Venezia e/è il contemporaneo. Parlano i protagonisti

Ospite della più grande rassegna mondiale dedicata alle spinte creative attuali, la città lagunare intrattiene con l’arte contemporanea un rapporto solo apparentemente scontato. Il legame tra Venezia e il contemporaneo è un tema dai contorni ancora molto dibattuti e dalle declinazioni mutevoli, su un territorio che deve fare i conti con un’importante eredità storico-artistica. Abbiamo interpellato le numerose figure professionali impegnate nell’ambito della contemporaneità – dai curatori ai direttori di musei, dai galleristi ai rappresentanti di spazi indipendenti fino alle autorità istituzionali – per tracciare un identikit, presente e futuro, della scena contemporanea veneziana. Fra centro storico e terraferma.

Paolo Baratta - – photo Giorgio Zucchiatti -courtesy la Biennale di Venezia
Paolo Baratta - – photo Giorgio Zucchiatti -courtesy la Biennale di Venezia

LE DOMANDE
1. Quali sono i limiti e le opportunità per il contemporaneo in un contesto così peculiare come quello veneziano?
2. Il contemporaneo è davvero una risorsa complementare all’imponente patrimonio storico-artistico di cui Venezia è custode?
3. Come si riesce a focalizzare l’attenzione di un turismo variegato e polimorfo come quello che interessa Venezia su eventi di natura contemporanea? Quali strategie comunicative e progettuali devono essere adottate in tal senso?
4. Dal globale al locale. Investire sull’arte contemporanea può essere un mezzo utile a contrastare il preoccupante spopolamento di Venezia, fornendo ai suoi abitanti una proposta culturale sempre più composita e orientata al presente?
5. Oltre il centro storico. Come si relaziona la terraferma alla questione del contemporaneo, data anche la vicinanza geografica a Venezia? I risvolti più attuali della creatività potrebbero essere una risorsa per attrarre il turismo – di settore e non – al di là dei confini lagunari?

Paolo Baratta -  – photo Giorgio Zucchiatti -courtesy la Biennale di Venezia
Paolo Baratta – – photo Giorgio Zucchiatti -courtesy la Biennale di Venezia

PAOLO BARATTA
presidente della Biennale di Venezia

Il contemporaneo può giocare un ruolo importante a Venezia, ma in un senso più pieno e compiuto. È solo un problema minore tra quelli di Venezia, offrire ai turisti dilaganti qualcosa oltre Venezia stessa e le sue pietre e che possa concorrere a una “qualificazione” del turismo. Turismo qualificato! È una visione molto parziale del problema Venezia, una visione che, quando ambisce ad essere “la soluzione”, appare persino un po’ snob e comunque sfuggente i veri problemi. Innanzitutto non credo si possa convincere un ex contadino di Xian a venire a Venezia e nel breve spazio di poche ore andar per mostre o per “stravaganze” artistiche contemporanee o comunque diverse rispetto alle pietre di Venezia. Ha attraversato i continenti per vedere Venezia e farsi fotografare in piazza San Marco e fare una scorribanda in laguna, come recita il programma delle agenzie cui si è affidato e per poca moneta. Ne ha diritto. Dorme in terraferma e per lui basta e avanza quello che ha visto in una rapida, estenuante escursione, e così sarà per le moltitudini che qui verranno, non fingiamo di non saperlo. Pensiamo poi alla misura dei fenomeni: la Biennale ha raggiunto i 500mila visitatori, si tratta di persone che hanno deciso di venire alla Biennale, un flusso per la quasi totalità separato dal flusso di turisti che entrano a Venezia ogni anno e che (si dice) si misura  in venti milioni La macchina della Biennale produce arrivi di uomini e risorse. Offrire a un visitatore sofisticato qualcosa di diverso dallo spettacolo del turismo dilagante è certamente tra i risultati positivi, ma non è questo il punto: qualificare l’offerta al turista porta comunque a una prospettiva di una città turistica dominata dalla macchina del turismo, che ne può alterare le domande dominanti (si vogliono stanze occupate come metro di quello che si fa). L’industria del turismo è variegata e in alcune componenti è di alto livello ed efficiente e desidera qualcosa di più sofisticato (rispetto ai milioni di infradito circolanti) per mantenere le sue strutture. Conosciamo il fenomeno, siamo in contatto e sappiamo quanto siamo importanti per loro (come da tempo siamo importanti anche per le situazioni low cost, visto il notevole numero di giovani che, con varie iniziative, raccogliamo intorno a noi), anche se non pensiamo che la Biennale sia nata con questo scopo soltanto.
Mi auguro e mi batto perché la nostra esperienza positiva possa offrire idee per una prospettiva urbana più “contemporanea”, più ricca e variegata alla città. La realtà fisica di Venezia è opera tutta da ammirare, ma molti dei meravigliosi spazi e volumi ereditati dalla storia formano un sistema venoso stupendo e gigantesco per un circuito sanguigno molto, troppo modesto. Venezia al mondo contemporaneo può offrire di essere piattaforma di operatività e di lancio di attività di vario tipo, che non si rivolgano tanto alla domanda locale o a quella espressa dai turisti e dagli escursionisti, ma al mondo esterno, quello delle realtà operanti altrove. Se Venezia è città di scambio, deve esserlo per gli scambi che hanno luogo fra le attività qui residenti e quelle residenti altrove. Questo mi pare il contributo più importante che la Biennale sta dando a Venezia, la conferma alla prova dei fatti che a Venezia e da Venezia, se ci si dà adeguata dimensione e missione, si dialoga bene con il resto del mondo, sviluppando attività che si rivolgono al mondo. Un flusso di sangue vitale per una città. La Biennale ha concorso a dimostrare che si può fare quel che in passato altri hanno solo teorizzato. Il modello può contagiare? Sì, ma solo se la comunità nazionale e quindi anche il governo centrale prende atto di quello che si e fatto e delle opportunità che Venezia offre, a vantaggio di tutto il Paese, per iniziative dialoganti con il mondo, e se da questa constatazione emerge un indirizzo che faccia proprie queste opportunità (magari in un dialogo con altri soggetti europei) sì che altro sangue vitale “contemporaneo” possa scorrere nelle sue vene. Ad esempio facendo di Venezia un polo di sperimentazione di nuove forme organizzative per le istituzioni della cultura e della formazione che vi operano, dando nuovi statuti di piena autonomia (pur restando pubbliche) alle università, all’Accademia di Belle Arti, al Conservatorio, allo scopo di favorire un loro salto verso una collocazione internazionale   di alta qualità agli occhi dei docenti e degli studenti del resto del mondo. E poi offrire Venezia per localizzarvi altre nuove iniziative private o pubbliche ispirate a queste finalità. Lo statuto della Biennale è stato fattore di primaria importanza nel consentirci di fare tutto quanto è stato fatto, e può essere un buon esempio per introdurre più “contemporaneo” nelle vetuste strutture amministrative pubbliche, che possono sperimentare nuove autonomie. Cominciamo da Venezia?

www.labiennale.org/it/architettura/

Paola Mar
Paola Mar

PAOLA MAR
assessore al Turismo del Comune di Venezia

La bellezza di Venezia è, nell’unicità della storia e delle pietre, la sua mirabile forma urbis, in mezzo all’acqua, interamente inventata, costruita e ricostruita nel corso del tempo, capace di affrontare le sfide e le incognite che ogni epoca nuova porta inevitabilmente con sé. Il contemporaneo è una sfida che la città ben conosce e basterebbe la storia della “sua” Biennale a darne testimonianza. Ma non basta.
La scommessa vera è mantenere sempre viva questa sfida e non sentirsi mai paghi, abbandonandosi magari a quella “rendita di posizione” che a Venezia è sempre in agguato. Potrebbe essere una tentazione troppo forte. È necessario dunque ripensare costantemente le funzioni, le attività, le modalità di attrazione. Lo stiamo facendo con la Fondazione dei Musei Civici, impegnata a valorizzare ogni sua location ben oltre le fortune del solo Palazzo Ducale, da sempre meta obbligata. Contiamo di farlo anche in altri ambiti, consapevoli che tradizione e innovazione non costituiscono un’opposizione ma un’insostituibile sinergia: senza innovazione, infatti, la tradizione rischia di sbiadire.
Analogamente, il binomio turismo/cultura deve essere rafforzato mediante una reciproca riqualificazione: il turismo sostenibile è quello che seleziona, affina e diversifica i suoi percorsi, innervandoli di contenuti culturali non necessariamente esclusivi ma certamente progressivi. In altre parole, stimolare la curiosità, il diverso, il piacere della scoperta che ciascuno di noi apprezza quando viaggia. Oltre San Marco, Rialto e gli altri luoghi risaputi, Venezia è uno scenario generosissimo, che si estende ben oltre il perimetro del suo centro storico: la laguna, le isole, Mestre, l’entroterra di quella che è oggi, anche istituzionalmente, la Città Metropolitana.
Quest’anno portiamo la Biennale di Architettura a Forte Marghera, splendida cerniera fra il centro storico e Mestre. Sarà una piacevole sorpresa per molti. La prima, ci auguriamo, di una lunga serie.

www.comune.venezia.it

Gabriella Belli
Gabriella Belli

GABRIELLA BELLI
direttore della Fondazione Musei Civici

Nell’ultimo decennio Venezia ha consolidato la propria leadership nell’ambito dell’offerta culturale contemporanea internazionale (non di mercato, anche se il confine potrebbe essere sottile) e oggi la città sembra accreditarsi come luogo del contemporaneo per eccellenza. E tutto ciò sta avvenendo non contro l’antico e la tradizione secolare della sua grande pittura, ma a braccetto con essa. È questo un elemento molto importante, su cui vale la pena soffermarsi, perché dai dati – che confermano la presenza in crescita sia del pubblico dell’antico che di quello del contemporaneo – sembrerebbe che questo straordinario cocktail di proposte artistiche sia il vero volano della nuova immagine di Venezia nel mondo.
I segni di questa positiva tendenza sono evidenti, e non tutti fanno capo alla mostra d’arte per antonomasia, la Biennale; anzi, essa stessa, pare giovarsi della presenza di altri autorevoli attori, attivi sulla scena veneziana con proposte ed eventi di primaria importanza, sia nell’ambito del moderno che del contemporaneo. Pensiamo al ruolo svolto in questi anni dalla Fondazione Pinault, dalla Fondazione Cini e le sue Stanze del vetro, dalla Peggy Guggenheim, dalla Fondazione dei Musei Civici, dalla Bevilacqua La Masa, dalla Querini Stampalia, dall’Istituto Veneto di Scienze Arti e Lettere, dalle Gallerie dell’Accademia e dai musei del Polo regionale, ma anche dalle moltissime realtà “non istituzionali” che concorrono a creare una rete fittissima proposte dedicate al contemporaneo e che ci sfidano a continui aggiornamenti.
A Venezia ciascun attore svolge per il contemporaneo un ruolo importante, sia che attragga nuovo pubblico, sia che sappia motivare il pubblico abituale, sia, infine, che sappia dar voce a una vocazione non in linea con i contesti usuali. Tutto serve per proiettare la città nel futuro, portandosi appresso la storia passata. Si potrebbe pensare infatti che la storia di Venezia “pesi” come fosse una zavorra sulla capacità della città d’essere proiettata nel suo futuro e che l’unico destino possibile sarebbe quello di lasciare il passato al passato: nulla di più sbagliato. È infatti ormai assodato che, laddove i progetti siano in grado di utilizzare i linguaggi dell’antico in un confronto intelligente con quelli contemporanei, essi diano origine a un cortocircuito tra passato, presente e futuro di cui certamente si giova il pubblico, ma soprattutto chi vive in città, che vede rianimarsi la possibilità di un futuro concreto, che arriverà anche attraverso il consumo quotidiano della cultura contemporanea.
E se Venezia sta imparando a vivere nella sua stagione presente anche grazie all’arte contemporanea, ancor prima la terraferma ha trovato in essa la sua valenza identitaria, sicuramente facilitata in questo dalla sua fortissima connotazione postindustriale. Il caso M9 di Mestre ne sarà una convinta affermazione, che porrà finalmente le basi per un doveroso riconoscimento dell’unicità che caratterizza questa speciale terraferma, che non è da meno di quella insulare. In questo contesto, il ponte che divide potrebbe unire: la contemporaneità, se vista come promessa di futuro, anche nella sua accezione globale e senza frontiere, è di fatto il primo capitolo di una storia condivisa e costruita insieme di questo magnifico pezzo d’Italia.

www.visitmuve.it

Luca Massimo Barbero
Luca Massimo Barbero

LUCA MASSIMO BARBERO
curatore associato alla Collezione Peggy Guggenheim
direttore dell’Istituto di Storia dell’Arte – Fondazione Cini

Venezia è una città dal grande potenziale, che ha nel suo Dna l’essere multietnica e meta culturale privilegiata, grazie soprattutto alla presenza della Biennale, ma anche della Collezione Peggy Guggenheim e delle Fondazioni Prada e Pinault e all’esistenza di molti spazi espositivi, che coprono un range altissimo, come quelli della Fondazione Giorgio Cini. Tuttavia Venezia è completamente slegata dal mondo produttivo e dal mercato. Non ha gallerie, se non qualche tenace, fortissimo esempio che va ringraziato e ricordato e che resiste fra Venezia e Mestre. Manca l’idea di un centro nevralgico di produzione. E mancano anche forme di comunicazione forti, come giornali, riviste, televisione. Sebbene il contemporaneo sia già indubbiamente una risorsa per Venezia, alla città mancano la velocità e la produzione del contemporaneo. Venezia è a doppia marcia: rappresenta un luogo dove ci si confronta e si espone, ma molto difficilmente si produce. L’afflusso di pubblico è evidente, considerando il numero straordinario di visitatori e soprattutto la preparazione del pubblico che si dedica all’arte contemporanea. La difficoltà sta nel creare un nuovo pubblico del contemporaneo, che andrebbe intercettato negli interstizi dei passaggi, dirigendolo, magari, verso realtà un po’ più giovani. Penso alla latitanza di strutture importanti come può essere stata la Fondazione Bevilacqua La Masa o alla potenzialità, a mio parere ancora totalmente inespressa, di Marghera, che ospita gli studi di grandi creativi – musicisti, designer, artisti – tuttavia non inseriti nel sistema. L’arte contemporanea, dunque, è una risorsa, ma non può contrastare lo spopolamento di Venezia, perché quest’ultimo si basa su una gentrificazione turistica. Il problema è la quantità di turismo che la occupa sempre più fittamente. L’arte contemporanea non può salvare Venezia, può farlo, invece, una politica di residenzialismo e di aiuto, specie nei confronti dei giovani. L’arte contemporanea può però far sì che della città si vedano tutti gli aspetti, anche quelli più trascurati.

www.guggenheim-venice.it
www.cini.it

Angela Vettese
Angela Vettese

ANGELA VETTESE
direttore del corso di laurea magistrale di arti visive e moda – IUAV
1. Venezia è sede dell’unica istituzione artistica in Italia realmente internazionale, la Biennale, che è anche la sola al mondo pluridisciplinare, con un archivio che ha potenzialità di centro studi simile al Getty, anche se ancora inespresse. Ha tre atenei che si occupano anche di arte contemporanea. Se i dodici musei civici hanno qualche difficoltà nel rilancio, vivono e dialogano nel nome del contemporaneo investitori come Pinault, Prada, Guggenheim ed entità più o meno underground come S.a.L.E., Punch, Bed&Art, Punto Croce e molto altro. Per una piccola città (56mila abitanti nell’area insulare) è la massima concentrazione pensabile.
2. Per tradizione Venezia associa il passato al presente, tracce del Medioevo a palazzi del Cinquecento. Questa stratificazione è la cifra anche estetica della città. Certo, si è detto no ad architetti come Le Corbusier, Wright, Kahn. Ma ci sono Scarpa, Gregotti, Valle. Il pericolo che la città si trasformi in un fake di se stessa esiste, ma la mole di denaro che porta ogni nuova mostra e ogni nuova sede per mostre è notevole. E a parte i soldi, le attività produttive centrate sulle mostre e sulle industrie creative possono bilanciare venti milioni di turisti che, ogni anno, vanno solo a Rialto e San Marco.
3. Basta crederci e agire. Ma l’assessorato al Turismo aveva quest’anno un budget iniziale di 7mila euro. L’assessorato alla Cultura non esiste. La programmazione dei flussi non può avvenire a costo zero e senza regia.
4. Gli abitanti hanno bisogno di ascensori, condizionatori, vaporetti, farmacie 24/7. Sennò vanno via e usano il centro insulare come sede di lavoro (la città di giorno raddoppia i suoi abitanti). Certo, un polmone di salvezza sta nell’affitto di spazi a mostre, artisti, relatori di congressi, docenti e studenti. Non è l’arte contemporanea in sé che fa vivere la città, ma il suo indotto economico. E anche umano, perché nessuna città in Italia è altrettanto internazionale quanto a permanenze di lunga durata.
5. Il Centro Candiani di Mestre e Forte Marghera sono luoghi di grande potenzialità, che però mancano di una direzione precisa per il settore arte. Anche là ci sono iniziative autonome di giovani stupefacenti. La terraferma però va trattata come un luogo dalle emergenze reali, dove l’arte si mescola a temi di coesione sociale, e non ha le facilitazioni di un’ambasciata a cielo aperto come Venezia-Isola.

www.iuav.it

Bruna Aickelin (al centro)
Bruna Aickelin (al centro)

BRUNA AICKELIN
direttrice della Galleria Il Capricorno

Venezia, sconvolgente per la sua bellezza, ricca di storia, di prestigio e amata da Peggy Guggenheim, sarà sempre ambita da tutti gli artisti. Venezia, come New York, accende le più diverse sensibilità artistiche. Mi commuove il continuo ricordo di questa città, mai dimenticata da Karen Kilimnik, Sue Williams, Hernan Bas, Grayson Perry, indimenticabili i genitori di E. Peyton in gondola sui silenziosi e romantici canali…. Troppo lungo ricordare tutti.
Questa e-mail è di Wangechi Mutu grande amante di Venezia: “Carissima Bruna, spero tu stia veramente bene… Mi manca molto poter camminare per dieci minuti in quelle intime e strette calli e su quei vecchi sentieri di ciottoli, e attraverso i miei tanti ispirati ricordi… verso la Galleria Il Carpricorno. Non riesco a esprimerti quanto incredibile sia stato il tempo passato insieme a te. Incontrarti nella gemma di spazio dove l’acqua bacia il pavimento e dove le pareti riflettono la creatività dei tuoi amici, artisti che amano e curano quello che tu fai. Non è facile fare Arte, non è facile mettere in mostra e presentare l’Arte di artisti viventi in una città antica! Ci vogliono tante connessioni e tanta temerarietà per poter evitare la fobia del presente e del futuro! Tu sei una donna così moderna con così tanto fascino e animo, e le persone eclettiche che ti circondano ne sono la prova”.
A Venezia, buona fortuna con l’Arte.

Martin Bethenod – photo Matteo De Fina
Martin Bethenod – photo Matteo De Fina

MARTIN BETHENOD
direttore di Palazzo Grassi – Punta della Dogana

Piuttosto che parlarvi di Palazzo Grassi, di Punta della Dogana, del Teatrino, della Biennale, dei musei, delle fondazioni, delle collezioni e delle mostre, cito la frase di uno scrittore intelligente e raffinato: Daniele Del Giudice. Mi sono imbattuto in una sua frase che sintetizza meglio di qualunque altro discorso la relazione che Venezia ha con il contemporaneo. Questa frase non mi ha aiutato a comprendere Venezia (cosa che sarebbe troppo pretenziosa), piuttosto mi ha fornito gli strumenti per capire la natura del mio attaccamento a questa città, nella quale lavoro da sei anni.
Sono moltissime le chiavi di lettura che Del Giudice consegna: l’idea di una comunità, quella dei suoi abitanti, ma anche quella degli artisti, dei professionisti del mondo dell’arte, degli studenti, degli universitari, degli intellettuali che vi lavorano e producono ricchezza. L’idea dell’importanza di non ridurre mai Venezia al solo centro storico, ma di considerarla nell’ambito della sua relazione con la terraferma, perché è lì che risiede la possibilità del dinamismo e della sostenibilità culturale nel lungo periodo. L’idea di un presente fatto di complessità e contraddizioni e le cui potenzialità si esprimono in queste stesse contraddizioni: “Una città non è soltanto le sue pietre, pure così importanti come le pietre di Venezia, né può essere soltanto la sua storia. Una città è la comunità che la abita, la possiede e ne ha cura, che ne custodisce la memoria e il significato e pensa quel significato costantemente in modo aggiornato all’epoca, e ‘presente’. Amare questa città (che va pensata anche nella sua parte di terraferma, con Mestre dunque e con Marghera, nella trama che la intreccia almeno alla realtà provinciale; senza dimenticare il Lido, l’isola carrozzabile) significa sentire questa comunità; e concepire una sua contemporaneità contestualizzata, un oggi plausibile, contraddittorio proprio perché plausibile”.
Come riuscire a dirlo meglio?

www.palazzograssi.it

Cesare De Michelis
Cesare De Michelis

CESARE DE MICHELIS
presidente della Marsilio Editori

L’offerta espositiva di Venezia si allarga anno dopo anno con straordinaria attenzione al moderno e al contemporaneo: certo la Biennale d’Arte, doppiatasi ormai da anni in quella di Architettura, resta al centro e si proietta sempre più oltre i suoi spazi, invadendo tutti i sestieri e anche le isole, suggerendo inedite opportunità espositive; ma accanto ad essa si moltiplicano presenze istituzionali pubbliche e private con impegnative sedi permanenti e progetti di largo respiro e di lunga durata: a Ca’ Pesaro, la Bevilacqua La Masa, la Guggenheim, la Cini o la Querini, si sono aggiunti Palazzo Franchetti, i Tre Oci, Pinault, Prada, Vedova, VAC ecc., e ancora, vivaci, le gallerie private, o palazzi, chiese, magazzini temporaneamente occupati. È difficile ricordare stagioni più affollate e vibranti di quelle degli ultimi anni, al punto che il contemporaneo appare prevalere quantitativamente, e non solo, sulla storia, rimasta quasi imbalsamata nei suoi stereotipati modelli museali ed espositivi e anch’essa tentata da provocatori accostamenti al presente. Eppure resiste sotterranea la sensazione che manchi ancora qualcosa, che prevalga la stagionalità degli eventi, che la città sia più una brillante vetrina che un centro inventivo e fecondo; rimane, insomma, la nostalgia di quel ruolo di capitale delle arti che illuminava la scena del passato. Ci sono, è vero, l’Accademia e le Università, ma agiscono – ci si lamenta – come corpi separati, senza integrarsi davvero nella città, e poi i giornali e gli altri mezzi di informazione hanno tutti dimensione locale, i residenti sono sempre più vecchi e meno numerosi, il turismo è famelico e invadente, la qualità della vita decade, il decoro si appanna invecchiato.
Mai contenti!”, verrebbe da pensare, ma da troppo tempo Venezia è un problema che non trova soluzione. Nonostante la Biennale e tutto il resto, la modernità viene esposta ma resta estranea, lontana, in quest’isola antica.

www.marsilioeditori.it

Chiara Bertola
Chiara Bertola

CHIARA BERTOLA
curatrice della Fondazione Querini Stampalia

Venezia è il contemporaneo per eccellenza. Mi spiego: Venezia è la città più artificiale che esista ed è una sfida per eccellenza; una città che prima non esisteva e che dal nulla hanno costruito di marmo e di pietra, dentro l’acqua, riuscendo a renderla perenne. Venezia è una specie di miracolo perché sfida la logica. Ma anche l’arte è sempre nata dentro l’improbabile e nella sostituzione delle logiche.
Per questa sua origine miracolosa Venezia è già un’opera d’arte che costringe a comportarsi in un modo particolare e a fare attenzione a ogni cosa. Anche soltanto il rapporto spazio/tempo che regola questa città obbliga a stare più vicino a se stessi e alle cose; insomma, qui ci si costringe ad avere una coscienza e a misurare il tempo e lo spazio in modo inconsueto, qui ci sono le condizioni per pensare, vivere e stare molto vicino alle condizioni che determinano l’opera d’arte. Il suo anacronismo le offre la possibilità di essere incredibilmente contemporanea.
Ma bisognerebbe capire anche che verso le opere d’arte ci si rapporta con una cura speciale… non mi sembra sia il trattamento che stanno riservando a Venezia. Oggi piuttosto Venezia è livellata sul consueto e sulla banalizzazione. Non si può abbandonarla ai venditori di ciarpame. La Biennale, per noi addetti ai lavori ma anche per la città stessa, è fondamentale ed è l’unico momento che con ritmo serrato e costante qualità porta la migliore sperimentazione in città. I suoi musei antichi e contemporanei sono fra i più belli d’Italia, per non parlare delle altre possibilità che offre per vedere, pensare e presentare l’arte. Quindi ci sarebbero le condizioni per moltiplicare e trasformare tutte queste eccezioni in stabilità e stanzialità e far diventare di nuovo questa città un laboratorio esemplare di sperimentazione ad ampio spettro.
Ma Venezia forse l’abbiamo già perduta, anche se sono convinta che sia più forte di tutto il malgoverno che l’ha occupata negli ultimi decenni. Basterebbe capire che si è di fronte a qualcosa di unico e di davvero miracoloso e che non si può governarla come una città qualsiasi.

www.querinistampalia.org

Marina Bastianello
Marina Bastianello

MARINA BASTIANELLO
direttore della Galleria Massimodeluca

1. Nel panorama veneziano non trovo limiti al contemporaneo. Credo che Venezia, o meglio l’ambiente veneziano considerato nella sua complessità, possa fare da amplificatore per la diffusione dell’arte attuale. Semmai noi, rappresentanti e operatori di questo settore, dovremmo confrontarci con le altre grandi capitali della cultura, proponendo progetti di più ampio respiro, con un approccio orientato verso una visone globale, pur preservando gli aspetti locali.
2. L’arte è uno strumento utile a farci comprendere il momento in cui viviamo. Non considerarla nella sua veste contemporanea ci priverebbe di una visione profonda della realtà che ci circonda. Ritengo che maggiore sarà il dialogo tra le generazioni artistiche, maggiore sarà la qualità dell’arte… L’arte deve essere sempre contemporanea!
3. L’arte di ricerca rimane un fenomeno di nicchia. Altri tipi di esposizione, che richiamano un pubblico di massa, portano grandi numeri ma comportano una fruizione meno partecipata. Allineare le due attività è un tentativo arduo e difficile. Dovremmo stabilire dei canali di comunicazione per fare in modo che, seppur distinte, queste pratiche trovino un punto d’incontro. Un obiettivo che andrebbe considerato in modo condiviso e che non dipende solo dal “contemporaneo”, anzi.
4. Venezia soffre dello spopolamento. Certo, un’ottima proposta culturale può aiutare a trattenere gli abitanti, ma non basta. Si tratta di un fenomeno serio, che per la sua complessità andrebbe studiato e risolto analizzando tutti i fattori che vi incidono. Partendo dai giovani.
5. La terraferma potrà giovare sempre di più della creatività veneziana. Ma Venezia dovrà aiutare la terraferma, contribuendo a spostare il turismo culturale contemporaneo in periferia. Questa potrebbe essere una soluzione intelligente, e la sfida per le amministrazioni attuali e future. Noi siamo pronti!

www.massimodeluca.it

Aurora Fonda
Aurora Fonda

AURORA FONDA
direttore della Galleria A plus A

Come tutte le città d’arte italiane, Venezia ha potenzialità che non vengono sfruttate, in quanto si dà per scontato che il turista si debba accontentare di quello che già esiste. Per questa ragione i visitatori spesso beneficiano solo del 40% del potenziale di ogni luogo, con un effetto significativo sui possibili introiti che l’industria del turismo potrebbe fatturare. Coloro che visitano la città, invece del classico mordi-e-fuggi, potrebbero essere informati su offerte e servizi (che per il momento non esistono) atti a stimolare soggiorni più a lunghi, andando a conoscere meglio la parte storica e a scoprire quella contemporanea. Se durante il periodo della Biennale la città diventa una fucina di itinerari per conoscere palazzi e luoghi abitualmente chiusi, nel corso del resto dell’anno il contemporaneo è come se venisse considerato una parentesi staccata dal patrimonio storico, mentre queste sono le sue radici. Gli unici vincoli e limiti che riesco a vedere sono dati da una rigidità legislativa che non permette ai giovani di creare e istituire delle iniziative che possano contribuire alla valorizzazione dell’arte. Venezia non è solo la Biennale – un ente che sembra offrire opportunità ai giovani, ma per il quale essi sono spesso solo mere comparse. Nella nostra Scuola per curatori cerchiamo di infondere nei nostri studenti la fiducia nel fare e nell’intraprendere iniziative che abbiano lo scopo di valorizzare ciò che Venezia offre, come può essere la semplice organizzazione dell’apertura degli studi degli artisti. Infatti la città è ricca di un potenziale di creativi che l’Accademia, lo IUAV e Ca’ Foscari ogni anno contribuiscono a formare. Ciò che manca è una visione lungimirante sostenuta da investimenti concreti. Manca una tradizione, una conoscenza e soprattutto un orgoglio verso la propria contemporaneità.

http://aplusa.it/

Michela Rizzo
Michela Rizzo

MICHELA RIZZO
direttore della Galleria Michela Rizzo

1. Il contemporaneo si è inserito magnificamente nel contesto veneziano. Gli ultimi dieci anni hanno visto un importante concretizzarsi di situazioni d’eccellenza: mi riferisco non solo a Punta della Dogana e Palazzo Grassi con la Fondazione Pinault, e la Fondazione Prada a Ca’ Corner della Regina, ma anche ai Musei Civici Veneziani e altre fondazioni locali. Venezia è diventata una delle città più importanti in Italia come offerta nel contemporaneo.
2. Ho sempre pensato al contemporaneo come a una grande risorsa per Venezia, un modo per proporre un’immagine di sé non solo ancorata alle magnificenze del passato. Un’occasione per agganciarsi alla modernità e ritornare a esser pensata come luogo propositivo e di produzione artistica. Malgrado ciò, Venezia dovrebbe cambiare da dentro e dal basso. Dobbiamo essere produttivi e propositivi e non accontentarci di essere la vetrina più prestigiosa al mondo. Così rischiamo di venire considerati degli affittacamere, anche se di lusso.
3. Venezia è una città molto stratificata, anche per ciò che riguarda i residenti. E questo vale pure per il turismo. I flussi sono di difficile e complessa gestione e rispecchiano i cambiamenti epocali del mondo attuale, con problematiche che appartengono a tutte le città d’arte. Bisognerebbe cambiare il volto della città, a cominciare dalle proposte dei commercianti: basta cianfrusaglie! Cominci l’amministrazione a premiare chi offre proposte di qualità.
4. Il contemporaneo è una risorsa per gli artigiani, i professionisti, le maestranze, i trasportatori, i proprietari di immobili ecc., ma attenzione a chi sfrutta l’opportunità a stretto giro senza un pensiero di vasto respiro. Non fermiamoci a offrire “spazi espositivi – alloggi”, al guadagno facile; premiamo chi si industria per essere forza attiva e protagonista in questo straordinario fermento.
5. Qualcuno in terraferma comincia a comprendere che c’è un potenziale da sviluppare e qualcosa in questo senso si sta muovendo, ma al momento le offerte sono ancora poche e deboli. In ogni caso slegate tra loro. L’impressione è che si proceda ancora con troppa lentezza e indecisione, ma ammetto di conoscere poco i lavori in corso.

www.galleriamichelarizzo.net/informazioni

Manuel Frara
Manuel Frara

MANUEL FRARA
fondatore di Interno3
docente all’Accademia di Belle Arti

Davanti alla stazione ferroviaria di Mestre si apre la strada del disagio: via Piave. Poco più avanti uno “zoo” mirabolante: un “luna park”. Un giardinetto con pochi alberi e qualche panchina, zeppo di micro malavita, emarginazione e non troppo altro. Proseguendo senza mormorare per via Piave arriviamo dove c’era un progetto culturale, era una ex biblioteca di circa 300 metri quadrati: la “Galleria Contemporaneo”. Uno spazio pubblico che offriva, alla distratta cittadinanza, un momento dedicato alle fenomenologie del presente. Cartolarizzata ma invenduta, poi: stop. Finita.
Dirimpetto all’ex Galleria, adesso inglobata nell’interzona incorporata, possiamo usare la linea urbana di trasporto su gomma, meraviglia tecnologica dal nome aziendale ACTV, che ci conduce a Venezia. Arrivati la visione è differente. Cominciando dalla nuova facciata dell’Hotel Santa Chiara, che tanto ha fatto discutere. Piazzale Roma è un groviglio di esperimenti architettonici sin dalle prime idee moderne di Eugenio Mozzi. Camminiamo: perché a Venezia si cammina. Anche se qualche turista è ancora convinto che si possa parcheggiare l’auto in Piazza San Marco: dirigiamoci lì.
Prima delle Gallerie dell’Accademia, esempio alcune volte desolante di come viene gestito il patrimonio, da un balcone escono le note del sound artist Claudio Rocchetti, che ogni tanto arriva per farsi una doccia da Berlino. Ci si imbatte in zona Toletta ne “la casa della sveglia”. Ovvero la tradizione inequivocabile di una sveglia meccanica appesa fuori da una casa dove, secondo una leggenda, segna l’ora in cui venivano compiute le “fatture” di una incantatrice che ci abitava. Il passo quindi per San Marco è breve, dove ha sede la Galleria della Fondazione Bevilacqua La Masa. Era la “palestra” per gli artisti giovani ma, dall’arresto dell’ex Sindaco e dal successivo commissariamento del Comune, la sua programmazione sembra latitare. L’assenza del welfare per la ricerca è sempre più tangibile.
Ci siamo dimenticati forse della Fondazione Pinault, divincolandoci come un “meme” nelle calli fra i mille e più aitanti turisti, spesso sbarcati da delle navi che appaiono grattacieli orizzontali, pur sapendo che il significato è sempre un sasso in bocca al significante.

www.no-me.org/web/interno3/index08.htm

Vittorio Urbani - photo Mokhtar Azizi
Vittorio Urbani – photo Mokhtar Azizi

VITTORIO URBANI
direttore dell’associazione culturale Nuova Icona

1. Divido la mia lettura dello stato della cultura visiva contemporanea a Venezia su tre settori: il non profit, le gallerie private e le grandi istituzioni. Quando, nel 1993, Nuova Icona ha cominciato le attività, il settore del non profit culturale sembrava coraggioso e avere prospettive rosee. In realtà, la totale sordità delle amministrazioni pubbliche e la chiusura conservatrice dei musei verso nuove proposte hanno inesorabilmente fiaccato questo settore. Il prosciugarsi delle gallerie private: le storiche chiuse nell’ultimo decennio, le altre costrette a limitare la loro offerta ai blue chips del più banale panorama internazionale. Più severa è la mia lettura delle grandi istituzioni pubbliche e private, dedicate o a interessi meramente privati o impermeabili al dialogo con forze culturali della città. Farei eccezione per la Fondazione Prada, che a Ca’ Corner della Regina presenta mostre eccellenti e mai banali. I limiti di questo contesto sono la asfissia culturale, la mancanza di dialogo, l’apparente impossibilità a creare sistema fra gli operatori. Le opportunità sarebbero agire in direzione opposta. La malattia spirituale di Venezia è il conservatorismo.
2. Questa città è stata per secoli centro di produzione culturale quasi industriale; ha saputo esprimere, meglio o peggio, momenti originali e peculiari per cinquecento anni, fino ai quasi recenti Spazialismo e Fronte Nuovo delle Arti. La produzione culturale è stata un’importante attività, anche dal punto economico.
3. Sono indifferente a questo problema. Non ha a che fare con il lavoro di dialogo con gli artisti, di selezione delle loro idee, di realizzazione artistica che noi facciamo.
4. Magari. Ma siamo seri. Venezia come popolazione non ha bisogno di arte contemporanea ma di trasporti meno costosi, di una politica per la casa per i residenti soprattutto dei ceti lavorativi, di aiuti ai genitori giovani, come asili nido. Basterebbe questo per favorire la vita della città e ricominciare.
5. La cultura non è uno specchietto per le allodole, è educazione e nutrimento. Ma un’educazione sofisticata e un nutrimento sottile e spesso poco digeribile, che richiedono cervelli fini e stomaci forti. Le persone interessate a specifici temi della cultura antica o contemporanea possono certo trovare qui nutrimenti squisiti: ma non sono turisti! Riguardo alla terraferma, le nostre attività culturali sono al momento centrate sull’oratorio di San Ludovico, che è a pochi minuti da piazzale Roma, la cerniera fra le città d’acqua e di terra.

http://nuovaicona.org/

Filippo Lorenzin
Filippo Lorenzin

FILIPPO LORENZIN
curatore e critico

A Venezia l’opera d’arte è sempre percepita come una realtà contemporanea, indipendentemente dalla sua datazione. Le architetture barocche, i dipinti del Cinquecento e tutte le altre opere che più caratterizzano la città sono parte, consciamente o meno, della vita quotidiana di chi ci vive e la frequenta. Tale accoglienza le sottrae da un destino comune a molti altri patrimoni pubblici: essere nascoste sotto bacheche protettive per la fruizione di pochi esperti. L’artista che lavora a Venezia riceve reazioni genuine da parte di un pubblico abituato a vivere e lavorare con l’arte da secoli. Realizzare progetti solipsistici indirizzati solo agli invitati della settimana delle anteprime della Biennale può essere dunque un’occasione persa tanto per l’artista quanto per il pubblico locale e foresto. In questo senso non bisogna sostenere operazioni che si basano sul patrimonio della città al solo fine di sfruttarne il richiamo pubblicitario, ma le iniziative che accolgono i neofiti del contemporaneo dialogando schiettamente con la tradizione culturale cittadina e i suoi abitanti più veraci. Molto spesso è il sistema universitario a porre i presupposti per un rapporto vivace tra cittadini e arte contemporanea, grazie alle innumerevoli iniziative organizzate dalle varie facoltà e, in maniera spontanea e indipendente, dagli stessi studenti.
Sono proprio questi coloro che, una volta terminati gli studi, tornano nei loro paesi d’origine portando con sé un bagaglio di competenze ed esperienze unico al mondo. Tale maturità viene spesso messa a frutto con la creazione ex novo di collettivi artistici, spazi espositivi e occasioni di confronto in zone altrimenti disattente al contemporaneo.

Riccardo Caldura
Riccardo Caldura

RICCARDO CALDURA
docente all’Accademia di Belle Arti

Si dovrebbe chiarire quel che si intende per “contemporaneo” in un contesto come quello veneziano. È evidente come in città vi sia una tutt’altro che trascurabile offerta culturale legata a questo ambito. Ma è pur vero che per “contemporaneo” si intende anche una serie di attività “dal basso” che provano ad agire in modo non istituzionale e relazionandosi a contesti che non sono “sotto i riflettori”, favorendo piuttosto pratiche sul campo. In questo senso qualcosa è cambiato, anche grazie al cambio di governo locale e a un processo di riassestamento di funzioni e prospettive, soprattutto in ambito culturale. Soggetti che erano attivi qualche anno fa – associazioni, spazi non profit, collettivi e gruppi informali – sono venuti meno, ma altri ne sono sorti, e altri ancora, pur con qualche difficoltà, continuano. L’aspetto però più interessante della questione del contemporaneo, e che si ripropone – in città storica, in terraferma e nella stessa regione Veneto – riguarda il problema del riutilizzo di spazi abbandonati o sottoutilizzati come possibili luoghi di promozione e ricerca delle arti visive e performative, o comunque per progetti culturali di vario tipo, in grado di costituire dei laboratori autonomi concepiti come start up per la riqualificazione di città e periferie. Un esempio indicativo di questa tendenza sono i ben 522 progetti provenienti da tutta Italia che hanno partecipato alla terza edizione di Culturability, promossa dalla fondazione Unipolis. I progetti provenienti dal Veneto sono stati 47. Si tratta solo di un esempio, però di una tendenza ramificata, costituita in buona parte da soggetti under 35 (questo il target a cui si rivolge il bando) che esprimono l’esigenza di essere corresponsabili dei processi di riqualificazione territoriale. Questo nuovo orizzonte merita tutta la nostra attenzione.

www.accademiavenezia.it/docenti/27

Marco Baravalle
Marco Baravalle

MARCO BARAVALLE
co-fondatore dello spazio S.a.L.E.

Tutte le forme dell’espressione contemporanea sono una risorsa per Venezia. Di conseguenza le domande da porsi sono: chi gode di queste risorse? Il loro sfruttamento è orientato alla produzione di un cambiamento strutturale positivo del tessuto sociale cittadino, oppure risponde a una logica di profitto immediato?
Al primo interrogativo si potrebbe replicare sostenendo che vi è ancora uno squilibrio fra le limitate risorse raccolte dal lavoro vivo culturale cittadino (nelle sue varie forme, compresa quella dell’impresa culturale) e quelle, ingenti, “estratte” dalla rendita immobiliare (affitto di sedi per mostre ed eventi, strutture ricettive) che non contribuisce al rinnovamento del tessuto sociale e produttivo, colpito dallo spopolamento del centro storico e dalla “monocoltura” turistica. Sebbene esistano delle eccezioni, qui il lavoro culturale (dalle mansioni creative ai servizi materiali più umili) è sinonimo di precarietà, lavoro nero, incertezza della retribuzione, stage gratuito.
Dunque, come orientare queste risorse economico-culturali nella giusta direzione? Come fare in modo che non ingrassino la rendita (che ruba spazio alla vita) ma che al contrario siano strumenti di potenziamento delle decine di migliaia di lavoratori culturali che potrebbero ripopolare la città, anche in termini di progettualità? Risposte all’altezza non arrivano né dalla politica locale (impegnata ad accelerare tutti i processi di speculazione sulla città), né dai sindacati (incapaci di rappresentare le nuove forme del lavoro culturale). È invece necessario costruire reti indipendenti in grado di affermare il punto di vista di chi in città studia e lavora in ambito culturale, reti che tengano insieme lavoratori esternalizzati, partite IVA, imprese, studenti e attivisti. Non solo in centro storico, ma anche in terraferma, dove sulle spoglie del passato industriale sono nati centri sociali, associazioni, studi di artisti e architetti, luoghi che accolgono musica sperimentale e così via. Questi sono i soggetti che dovrebbero governare il cambiamento, prima che assuma i contorni della gentrificazione.
In una situazione non semplice, la buona notizia è che Venezia è ricca di “spazi d’eccezione”, espressione che, tra l’altro, è anche il titolo di un libro e di una mostra curata da S.a.L.E. Docks ed Escuela Moderna. Abbiamo coinvolto ottanta partecipanti internazionali per riflettere anche sui temi di questo intervento: Spazi d’eccezione si concentra sugli effetti restrittivi dello stato d’eccezione sullo spazio urbano e sulla vita che lo attraversa, ma anche sulle eccezioni positive in grado di contrastare le logiche del capitalismo estrattivo.

www.saledocks.org

a cura di Marco Enrico Giacomelli e Arianna Testino

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #31

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Giornalista e dottore di ricerca in Estetica, ha studiato filosofia alle Università di Torino, Paris8 e Bologna. Ha collaborato all’"Abécédaire de Michel Foucault" (Mons-Paris 2004) e all’"Abécédaire de Jacques Derrida" (Mons-Paris 2007). Tra le sue pubblicazioni: "Ascendances et filiations foucaldiennes en Italie: l’operaïsme en perspective" (Paris 2004; trad. sp., Buenos Aires 2006; trad. it., Roma 2010), "Another Italian Anomaly? On Embedded Critics" (Trieste 2005), "La Nuovelle École Romaine" (Paris 2006), "Un filosofo tra patafisica e surrealismo. René Daumal dal Grand Jeu all'induismo" (Roma 2011), "Di tutto un pop. Un percorso fra arte e scrittura nell'opera di Mike Kelley" (Milano 2014), "Un regard sur l’art contemporain italien du XXIe siècle" (Paris 2016, con Arianna Testino). In qualità di traduttore, ha pubblicato testi di Deleuze, Revel, Augé e Bourriaud. Nel 2014 ha curato la mostra (al Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano) e il libro (edito da Marsilio) "Achille Compagnoni. Oltre il K2". Nel 2018 ha curato la X edizione della Via del Sale in dieci paesi dell'Alta Langa e della Val Bormida. Ha tenuto seminari e lezioni in numerose istituzioni e università, fra le quali la Cattolica, lo IULM, l'Università Milano-Bicocca e l'Accademia di Brera di Milano, l’Alma Mater di Bologna, la LUISS di Roma, lo IUAV e Ca' Foscari di Venezia, l'Accademia Albertina di Torino. Redige (insieme a Massimiliano Tonelli) la sezione dedicata all'arte contemporanea del rapporto annuale "Io sono cultura" prodotto dalla Fondazione Symbola. Insegna Critical Writing alla NABA di Milano. È vicedirettore editoriale di Artribune e direttore responsabile di Artribune Magazine.
  • Whitehouse Blog

    Un giorno di ferie per leggere tutto..

    • boh

      ma perché, lavori?

      • Whitehouse Blog

        non sono iscritto alla nonni genitori foundation quindi lavoro, a differenza di chi ha tempo per leggersi tutta questa pappardella :)

        • boh

          se scrivi 9.850 commenti per un giorno, anziché 10.000, secondo me ce la fai. ma dipende da quanto sei veloce a leggere: certo che se leggi come scrivi…

          • Whitehouse Blog

            Danno talmente fastidio i miei commenti che ne vedete anche quando non ce ne sono :) sono pochi ma buoni, non come il livello che fa comodo tenere nei commenti di Artribune. Se poi la finissimo di chiedere al malato quale sia la cura forse le persone leggerebbero più volentieri anche articoli lunghi. Ma fino a quando ci sono i banner intorno va tutto bene, giusto?

          • claudio
          • Whitehouse Blog
          • Marco Enrico Giacomelli

            Niente banner, niente sito. Niente sito, niente commenti. Per la proprietà transitiva, dovresti comprare un banner.

          • Whitehouse Blog

            Hai ragione, il problema è decidere tra Facebook, Google Adwords, Instagram, Twitter e i Banner di Artribune. Ma visto che ho ravvivato per anni i commenti, ho scritto per voi diversi articoli e vi voglio bene, mi aspetto sempre che quando faccio qualcosa mi concediate una tribnews. Ma niente :)

  • rasoio

    Ecco un caso tipico. E pensare che qui ci dovrebbe essere qualche testa fine eppure ,,,, le solite banalità, forse obbligate data la griglia delle domande. Si dà infatti per scontato , ad esempio, che il contemporaneo sia contemporaneo sorvolando su cosa effettivamente è di volta in volta la Biennale e cosa invece potrebbe essere. la Biennale ha davvero presentato il contemporaneo? Tutto il contemporaneo no di sicuro. quindi i progetti personali dei direttori piuttosto, Ha un senso che sia ancora cosi? I direttori non sono diventati forse una casta al di fuori di ogni reale dibattito? Non si impone un contemporaneo di un certo tipo piuttosto che diversi? Bastano quattro cinque pagine di testo per giustificare la propria selezione? Non ci sono troppi interessi in gioco? Se ne potrebbe rivedere la formula ? ma gli interpellati pensano solo a sè stessi , tanto le questioni generali non sono mai oggettive eccetera.

    • Marco Enrico Giacomelli

      Ciao Rasoio,
      però di Biennale qui si parla piuttosto poco. Mi pare che il punto più interessante, sul quale convergono diverse voci (oltre a quella di De Michelis, come sottolinea in un altro commento Domenico Ghin), sia quello che sottolinea lo scollamento dalla “produzione”. Che era un po’ il problema di Berlino, all’inverso: moltissima produzione, ma poi la vetrina (i danè, per capirci) era Francoforte.

      • rasoio

        Ciao Giacomelli . Purtroppo Venezia , al di là dei visitatori è ormai molto piccola, nemmeno 58 000 abitanti che ovviamente aumentano considerando Mestre e il resto : ma Venezia è una città ormai solo turistica e il resto è una periferia senza centro abbastanza dispersa e non molto attraente. Che si può dire quindi e che si può fare se manca una base costante? la gran parte della gente che ci va è di passaggio. La Biennale è uno degli eventi che attira persone da tutto il mondo ed è al centro,per storia e per intatta importanza , di tutta una valanga di questioni che riguardano un sistema dell’arte contemporanea internazionale che forse sarebbe ora di mettere in discussione. le ultime due biennali hanno cercato di dare un cambio di rotta: quella di Gioni rompendo le consuetudini del professionismo di settore e quella di Enwezor tentando di trovare un tema alla mostra che non fosse un pretesto come un’altro. Ma c’è un problema di rappresentatività del reale se tutto deve essere mediato dalle relazioni personali del curatore. Ma ci sarà pure qualche idea nuova che non si riduca alla solita diatriba se eliminare i padiglioni nazionali o no, se nel Padiglione italia ci devono essere due artisti piuttosto che dieci eccetera ?

  • http://www.athanor-arte.com Domenico Ghin

    Condivido appieno quanto detto da De Michelis quando afferma che la città sia più una brillante vetrina che un centro inventivo e fecondo che, per usare un termine brutto, produce arte e cultura , e non è poi tanto una sensazione sotterranea ma piuttosto evidente.

    • Cristiana Curti

      Ma le vetrine servono, eccome. Senza le vetrine dove metti in evidenza la merce? Se Venezia si ponesse davvero come la migliore vetrina della terra (e non ci manca molto, ma non si è ancora capito come fare) forse anche i Veneziani finirebbero di subire passivamente e con inutile vittimismo la disarticolazione della Città, il suo desolante spopolamento, o di sfruttare senza remore un posto che potrebbe vivere solo di se stesso ma senza consumarsi. Forse la pianterebbero di lamentare l’imbarbarimento della Città, la sua penuria di beni di prima necessità (librerie, cinema, teatri).
      Perché non progettare mesi di manifestazioni culturali, di festival teatrali tali da riempire tutti gli antichi teatri della Città (non pochi giorni come per la Biennale Teatro)? Perché la Biennale (Arte e Architettura) dovrebbe essere solo un appuntamento temporalmente limitato? Perché non si può vivere tutti di cultura a Venezia? Cambierebbe la sostanza del turismo e quindi la qualità della vita per i residenti.
      Si vive bene a Venezia, credetemi, sempre, anche se con qualche profondo senso di colpa (che ci faccio qui? A che servo?). Non esiste un posto al mondo che coaguli tante qualità del buon vivere come la nostra isola.
      Il solo fatto che si parli di Venezia come il centro propulsore (propulsore, non servo) dell’arte contemporanea benché non sia poi ugualmente adeguato dal punto di vista del mercato nazionale e, tantomeno, internazionale, potrebbe stimolare dei veri progetti di sviluppo che trainerebbero mezza Italia. Io ne sono convintissima.
      Certo, a vedere l’altro giorno la ressa impossibile sul ponte di Rialto, tale che non si raggiunge neppure l’imbarcadero se arrivi da San Giacometo, c’è da meditare. Ma a questo siamo abituati, purtroppo.

      • http://www.athanor-arte.com Domenico Ghin

        Nessuno nega l’importanza delle vetrine, e Venezia in questo senso è un palcoscenico inimitabile. Ma questo allo stesso tempo può diventare anche un problema : c’è uno squilibrio tra quella che è una formidabile vetrina e quello che si crea o si produce parlando di arte e cultura in loco. Insomma si ha l’impressione che manchi sul posto attività e soggetti che generano quell’impulso a nuovi fermenti, idee, invenzioni, che possano poi creare anche un cortocircuito con le manifestazioni che hanno maggiore visibilità. E’ auspicabile che Venezia sia anche e soprattutto questo, che diventi, per quel che riguarda il contemporaneo, un polo culturale centrifugo, che irradi cioè esternamente nuove idee e tendenze. Dopodichè sono d’accordo con te che le varie manifestazioni si possano articolare anche diversamente per valorizzare al meglio gli innumerevoli spazi culturali durante l’arco dell’anno.

        • Marco Enrico Giacomelli

          Domenico, Cristiana: una possibile e parziale soluzione è pensare a Venezia (come dicono alcuni degli intervistati) in senso più ampio – includendo la terraferma, Mestre, Marghera ecc. E una visione più integrata del territorio sta già effettivamente contribuendo a potenziare l’aspetto produttivo. Poi ci sono ancora mille nodi da sciogliere, è vero, ma quello che mi dà fiducia è il fatto che la situazione sia tutt’altro che immobile.

          • Cristiana Curti

            Il concetto di “vetrina assoluta” come ho esposto sopra è solo in parte una provocazione. Attirare/favorire artisti, intellettuali e uomini e donne di cultura creando continuativamente un nuovo polo mondiale di presentazione di “prodotti culturali” significa per me, inevitabilmente, favorire anche e soprattutto la produzione culturale.
            Se il sito diventa appetibile non solo temporaneamente e non solo per manifestazioni che hanno un carattere per così dire “stagionale” ed “eterodiretto” si può prevedere la crescita di una nuova comunità di artisti residenti come è successo in altre epoche a Parigi o Londra (benché, naturalmente quelle Città abbiano caratteristiche ben differenti dal punto di vista socio-economico). E’ un’utopia? Non credo, se davvero lo si volesse.
            La Città nel 1400 aveva 200.000 abitanti (oggi 58.000) e l’urbanizzazione era molto meno concentrata di adesso. Si potrebbe certamente risalire la china con un’idea nuova di Città e di residenti. E nuovi residenti pretendono non tanto negozietti di cianfrusaglie farlocche quanto panetterie, cartolerie, fabbri, idraulici, macellerie, falegnami, sarte…
            Il “teatro diffuso” come si potrebbe concepire a Venezia, ad esempio, non è idea mia ma di una cara amica veneziana, regista di teatro lirico. Sapete quanti teatri sconti ci sono a Venezia? Sino a tutto il ‘600 ogni comunità straniera ne aveva uno (i Tedeschi, i Francesi, gli Inglesi – che teatro! magnifico – e così via…). Erano decine i teatri a Venezia… Le novità, le primizie venivano rappresentate tutto l’anno e arrivavano appassionati da ogni parte d’Europa a lottare per avere posti in prima e anche in ultima fila. Si potrebbero appaltare questi spazi oggi morti, anche in disuso, anche da recuperare, a comunità intere di artisti e lavoratori del settore, chiedendo in cambio produzione costante di opere e piéces…
            Ma questo è solo un esempio.
            Mi rendo conto che sia necessario mettere in relazione Venezia con la terraferma, ed è senza dubbio fondamentale concepire un territorio che sia intimamente coeso, ma è l’identità di Venezia che sta soffrendo negli ultimissimi decenni, non quella di Mestre o Zelarino. Ed è l’identità di Venezia, a mio parere, che è trainante se vogliamo continuare a parlare di polo culturale (polo produttivo di arte/arte contemporanea). Ma sono i Veneziani per primi che devono rimettersi in gioco e non vivacchiare su allori che non hanno più ragione d’essere.

  • angelov

    Conosco delle persone con le quali ho delle conversazioni telefoniche serali perlopiù, che sono in grado di tenermi incollato al ricevitore per delle ore; il fatto è che mi sono reso conto che, come qualità di comunicazione, queste conversazioni telefoniche hanno valore zero.
    5276 parole per dire il nulla.
    Forse anche qualche Gondoliere avrebbe da dire la sua su Venezia e l’arte contemporanea: perché no?
    E qualche barista, anche.
    Se si cercano stimoli, bisogna guardare anche in altre direzioni, ostregheta…

    • Marco Enrico Giacomelli

      Ciao Angelo, io non cedo facilmente al fascino dello “specialismo” e tengo in gran conto lo spirito critico. Ma mi fa venire il voltastomaco assai di più il contrario, ovvero quella presunta democraticità in base alla quale se c’è un virologo a parlare allora bisogna anche invitare un antivaccinista che di lavoro fa il bibliotecario, per far sentire tutte le campane. A me questa pratica non interessa, anzi la ritengo perniciosa. Ergo, se voglio capire qualcosa del rapporto fra Venezia e il contemporaneo, io sento chi a Venezia ci vive e lavora in quel settore. Il resto va bene per il talk show del martedì. Con affetto.

      • angelov

        Era solo uno scherzo, e capisco che nell’ambito della seriosità contemporanea anche gli scherzi vanno fatti seguendo certe regole, ma tant’è…
        Anch’io con affetto, e vera stima.

  • angelov

    Venezia, città d’acqua, alla mercé di moti ondosi e di lunari influssi; come i suoi merletti delicata e fragile come un suo vetro, che sa far leva sui cuori dei meravigliati sconosciuti ogni volta che la visitano.