Al via la Biennale di Ortisei. Parla il curatore Adam Budak

Totalmente rinnovata, la Biennale Gherdëina si prepara ad alzare il sipario il prossimo 22 luglio. A riprova dell’avvio di un nuovo corso, Adam Budak è stato invitato a curare la quinta edizione di una rassegna biennale che nasce sotto i migliori auspici. Lo abbiamo intervistato.

Adam Budak, courtesy Adam Budak
Adam Budak, courtesy Adam Budak

Nel 2008 nasce a Ortisei la Biennale Gherdëina come evento collaterale di Manifesta 7. Un progetto ambizioso, poiché collocato in un territorio periferico, lontano dalle “consuete” rotte dell’arte contemporanea. Al timone della V edizione, che ha l’obiettivo di rilanciarsi e di imporsi sullo scenario internazionale, è stato chiamato il polacco Adam Budak, curatore della Galleria Nazionale di Praga. Intorno al titolo From Here to Eternity / Da qui all’eternità, Budak ha riunito dodici artisti – Stephan Balkenhol, Michele Bernardi, Katinka Bock, Fernando Sanchez Castillo, Anna Hulacova, Franz Kapfer, Symons Kobylarz, Christian Kosmas Mayer, Marzia Migliora, Adrian Paci, Nicola Samorì e Xavier Veilhan – di diversa provenienza geografica – Italia, Spagna, Polonia, Repubblica Ceca, Austria, Francia e Germania. Le opere saranno dislocate in varie sedi tra cui il Circolo Artistico e Culturale di Ortisei e l’area pedonale della città. Alcuni artisti realizzeranno opere site-specific in collaborazione con gli artigiani locali, che ancora oggi mantengono uno stretto legame con la tradizione culturale e creativa della Val Gardena. Abbiamo chiesto ad Adam Budak di raccontarci in anteprima la sua Biennale.

Xavier Veilhan, Mobile n°40, 2015, courtesy Andréhn-Schiptjenko , photo © Jean-Baptiste Béranger © Veilhan - ADAGP, Paris, 2016
Xavier Veilhan, Mobile n°40, 2015, courtesy Andréhn-Schiptjenko , photo © Jean-Baptiste Béranger © Veilhan – ADAGP, Paris, 2016

Il titolo scelto per la V Biennale Gherdëina, From Here to Eternity / Da qui all’eternità, è piuttosto enigmatico. Che cosa racchiude? 
Quando l’ho scelto non ero consapevole che fosse il titolo di un album di Giorgio Moroder del 1977. Ho fatto una ricerca su Google e la prima cosa che è uscita è stata Moroder che, tra l’altro, è di Ortisei. Una bellissima coincidenza. Il punto di partenza della mostra è l’idea del “muoversi”. From to indica il movimento, spostarsi da un punto a un altro, qualcosa di cinetico e non statico. Tutti gli artisti invitati partono dall’arricchimento del territorio della Val Gardena che ha una cospicua tradizione nelle arti e un’eredità culturale incredibile. Ho invitato artisti che sapevo sarebbero stati sensibili verso quest’aspetto. Il punto era fare uno statement sul luogo. Prendere il “qui”, che è identificabile, predefinito nel tempo e nello spazio, e portarlo altrove e quest’altrove è l’eternità: qualcosa di utopico, sconosciuto, non predefinito. L’eternità è da qualche parte e dipende da che prospettiva la osserviamo — filosofica, religiosa, culturale. Questa traiettoria, questo voyage verso l’eternità ha segnato l’intera atmosfera psicologica, concettuale e narrativa della mostra. Ogni lavoro porta con sé qualcosa legato al desiderio. L’eternità ha a che fare col desiderio. Borges ha scritto che l’eternità è collegata alla nostalgia. Sono interessato a questo spazio immaginario, fantasmagorico.

Nicola Samorì, Ascia Romana, 2015-2016, AmC Collezione Coppola, photo © Rolando Paolo Guerzoni, courtesy galleria Monitor, Roma
Nicola Samorì, Ascia Romana, 2015-2016, AmC Collezione Coppola, photo © Rolando Paolo Guerzoni, courtesy galleria Monitor, Roma

Il “qui” è legato all’appartenenza, al concetto di vernacolare che consideri una risorsa preziosa. Il termine viene da vernaculum che indica il domestico, il familiare, l’autoctono, il nativo.
Prendo una tradizione locale che è nativa, familiare, conosciuta — la cultura, il background, l’educazione – e la porto in viaggio da qualche parte. E vedo come si comporta quando è portata da qualche parte e da qualcuno che viene da fuori.

C’è qualche riferimento alla globalizzazione?
Sicuramente! La globalizzazione può essere identificata da questo movimento. Prendere qualcosa dal locale e introdurlo nel mondo. Ma sono più interessato all’aspetto creativo del vernacolare, di cui stiamo espandendo il vocabolario piuttosto che dissolverlo. C’è un riconoscimento della necessità della circolazione: il movimento è la chiave. È impossibile per le cose essere fissate in un unico luogo. La mostra ha molto a che fare con la migrazione, non intesa come immigrazione da un paese all’altro, ma come movimento. Il lavoro di Adrian Paci è particolarmente significativo riguardo a questo.

Nessun riferimento quindi all’attuale onda di immigrati e alla difficoltà di integrarsi da parte di popoli con tradizioni e culture secolari? 
Non era mia intenzione. Certamente puoi leggere alcuni lavori come “illustrazioni” di quello che sta succedendo in Europa, ma in modo indiretto. Non ero interessato a progetti con diretti riferimenti a ciò che sta avvenendo. C’è senz’altro alla base l’idea di cercare un luogo.

Marzia Migliora,dalla serie Fil de sëida, 2016 drawings 5#, courtesy Marzia Migliora e galleria Lia Rumma
Marzia Migliora, dalla serie Fil de sëida, 2016 drawings 5#, courtesy Marzia Migliora e galleria Lia Rumma

C’è un qualche elemento che accomuna gli artisti invitati? 
Questo non lo so ancora. Vorrei che la mostra creasse un dialogo tra le diverse posizioni degli artisti. Vedere come artisti che provengono da vari luoghi interpretano quest’idea del movimento.

La Biennale si tiene in un territorio periferico, lontano dai centri e dalle rotte dell’arte contemporanea. Il contesto quanto ha influenzato gli artisti? In particolare quelli a cui è stata commissionata un’opera site-specific.
Quasi tutti gli artisti hanno fatto un sopralluogo a Ortisei, hanno osservato il territorio, il contesto locale e hanno preso qualcosa che li ha ispirati. Ad esempio Marzia Migliora farà riferimento alla tradizione dei giocattoli in legno della Val Gardena. Ha realizzato una performance in loco due settimane fa, che ha documentato in un video esposto insieme ad alcuni disegni e schizzi preparatori.

Daniele Perra

Ortisei // dal 22 luglio all’11 settembre 2016
V Biennale Gherdëina – From Here to Eternity / Da qui all’eternità
Piccola Piazza Sant’Antonio e Circolo Artistico e Culturale
[email protected]
www.biennalegherdeina.it

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Daniele Perra
Daniele Perra è giornalista, critico, curatore e consulente strategico per la comunicazione. Collabora con "ICON DESIGN", “GQ Italia”, “ULISSE, "SOLAR" ed è docente allo IED di Milano. È stato fondatore e condirettore di “unFLOP paper” e collaboratore di numerose testate tra cui “ArtReview” “Mousse”, "Harper's Bazaar art America Latina". È stato consulente strategico per la comunicazione della Fondazione Modena Arti Visive, Direttore Comunicazione del Centro Pecci di Prato, Strategic Advisor for Media and Communication alla Malmö Konsthall e Direttore della Comunicazione della Fondazione Thyssen-Bornemisza Art Contemporary. Ha fatto parte del team di selezionatori per alcuni premi tra cui il Premio FURLA e The Sovereign European Art Prize. Ha scritto testi per cataloghi e curato mostre tra cui: Shahryar Nashat in collaborazione con il Centro Pecci, Cantieri Culturali ex-Macelli, Prato (2003); Hans Schabus and the Very Pleasure (Laboratori del Teatro alla Scala di Milano, 2006). Ha pubblicato il volume "Impatto Digitale. Dall’immagine elaborata all’immagine partecipata: il computer nell’arte contemporanea", Baskerville, Bologna. Ha tenuto lecture alla NABA e un corso di Fenomenologia dell’arte contemporanea alla Scuola Politecnica di Design di Milano. È stato caporedattore di “tema celeste” (1999-2007), caporedattore di “KULT” (2007-2010), ha collaborato dal 2000 al 2006 a “Il Sole24ORE” (Domenicale) e all'inserto cultura Saturno de “Il Fatto Quotidiano” e ha collaborato con Artribune come editorialista e consulente.