maurice Nio dovrà anche preservare le memorie culturali che lo costituiscono a salvaguardia del territorio ospitante, accogliendo le trasformazioni messe in campo dalla comunità locale.

UN PROGETTO DAI GRANDI NUMERI
Il progetto dell’architetto olandese mira a favorire la permeabilità fra il centro e il suo territorio. L’edificio esistente è stato infatti integralmente conservato e lasciato intatto in tutti i suoi aspetti. Il complesso architettonico, inoltre, a conclusione dei lavori, ospiterà un archivio e una biblioteca specializzata, che conta un patrimonio di oltre 50.000 volumi, un teatro all’aperto da 1.000 posti, un cinema/ auditorium da 140 posti, uno spazio performativo da 400, un bookshop, un pub/bistrot e un ristorante, oltre a laboratori e varie sale d’incontro. Ma la principale visione generata dall’enorme disponibilità di spazi, implementati dall’insieme degli interventi di riqualificazione, è quella di estendere gli orari di apertura anche al periodo serale – grazie al bistrot, all’organizzazione di concerti e proiezioni, ma anche di conferenze, laboratori e corsi.

Scala della nuova ala progettata da Maurice Nio, photo Ivan D’Alì
Scala della nuova ala progettata da Maurice Nio, photo Ivan D’Alì

DALLA COMUNITÀ AI PRIVATI
La vera novità emersa dalla conferenza milanese, che ha semplicemente descritto la mostra di apertura (dal titolo La fine del mondo) come punto di arrivo del nuovo Museo, è racchiusa nell’intervento di Irene Sanesi. Presidente della Fondazione per le Arti contemporanee in Toscana, sarà lei a capo dell’organismo di governance che porterà gli oltre 12.000 metri quadrati complessivi del Centro per l’Arte contemporanea Luigi Pecci a essere l’unica istituzione pubblica dedicata all’arte contemporanea in Italia, e una tra le poche in Europa, a inaugurare un nuovo edificio nel decennio 2010-2020. I punti cardine del suo discorso di pianificazione sono stati: la possibilità di un ancoraggio tra il museo e la comunità; la continua ricerca di un approccio globale creativo e locale (glocreal); nonché una continua implementazione dei rapporti con i privati, auspicando cooperazione e non competizione tra istituzioni simili.

INCOGNITE SUL FUTURO
Ma che cosa succederà al Museo Pecci dopo il 19 marzo 2017, al termine della sua mostra inaugurale e quindi, per prossimità di tempistiche, anche al termine del primo mandato di Fabio Cavallucci? Nessuno dei presenti ha provato a fornire una risposta.
Se, dunque, il curatore Marco Brizzi ha preferito sottolineare la circolarità dell’astronave metamorfica di Nio come possibile elemento di prosecuzione del parco preesistente all’edificio originario di Gamberini – sottolineando il fatto che l’architetto di Rotterdam abbia svecchiato la vocazione industriale di quel luogo attraverso le sue frequentazioni sperimental-artistiche, donandogli anche una rinnovata accessibilità – l’ultimo intervento di Fabio Cavallucci ha sorpreso. Il Direttore si è infatti soffermato solo sul progetto di mostra che inaugurerà come curatore, senza descrivere il sincretismo che lo caratterizza, le molteplici funzionalità degli spazi e le visioni che lo dovranno sostenere nel tempo.
Anche se il 2014 ha visto quasi 40.000 presenze aderire alle attività didattiche organizzate dal Centro, attraverso conferenze con personalità di fama internazionale, come Zygmunt Bauman, Luis Sepúlveda e David Grossman o il Forum dell’arte contemporanea italiana, Cavallucci descrive il percorso espositivo come un’occasione per sentirsi proiettati a qualche migliaio di anni luce di distanza, come se il mondo attuale fosse lontano ere geologiche dal tempo presente.

Henrique Oliveira, Transarquitetonica, 2014, Museu de Arte Contemporânea, São Paulo, Brazil, wood, bricks, mud, bamboo, PVC, plywood, tree brunches and other materials, 5 x 18 x 73 m, photo Everton Ballardin
Henrique Oliveira, Transarquitetonica, 2014, Museu de Arte Contemporânea, São Paulo, Brazil, wood, bricks, mud, bamboo, PVC, plywood, tree brunches and other materials, 5 x 18 x 73 m, photo Everton Ballardin

LA MOSTRA
La fine del mondo, nel proprio sentiero, prenderà avvio dal cascante, decadente Roof off dello svizzero Thomas Hirschhorn, per poi comprendere Grosse fatigue di Camille Henrot, ma anche lavori di Carlos Garaicoa, così come gli orizzonti geometrici di Sugimoto, le mappe di disorientamento geografico di Qiu Zhijie, le enormi radici di Henrique Oliveira e le urla della Pussy Riot, una parte del Black lake di Bijork e le dodici betoniere di Clockwork, di Julian Charrière e Julius Von Bismarck, che continueranno a macinare la polvere del cantiere.
Il 16 ottobre prossimo il Centro Pecci aprirà non solo i propri battenti, ma anche il contesto molteplice di cui fa parte – basti pensare che dei 14,4 milioni resisi necessari per questa operazione, 1 milione di euro dei lavori provengono dalla Provincia di Prato e 1,6 milioni dal Comune di Prato stesso –, schiudendolo. Alcuni galleristi toscani stanno infatti organizzando per quel giorno, all’interno di uno spettacolare edificio di archeologia industriale, mostre dedicate ai giovani artisti, opere negli spazi pubblici, e l’esposizione dei progetti messi a punto nell’ambito concorso per il Parco Centrale di Prato, che vede la partecipazione di alcuni dei migliori architetti e paesaggisti mondiali.
Da non dimenticare, infine che, dall’autunno, in concomitanza con la riapertura, il Centro Pecci organizzerà presso BASE Milano (negli spazi ex-Ansaldo) una serie di anteprime e incontri sul tema dell’arte contemporanea.

Ginevra Bria

www.centropecci.it

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Ginevra Bria
Ginevra Bria è critico d’arte e curatore di Isisuf – Istituto Internazionale di Studi sul Futurismo di Milano. È specializzata in arte contemporanea latinoamericana.