Lettera dal de Appel (in tempo di crisi)

Se le cose non vanno, trova la tua strategia per reagire. E magari facci una mostra. È il riassunto di un’edizione un po’ tribolata del Curatorial Programme del de Appel arts centre, dopo il licenziamento del direttore Lorenzo Benedetti. Mesi particolarmente intensi, raccontati da chi li ha vissuti in prima persona.

Il team 2015-2016 del Curatorial Programme del de Appel - Laura Amann, Kateryna Filyuk, Renée Mboya, Jussi Koitela, Asep Topan, Alessandra Troncone - photo Shinji Otani
Il team 2015-2016 del Curatorial Programme del de Appel - Laura Amann, Kateryna Filyuk, Renée Mboya, Jussi Koitela, Asep Topan, Alessandra Troncone - photo Shinji Otani

UN ANNO AL DE APPEL
Ad Amsterdam oggi c’è il sole. Sono passati più di otto mesi da quando sono arrivata nella capitale olandese per frequentare il Curatorial Programme del de Appel arts centre ed è una rarità di cui ancora mi stupisco. Eppure la bella stagione sembra essere arrivata anche qui.
Con le sue ventuno edizioni, il CP è uno dei programmi per la formazione curatoriale più antichi d’Europa. Un training che riunisce ogni anno sei giovani curatori da ogni parte del mondo riempiendo per dieci mesi la loro agenda con viaggi, incontri con artisti e curatori, studio visit, conferenze, lecture e con la realizzazione di una mostra al de Appel. Un’esperienza che definire intensa è riduttivo, al punto che spesso si fa quasi fatica a immagazzinare la mole di informazioni che arrivano ogni giorno.

IL LICENZIAMENTO DI BENEDETTI
Tutto ha inizio alla fine del mese di agosto 2015: neanche il tempo di cominciare e siamo subito in partenza per l’inaugurazione della biennale di Istanbul e poi per quella di Lione. Dieci giorni in viaggio in cui abbiamo cominciato a conoscerci, correndo da un appuntamento all’altro, mentre la lista delle persone da incontrare si infittiva e le stelle sulle nostre mappe si moltiplicavano. Al nostro ritorno, l’evento che mischia tutte le carte in tavola: ci comunicano che Lorenzo Benedetti è stato licenziato. Una comunicazione secca, senza spiegazioni aggiuntive (non arriveranno neanche nei mesi a seguire) che ci lascia storditi.
In pochi giorni tutto il sistema dell’arte olandese si scatena in supporto dell’ex direttore: lettere aperte e petizioni chiedono le dimissioni del board, responsabile di un’inspiegabile e repentina interruzione del suo contratto. Come se non bastasse, i nostri tutor ufficiali si dimettono in blocco, pubblicamente. Comincia un faticoso rapporto con l’istituzione, fatto di lunghe corrispondenze, comunicazioni fallite, richieste di chiarimento, tensioni costanti. Ci rendiamo conto di quanto sia difficile avere un interlocutore, e da questo nascono le prime domande che, caso del destino, ci riportano al case study che ci era stato assegnato dallo stesso Lorenzo: come pensano le istituzioni? Chi è l’istituzione?
Sull’onda del momento, decidiamo di aprire un dibattito e inauguriamo una serie di incontri pubblici, gli Encounters, per un primo confronto sulle tematiche che sono diventate ormai il nostro pane quotidiano. Nel frattempo, riusciamo a incontrare alcuni dei nostri tutor: le chiacchierate con Charles Esche e Chus Martinez sono tra le più stimolanti. Con altri curatori instauriamo un dialogo continuativo: Ann Demeester, Hendrik Folkerts e Maria Hlavajova seguono più da vicino la nostra avventura.

Il team 2015-2016 del Curatorial Programme del de Appel a Città del Messico nello spazio LULU, con Martin Soto Climent
Il team 2015-2016 del Curatorial Programme del de Appel a Città del Messico nello spazio LULU, con Martin Soto Climent

INCONTRARE GLI ARTISTI
E poi ci sono gli artisti. Se dovessi citare due momenti indimenticabili di questo percorso, saprei quali cassetti della memoria aprire: la colazione con Tino Sehgal, i popcorn con Christian Jankowski. Non si parla della loro pratica come artisti, ma di cosa vuol dire fare i curatori. “Se ci pensate, quello che faccio io è molto vicino a quello che fate voi: entrambi dobbiamo coordinare il lavoro di più persone, entrambi creiamo qualcosa di effimero” ci dice Tino. Sono questi gli incontri che ti aprono nuove prospettive, lasciando sullo sfondo il “de Appel affair” per tornare a focalizzarsi su quello che siamo venuti a fare qui.
Altro momento cruciale è il viaggio a Mexico City e Guadalajara. Due settimane con un calendario che non lascia buchi per fare i turisti. Lo studio visit con Pedro Reyes, nella sua splendida casa a Coyoacán, è uno degli highlight assoluti, ma tutti gli artisti che incontriamo contribuiscono a farci entrare nell’atmosfera di questo paese straordinario: Tania Candiani, Yoshua Okon, Minerva Cuevas, Joaquin Segura, Martin Soto Climent, Arturo Hernández Alcázar sono solo alcuni dei coprotagonisti di questa esperienza. Non ci facciamo mancare neanche l’organizzazione del nostro secondo Encounter nella fantastica sede di Biquini Wax, artist run space ospitato in un appartamento privato, dove mostre e vita quotidiana si mescolano inconfondibilmente. Con Daniel Guilar Ruvalcaba e Sandra Sánchez discutiamo a lungo sul ruolo delle istituzioni, argomento che riprenderemo ancora in occasione dei simposi a Copenaghen (Between the Discursive and the Immersive, Louisiana Museum) e ad Arles (How Institutions Think, Luma Foundation), quest’ultimo in compagnia dei nostri colleghi del Bard College di New York, della Saint-Martin di Londra e de Le Magasin di Grenoble. Tre giorni per scambiare le nostre opinioni, esperienze, ambizioni, in un clima incredibilmente stimolante.

Arseny Zhilyaev, Anton Vidokle de Kosmos Recreation Centre, 2016 - de Appel, Amsterdam 2016 - photo Antonio Picascia
Arseny Zhilyaev, Anton Vidokle de Kosmos Recreation Centre, 2016 – de Appel, Amsterdam 2016 – photo Antonio Picascia

ISTITUZIONE E CRISI
Quando arriva il momento di mettersi al lavoro sulla mostra, non siamo noi a scegliere il concept ma è lui a scegliere noi. Parole chiave? Istituzione e crisi. E una domanda portante: come mettere in gioco la nostra esperienza personale in un progetto che sia accessibile a tutti, che non scada nella critica fine a se stessa ma al tempo stesso inglobi le tematiche che hanno accompagnato tutto il nostro percorso?
Il processo di preparazione della mostra finale è la salita più ripida. Il lavoro in gruppo –uno dei fondamenti su cui si basa il programma – si rivela particolarmente difficile, reso ancor più problematico dall’assenza di un direttore. Ogni decisione è frutto di un processo di negoziazione, dove l’idea di partenza viene sezionata, rimaneggiata, smussata fino a diventare tutt’altro, un prodotto collettivo nel quale tutti possono sentirsi a proprio agio ma nessuno si riconosce completamente. Un processo talvolta estenuante, che però ti costringe a ripensare continuamente la tua posizione come curatore, a metterti in discussione, a decidere su cosa val la pena battersi. Un riflessione forzata che difficilmente prende spazio quando si lavora da soli ma che suscita domande cui bisognerebbe essere sempre allenati a rispondere.

UNA MOSTRA, DUE GRUPPI
Alla fine decidiamo di lavorare in due gruppi su due progetti che sono distinti, ma in qualche modo complementari, sotto un (non) titolo unico che è appunto Untitled (two takes on crisis). Il punto di partenza è lo stesso: il concetto di crisi interno a un’istituzione o a essa collegato. Mentre con You Must Make Your Death Public i nostri colleghi Jussi Koitela, Renée Mboya e Asep Topan intendono collocare il concetto di crisi in un contesto più ampio, anche grazie al Co-speaking programme che accompagna la mostra, con Laura Amann e Kateryna Filyuk ci focalizziamo sul “dopo”, ovvero su possibili strategie che un individuo può adottare per gestire una crisi legata a un’istituzione.
Il titolo della nostra mostra, Rien ne va plus? Faites vos jeux!,prende in prestito le formule da casinò ma ne inverte l’ordine usuale per sottolineare come da una situazione in cui niente sembra più funzionare, sia ancora possibile elaborare una propria mossa. Invitiamo undici artisti, facendo dialogare lavori già esistenti (Danilo Correale, Adelita Husni-Bey, Adrian Melis, Okin Collective), nuove produzioni (Artun Alaska Arasli & Brendan Anton Jacks, Yang-Hae Chang Heavy Industries, Adrien Tirtiaux, Arseny Zhilyaev) e performance realizzate in occasione dell’opening (Oto Hudec, Gluklya). Accompagna la mostra un ricco programma di eventi pubblici dai format diversi (performance, screening, workshop, play reading), una piattaforma che aspira a colmare l’assenza di una parte propriamente educational all’interno del programma e che abbiamo pensato come una “scuola” dove sia possibile apprendere strategie per combattere, aggirare, fuggire l’istituzione stessa.

Rien ne va plus? Faites vos jeux! – installation view de Appel, Amsterdam 2016 - photo Antonio Picascia
Rien ne va plus? Faites vos jeux! – installation view de Appel, Amsterdam 2016 – photo Antonio Picascia

PROSSIMI BILANCI
Difficile pronunciarsi con un bilancio conclusivo quando mancano ancora due mesi alla chiusura del programma. Siamo in partenza per Kassel, dove andremo a “spiare” il backstage di Documenta, poi ci aspetta l’opening di Manifesta. Di certo la situazione nella quale ci siamo trovati a seguito del licenziamento di Lorenzo Benedetti ha avuto degli effetti sostanziali sul programma, che la nostra istituzione ospitante non sempre ha saputo gestire adeguatamente. Allo stesso tempo, la scena artistica di Amsterdam, e in particolare la possibilità di uno scambio continuo con gli artisti in residenza alla Rijksakademie e al de Ateliers, offre di per sé l’opportunità di intercettare continuamente persone, eventi, tendenze costituendo uno dei punti forti di questa esperienza. Quando poi c’è anche il sole…

Alessandra Troncone

www.deappel.nl/cp/

 

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Alessandra Troncone
Alessandra Troncone (Napoli, 1984) è critico d’arte e curatore. Dottore di Ricerca in Storia dell’Arte presso l’Università Sapienza di Roma, è stata tutor e docente per il Master di II livello in Curatore di Arte Contemporanea nello stesso ateneo. Dal 2008 al 2012 ha lavorato come Assistant Curator per il MLAC - Museo Laboratorio di Arte Contemporanea di Roma. Caporedattore della rivista “Luxflux - Prototype Arte Contemporanea”, collabora regolarmente con riviste di settore. Attualmente lavora per il Dipartimento di Ricerca del museo Madre di Napoli.

6 COMMENTS

  1. Articolo interessante e indicativo di molti aspetti, in particolare della mentalità dell’aspirante curatore e del curatore tipo. In fondo in fondo si parla quasi solo di dettagli organizzativi: il direttore silurato, il venir meno di uno stage, il viaggio e l’incontro con una lista di nomi. In altre parole nulla di concreto. Si ha l’impressione di gente che viva in un circuito autoreferenziale per cui si conosce e si solidarizza solo tra appartenenti allo stesso ambito di relazioni, ignorando completamente il mondo esterno e ritenendo impossibile che qualcuno pensi che al De Appel si facciano si incentivino e si espongano tante troppe stupidaggini .
    Poi quando arriva il colpo si cade a terra straniti domandandosi da dove arrivi il pugno. Oddio mi hanno tolto la possibilità di avere una carriera! Come se tutto fosse dovuto solo perchè si legge tre o quattro riviste al mese. come se fosse necessario organizzare corsi e iniziative valide per creare centinaia e forse ormai migliaia di curatori. insomma l’utopia di sistemare tutti quei compagni che avevamo nelle scuole d’arte che abbiamo frequentato e che andavano benino in tutto ma non sapevano cosa volevano e non avevano nessun talento particolare ma facili alla chiacchera perchè tanto tempo da vendere. E i visitatori che dicono? quasi tutti artisti e curatori e aspiranti tali , anche lì come in italia. Solo che i soldi sono finiti e anche le illusioni sulle professioni della cultura, dovunque , questa la verità che abituatevi si diffonderà . Più che di estetica e di di arte sembra sentire odore di corporativismo. Speriamo sia la fine del curatore o quantomeno il suo ridimensionamento.
    Dietro la finta professionalità delle borse di studio, degli stage , dei programmi di formazione un mondo di burocrati e di parassiti inconsapevoli.

  2. Il tuo commento mi sembra un tantino esagerato. Certamente questo è un mondo autoreferenziale però tanti curatori sanno benissimo cosa accade nel mondo e ne hanno anche una idea loro, per mondo intendo il pianeta non il mondo dell’arte che è autoreferenziale tanto quanto può esserlo il mondo della finanza, della medicina o di qualunque altra categoria professionale.
    Non penso che il licenziamento improvviso e a tutt’ora non giustificato del direttore di in istituzione internazionale come De Appel sia un dettaglio organizzativo, anzi è tutt’altro che un dettaglio.

    • Sonia un’idea del mondo del pianeta? Ma non farmi ridere.
      In tanta arte d’oggi sopratutto quella che passa alla De Appel o in mostre come Manifesta ci sono più che reale conoscenza del mondo tanti pretesti per artisti e curatori che più che intelettual sono semplicemente delle figure professionali . Qualche curatore ha un’idea del mondo? Ma che significa avere un’idea del mondo? Ma non ti sembra una frase un pó stupidina ? . Ci si preoccupa del pianeta ma di nessuna questione politica ed economica essenziale , tanto per dirne una
      E quindi ideine ideuzze al massimo banalitá buone per tutte le occasioni tutto ben smussato ma idee vere poche . .E si presentano stupidissime installazioni piccole fotografie e oggetti arrangiati. Basta guardarsi indietro nel tempo guArdare l’arte che nel passato è stata prodotta in questo pianeta per rendersi conto di quante cose inutili brutte dilettantesche si producano in quella che gruppi di amici definiscono arte contemporanea.

      • Stupidina è la tua idea che tutto ciò che è stato prodotto in passato sia migliore e significativo di ciò che viene prodotto oggi. La tua visione mi sembra quella tipica del stavamo meglio quando stavamo peggio, de gli amici degli amici, se non sei raccomandato non vai da nessuna parte, ecc. personalmente trovo questa tua analisi nauseante. I curatori e gli artisti dicono la loro facendo il loro lavoro, tu cosa fai oltre a stare a indicare con il ditino dietrologie e inciuci presenti solo nella tua testa? Non ti hanno preso al De Appel a fare il corso per curatori? Oppure alla Rjks a fare quello per artisti?

        • Mai fatto corsi in vita mia cara .
          non farmi dire cose che non ho detto. non ho mai usato la parola “raccomandati”: infatti se fosse questione di raccomandazione sarebbe meno grave. è infatti l’appiattimento verso il basso e l’omologazione tra mediocriil problema di questo tipo di strutture e spesso di un certo tipo di arte.
          Facciamo un gioco. Dimmi che artisti bravi sono usciti di li .

  3. Purtroppo lo stato di crisi richiederebbe una messa in discussione che curatori e artisti non sono in grando di affrontare, per non delegittimare se stessi. Invece che di “curatorial programme” parlerei di “artist programme”. Il curatore è una sorta di regista-artista senza però esserlo. Il risultato è un vuoto sostanziale e imbarazzante.

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