Tutto Francesco Vezzoli in un libro. Un’anteprima

Ali Subotnick e Germano Celant, Dan Cameron e Hans Ulrich Obrist, James Franco e Francesco Bonami, Miuccia Prada e Richard Flood. Chi è l’artista che può vantare un tale parterre di interventi quando gli si dedica una monografia? E sono solo alcuni dei 27 saggi che celebrano Francesco Vezzoli. Qui trovate l’introduzione di Cristiana Perrella, che il libro l’ha costruito.

Francesco Vezzoli, Self-Portrait with Vera von Lehndorff as Veruschka, 2001 - collezione AGI Verona
Francesco Vezzoli, Self-Portrait with Vera von Lehndorff as Veruschka, 2001 - collezione AGI Verona

Luchino Visconti e John Maybury, Édith Piaf e Marisa Berenson, Dynasty e Helmut Berger, Jean Cocteau e Anna Magnani. E ancora Gore Vidal, Bruce Nauman, la pornostar Brad Rock, Marlene Dietrich, Anni Albers, Bianca Jagger, Luigi Pirandello, Eva Mendes, la Venere di Milo, Salvador Dalí, l’imperatore Adriano… l’elenco potrebbe continuare ancora a lungo: da vent’anni Francesco Vezzoli [qui vi raccontiamo la sua mostra – da artista e da curatore – al Museion di Bolzano, N.d.R.] intreccia con la sua opera i fili variopinti ed eterogenei del cinema, della televisione, della moda, della pubblicità, del teatro, della musica, della letteratura, della storia dell’arte su un canovaccio in cui alto e basso, underground e mainstream, pubblico e privato, pop e concettuale sono la trama e l’ordito.
Sotto forma di ricami a piccolo punto, di complesse produzioni video in cui riesce a coinvolgere star internazionali, di performance, fotografie, sculture il lavoro di Vezzoli ha indagato i meccanismi della comunicazione e del potere, affrontando temi spinosi come il divismo, la religione, il sesso, la politica.
Attraverso la contaminazione con elementi commerciali, disdicevoli e melodrammatici, l’opera di Vezzoli ha messo alla prova la rispettabilità intellettuale, la tenuta del radicato sistema di riferimenti che è alla base del mondo dell’arte, in un’epoca in cui questo, e la società tutta, sono consumati e cambiati dalle dinamiche dello star system, dalla spettacolarizzazione, dalla prevalenza del mercato.

Francesco Vezzoli con Lady Gaga durante la performance Ballets Russes. Italian Style (The Shortest Musical You Will Never See Again) – MOCA, Los Angeles 2009
Francesco Vezzoli con Lady Gaga durante la performance Ballets Russes. Italian Style (The Shortest Musical You Will Never See Again) – MOCA, Los Angeles 2009

Possiamo ancora immaginare un’alterità dell’arte rispetto a questi meccanismi?  Possiamo credere che il suo ruolo storico e filosofico sia immutato?
Vezzoli risponde a queste domande traducendo in quadretti a piccolo punto le rigorose geometrie Bauhaus di Joseph Albers, rifacendo Dorian Gray con Veruschka, trasformando Pasolini in un reality show, inscenando una campagna presidenziale americana con Bernard Henry Levi e Sharon Stone come candidati, mettendo insieme il Bolshoi con Lady Gaga, dipingendo di colori brillanti una testa romana originale del I secolo d.C.
La complessa questione di come l’arte si ponga nel mondo post-industriale è affrontata senza semplificazioni da Vezzoli, che rifiuta di risolverla nell’antitesi critica/celebrazione dello status quo a favore di una posizione assai più articolata e, per questo, spesso accusata di ambiguità.  Ma è proprio questo confondere l’ordine, le regole, i confini, l’elemento cruciale del suo lavoro.  Quello attraverso il quale Vezzoli, assumendo su di sé la posizione problematica dell’arte infatuata dai media, dal potere economico e sociale, ne rivela, come in uno specchio ingrandente, gli eccessi e le contraddizioni, dimostrando -senza prendere distanza, senza moralismo, ma anzi esponendosi in prima persona- come il confine tra ciò che è accettabile e ciò che non lo è, sia diventato irreparabilmente fluido.
Non sorprende dunque che il suo lavoro sia controverso e che abbia suscitato spesso dibattito mediatico e reazioni forti. È un’arte che o si ama o si odia.

Francesco Vezzoli, Satire of a Satyr, 2011 - collezione Rennie, Vancouver
Francesco Vezzoli, Satire of a Satyr, 2011 – collezione Rennie, Vancouver

Nato a Brescia, nella provincia lombarda, da una famiglia della media borghesia e formatosi a Londra, alla St. Martins School of Art, quando era da poco finita l’era Thatcher, gli YBAs iniziavano ad affermarsi e la scena notturna londinese era al suo culmine, Vezzoli colloca subito la sua pratica artistica in un territorio anomalo, quello del recupero di un’attività artigianale, decorativa, solitaria e legata al mondo femminile come il ricamo. Le sue prime opere sono ricami a piccolo punto che riprendono gli annunci erotici raccolti dentro le cabine del telefono a Londra, ritraggono personaggi come Jeff Stryker, star del porno, dichiaratamente gay o, ancora, riproducono in miniatura l’opera di Mark Rothko che appare in una scena del film Gruppo di famiglia in un interno di Visconti.
Il ricamo è al centro anche di An Embroidered Trilogy, opera video in tre parti realizzata al ritorno in Italia, che contiene già tutti gli elementi della sua complessa cultura visiva: riferimenti al cinema d’autore al camp, al trash televisivo, all’alta moda, alla club culture londinese. Identificandolo come la controparte privata del divismo, attività in cui le star trovano sollievo dalle nevrosi, dalla solitudine, dalla noia dei tempi morti del cinema, Vezzoli traccia con il suo lavoro una sotterranea storia del ricamo – mania segreta di Silvana Mangano, di Greta Garbo, di Vincente Minelli, di Cary Grant – come studio dei sentimenti, delle ossessioni, della malinconia che non traspaiono dalla superficie dello scintillante mondo dello spettacolo, ma che ne sono il nucleo dolente. “Universali sono le lacrime, è il dolore, che è il tema alla radice di tutto ciò che faccio”, dice l’artista. “Quando si sarà persa la memoria dei personaggi che appaiono nelle mie opere, quando queste saranno un concentrato apparentemente nostalgico d’informazioni incomprensibili, l’unica cosa che sarà leggibile […] sarà il dolore, la disperazione di cui parlano”.
Le lacrime costituiscono un tropo nel lavoro di Vezzoli fin dagli esordi: ricamate in lurex, scendono dagli occhi di donne entrate nell’immaginario collettivo come Audrey Hepburn, Joan Crowford, Maria Callas, rosse come sangue rigano le guance di Anna Magnani. Greed, il profumo che non esiste, al centro di un suo lavoro del 2009, è un’Eau de larmes (acqua di lacrime) e la sua mostra retrospettiva a Doha, in Qatar, nel 2013, ideata con Rem Koolhas e Hans Ulrich Obrist, prende la forma di The Museum of Crying Women. Anche il progetto ancora inedito in cui ha coinvolto Jessica Chastain – che recita la parte della fervente adepta di un’immaginaria Church of Vezzoli – vede il trucco dell’attrice completamente disfatto da un pianto copioso, irrefrenabile, parodistico, mentre dichiara la sua incrollabile “fede” nell’artista. Lacrime e glamour, uno dei tanti ossimori apparenti nel lavoro di Vezzoli che ha il raro dono di esser divertente a proposito di cose serie e serio a proposito di quelle divertenti, trasformando il sacro in profano e viceversa.

Francesco Vezzoli - Rizzoli 2016
Francesco Vezzoli – Rizzoli 2016

Un capovolgimento che non è solo esercizio di acume sovversivo ma che esprime una continua riflessione sulle gerarchie di valori che governano la società contemporanea e il desiderio di metterle in dubbio, di sabotarle, espresso dall’artista anche nel concepire i suoi impegnativi progetti espositivi. Ospitato nei più importanti musei e centri d’arte del mondo, in un percorso di mostre che pochi della sua generazione sono riusciti a mettere insieme, Vezzoli si è confrontato con le istituzioni sempre cercando di analizzarne il ruolo, forzarne il funzionamento e di riflettere criticamente sul meccanismo che regola la relazione artista-museo. Nel far questo ha scelto spesso di intervenire radicalmente sugli spazi a lui dati, come quando trasforma Le Consortium a Digione in una palestra, dove le sue opere video sono mostrate sui monitor posti davanti ai tapis roulant, oppure quando allestisce la galleria Gagosian sulla 21esima a New York come una chiesa, compresa una vetrata policroma che lo ritrae come Cristo Trionfante o, ancora, quando al MAXXI muta l’architettura fluida e futuristica di Zaha Hadid in una galleria settecentesca, ricca di stucchi, broccati e sculture neoclassiche. Se il museo contemporaneo perde la sua aura per diventare altro, al contrario, a Parigi, uno degli edifici del potere burocratico, il Palais de Iéna, si trasforma in un museo pop up, aperto solo per un giorno, appunto il 24 Hours Museum, a sua volta però più simile a una discoteca che a un luogo dell’arte.

Cristiana Perrella, Francesco Vezzoli e Mariuccia Casadio
Cristiana Perrella, Francesco Vezzoli e Mariuccia Casadio

Per restituire tutta la complessità del lavoro di Vezzoli, la sua natura caleidoscopica e multiforme in questa che è la prima monografia dedicata a presentare integralmente la sua opera dagli esordi a oggi, si è scelto di affidarne il racconto e l’interpretazione a una polifonia di voci. Ventisette autori: curatori, critici, direttori di museo, un archeologo ma anche personalità dei campi disciplinari diversi dall’arte nei quali l’artista ha spesso sconfinato. Tutti, in vari momenti, hanno incrociato il loro percorso con quello dell’autore, alcuni sono tra i suoi più cari amici. Ciascuno ha preso in esame un capitolo della produzione di Vezzoli, che spesso l’ha visto partecipe in prima persona o testimone diretto. Il ritratto che ne emerge è a tutto tondo, con interventi che vanno dal rigore del saggio accademico all’affetto del ricordo personale. Insieme a queste voci è possibile ascoltare anche quella dello stesso Vezzoli, che emerge dalle interviste con Hans Ulrich Obrist, Miuccia Prada e James Franco. Né manca una sezione “glossy” che dà conto di come Vezzoli, portando alle estreme conseguenze la sua indagine sui media e sul loro potere, sia diventato da studioso della celebrità una celebrità lui stesso, protagonista di servizi di moda accanto a modelle famose, ritratto insieme a sua madre da Annie Leibovitz, star sulla copertina di Fantastic Man o di Vogue Uomo. Parafrasando Gore Vidal, si può dire che non perda un’occasione per fare sesso e andare in televisione.
La varietà dei contributi di questo libro e la grande ricchezza dei materiali iconografici sono cucite insieme a perfezione nell’eleganza della veste grafica concepita dal celebrato art director Patrick Li.
Nelle pagine di questo libro si dispiega dunque la fantasmagoria degli interessi, delle ossessioni, delle idiosincrasie di un artista che è fra gli osservatori più vigili e perspicaci della contemporaneità. Da questa visione complessiva emerge la coerenza di un lavoro nel quale temi, figure, idee tornano a presentarsi, approfondendosi, nella ricchezza e nella varietà delle forme. Vezzoli ha esplorato le leggi del desiderio nella società dello spettacolo, i meccanismi crudeli che governano la fama, le perverse cerimonie dell’esibizionismo e del narcisismo, le questioni del genere e dell’identità, il volto ambiguo del potere. Tutti questi nuclei di riflessione sono legati indissolubilmente alla figura dello stesso artista, ai suoi sogni, fantasie e proiezioni, che nascono da un immaginario culturalmente onnivoro e da una sensibilità acutissima. Vezzoli ha scelto in maniera deliberata di utilizzarli per scandagliare la superficie luccicante del mondo, warholianamente consapevole che su di essa già tutto è dato.

Cristiana Perrella

Francesco Vezzoli
a cura di Cristiana Perrella
Rizzoli, New York-Milano 2016
Pagg. 370, € 130
ISBN 9788817063722
www.rizzoli.eu

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