Studio Systems. Una mostra all’American Academy di Roma

La mostra a cura di Peter Benson Miller presso l’American Academy in Rome – fino al 3 luglio – indaga le forme del presente attraverso undici concezioni diverse dello studio d’artista. Ed è proprio il curatore dell’istituzione americana a raccontare qui l’impostazione della rassegna.

Dawn Kasper, On Desire On Method, 2016 - American Academy in Rome, Roma 2016 - photo Davide Franceschini
Dawn Kasper, On Desire On Method, 2016 - American Academy in Rome, Roma 2016 - photo Davide Franceschini

A lungo mitizzato come il luogo della creazione artistica, lo studio ha affrontato un cambiamento epocale nel corso dell’ultimo cinquantennio, durante il quale gli artisti hanno riconfigurato e diversificato i posti dedicati alla propria attività. Attraverso una selezione di opere di undici artisti, Studio Systems indaga le tensioni che governano lo studio contemporaneo. La cornice segue due direttrici principali: la prima deriva dalla sfida concettuale portata alle abitudini artistiche convenzionali (compreso lo studio tradizionale) da Marcel Duchamp, che dai ready-made a Boîte-en-valise stabilì le coordinate per una pratica ironica e itinerante animata da una critica istituzionale; la seconda risale alla decisione presa nei tardi anni Sessanta da Philip Guston di trincerarsi nel suo studio di Woodstock, New York, proprio nel momento in cui l’opposizione critica nei confronti dello studio si stava organizzando.
Nel 1971, l’artista francese Daniel Buren pronunciò un commento critico: rimanendo segregato nello studio il lavoro soffriva di un “oblio totale”, mentre abbandonandolo si alienava rispetto alle proprie origini. John Baldessari, durante un corso intitolato “Post Studio Art” tenuto alla CalArts all’inizio degli Anni Settanta, giunse al punto di profetizzare la fine dello studio tradizionale. Opponendosi a questo trend, Guston intraprese un monumentale progetto pittorico a Woodstock che lo avrebbe impegnato fino alla sua morte nel 1980. Tenendo presente questi precedenti, Studio Systems esplora lo statuto, la funzione e le manifestazioni dello studio nell’arte contemporanea recente.

Dawn Kasper, This Could Be Something If I Let It, 2012 - Whitney Biennial, New York 2012 - photo Rainer Hosch
Dawn Kasper, This Could Be Something If I Let It, 2012 – Whitney Biennial, New York 2012 – photo Rainer Hosch

Oggi esso assume varie forme, dallo spazio architettonico chiaramente definito – come gli studi generosamente proporzionati del McKim, Mead & White Building, sede dell’American Academy in Rome – fino ad approcci che spesso oltrepassano i confini e le limitazioni di quello spazio. Che cosa significa lavorare oggi nello studio, e quali sono le opzioni a disposizione degli artisti nel momento in cui essi navigano le reti sempre più mobili, digitali e globali che caratterizzano il mondo dell’arte? Mentre gli approcci post-studio sono cresciuti a partire dagli Anni Sessanta, critici come Lane Relyea hanno messo in discussione la comoda relazione con il mondo dell’arte istituzionale, recuperando lo studio come una valida alternative; riconoscendo la natura ad hoc e fratturata dello studio postmoderno, Michelle Grabner ha evidenziato la molteplicità dello studio come “uno strumento, uno stato d’animo, un sito di attenzione, ma innanzitutto come un ‘luogo praticato’” [1]; Jens Hoffmann situa invece lo studio in un “campo espanso” [2].
La pratica dello studio dunque comprende un ampio spettro di metodi differenti: alcuni di essi dipendono direttamente dallo studio, altri invece sono nomadiche e avulse da uno spazio fisso. Molti artisti sono soli nel proprio studio, altri lavorano in ambienti che assomigliano ad uffici, gestendo assistenti e rispondendo alle email. Altri ancora, non avendo le risorse necessarie per uno spazio permanente, o avendo un altro lavoro, sviluppano alternative (come lavorare fuori da un taxi). Videoartisti girano in varie location e poi lavorano duramente nell’oscurità di una sala di montaggio. L’avvento di Internet ha trasformato la relazione di molti artisti con il loro luogo di lavoro, accompagnando la crescente mobilità e un senso di connessione globale: in questo modo lo studio individuale, così come intere carriere, sono condensati all’interno di un laptop (il vero erede della valigia di Duchamp).

Studio Systems - installation view at American Academy in Rome, Roma 2016 - photo Davide Franceschini-Altrospazio
Studio Systems – installation view at American Academy in Rome, Roma 2016 – photo Davide Franceschini-Altrospazio

Pur non volendo essere una selezione esaustiva, il lavoro degli undici artisti partecipanti offre una gamma di opzioni rappresentative di quelle adottate attualmente da molti artisti. Questi approcci devono essere interpretati nel contesto dell’evoluzione storica dello studio e della sua complessa relazione spaziale e concettuale con il lavoro degli artisti, incluso il modo in cui si rapportano con il mondo al di fuori di esso. Nel 1961 uno “studio” poteva riferirsi sia a uno stato mentale che a un luogo fisico. Svetlana Alpers ha affermato che a partire dal XVII secolo gli artisti “cominciarono a trattare lo studio come lo strumento fondamentale della propria arte. Per alcuni, esso non era semplicemente il luogo in cui lavoravano, ma una condizione del lavoro” [3]. Studio Systems rintraccia i luoghi specifici – stati mentali e condizioni di lavoro – sia che l’opera sia realizzata all’interno delle mura dello studio, sia all’esterno.

Peter Benson Miller

[1] Lane Relyea, “Studio Unbound,” The Studio Reader, ed. Mary Jane Jacob and Michelle Grabner. (Chicago: The University of Chicago Press, 2010), 345.

[2] Jens Hoffmann, ed., The Studio (London: Whitechapel Gallery; Cambridge, MA: MIT Press, 2012), 12.

[3] Svetlana Alpers, “The View from the Studio,” The Studio Reader, 146.

Nell’ambito della mostra “Studio Systems”, l’8 giugno i borsisti dell’American Academy in Rome terranno l’appuntamento annuale degli Open Studios, mentre il 16 giugno una performance di Bryony Roberts chiuderà il programma.

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #31

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Peter Benson Miller
Storico dell’arte e curatore, Peter Benson Miller ha ricevuto il dottorato all’Institute of Fine Arts/New York University. Dal 2003 al 2009 ha lavorato presso il Musée d’Orsay, dove è stato responsabile della programmazione culturale e delle attività di ricerca. Ha scritto saggi per cataloghi dedicati a J.A.D. Ingres (Louvre, 2007) e Théodore Chassériau (Paris-New York-Strasbourg, 2003). Ha co-curato "De Delacroix à Renoir: L’Algérie des Peintres" all’Institut du monde arabe nel 2003. Trasferitosi a Roma nel 2009, ha curato una serie di mostre al Museo Bilotti – Aranciera di Villa Borghese, spesso in collaborazione con l’American Academy in Rome. Tra queste: "Philip Guston, Roma" (che è stata inoltre ospitata dalla Phillips Collection di Washington, D.C.); "Milton Gendel: A Surreal life"; "Afro: Dal progetto all’opera". Ha coordinato la tappa romana della mostra "Sean Scully: Change and Horizontals", organizzata dal Drawing Center di New York, presso la GNAM di Roma, nel marzo del 2013. Ha curato nel 2015 il catalogo "Go Figure! New Perspectives on Guston" (The New York Review of Books – American Academy in Rome). Dal 2013 è direttore artistico dell’American Academy in Rome.

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