Reverse Chronology

Nel 1970 Gino De Dominicis realizza un’opera Senza titolo che consiste in due fotografie accostate. Nella prima vediamo il volto di un uomo giovane, nel fiore degli anni; nella seconda, a destra, vediamo un uomo anziano. La posizione è la stessa: primo piano, soggetto centrale, sguardo puntato verso l’obiettivo. Anzi, i due uomini non solo indirizzano lo sguardo nella stessa direzione, ma hanno lo stesso sguardo: infatti sono la stessa persona, fotografata però a distanza di molti anni.

Reverse Chronology - photo Marco Senaldi

Gino De Dominicis era ossessionato dal problema dello scorrere del tempo e da quello dell’immortalità, e Senza titolo (1970) concerne indubbiamente quella questione.
Pensando al tempo passato da quando l’opera è stata realizzata a oggi, si potrebbe forse aggiungere un terzo ritratto del soggetto, ormai vecchissimo, oppure sul letto di morte; d’altra parte, accanto alla foto dell’uomo da giovane si sarebbe potuta inserire un’altra foto, dello stesso uomo da ragazzo, o addirittura da bambino. Ma qui non si tratta di descrivere lo sviluppo della personalità di un determinato individuo – la sua storia personale, per così dire – ma di soffermarsi su un mistero molto più originario, cioè quello per cui lo stesso uomo, qualunque esso sia, col passare del tempo, pur restando lo stesso, cambia profondamente o, come si dice volgarmente, invecchia.
C’è però un secondo elemento che non dobbiamo trascurare: certo, noi possiamo osservare una cosa che cambia nel tempo, ma non possiamo astrarre noi stessi dal tempo che passa, ossia possiamo osservare una cosa che cambia, ma nell’osservarla cambiamo anche noi stessi. Se avessimo conosciuto quest’uomo da giovane, lo avremmo visto lentamente invecchiare, ma per poterlo seguire in questo processo avremmo dovuto invecchiare insieme a lui, e solo nel lento trascorrere del tempo ci saremmo accorti della differenza tra lui giovane e lui anziano. Quello che ci permette invece di fare un confronto così stringente tra due età della stessa persona è il mezzo fotografico. La fotografia si colloca, per così dire, fuori dal tempo e il tempo, per le immagini, sembra non passare mai. Il giovane uomo, considerato da solo, potrebbe essere chiunque, anche qualcuno morto da tanto tempo; assume il suo senso grazie a ciò che è divenuto da vecchio, che è un vecchio solo in quanto era stato un giovane; ma noi possiamo giudicare questa asimmetria interna all’identità di quest’uomo solo grazie allo stridente accostamento delle due immagini fotografiche.

Gino De Dominicis, Senza titolo, 1970
Gino De Dominicis, Senza titolo, 1970

Se però si osserva questa foto scattata di recente in una qualunque città occidentale, si vede subito che il confronto operato da De Dominicis è stato a sua volta invertito: il vecchio a sinistra è chiaramente lo stesso giovane a destra, solo che quest’ultimo non lo precede nel tempo, ma lo segue! Il sottinteso pubblicitario è evidente: se anche tu ascolterai la nostra musica, comprerai le nostre t-shirt, farai il nostro sport, tornerai giovane… Ma fatalmente il messaggio trae con sé un alone di ambiguità, sottolineato dallo sguardo vagamente perverso dei due personaggi: non sembrano entrambi in qualche modo zombie o vampiri, spettri sopravvissuti alla loro stessa morte? E, soprattutto, la cosa più inquietante non è forse proprio la duplicità dello stesso individuo? Anche in un semplice dettaglio della cultura popolare sembrano avverarsi le profezie dell’arte: l’enigma dell’immortalità così efficacemente toccato da De Dominicis è diventato ormai la nostra preoccupazione quotidiana, che cerchiamo di risolvere con il lifting, lo shopping o, semplicemente, il photo-shopping.
Ma il prezzo della nostra reverse chronology personale sarà nientemeno che l’irreparabile lacerazione della nostra stessa identità.

Marco Senaldi

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #15

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Marco Senaldi
Marco Senaldi, PhD, filosofo, curatore e teorico d’arte contemporanea, ha insegnato estetica e arte contemporanea in varie istituzioni accademiche tra cui Università di Milano Bicocca, IULM di Milano e Accademia di Brera. Ha curato mostre internazionali fra cui "Critical Quest" (1993), "Cover Theory" (2003), "Il marmo e la celluloide" (2006), "Fuori Fuoco – visioni video" (2012). Ha pubblicato numerosi saggi mettendo a confronto filosofia, cinema e arte, tra cui "Enjoy! Il godimento estetico" (2003, 2006 II ed.), "Doppio sguardo. Cinema e arte contemporanea" (2008), "Arte e Televisione. Da Andy Warhol a Grande Fratello" (2009), "Definitively Unfinished. Filosofia dell’arte contemporanea" (2012), "Obversione. Media e disidentità" (2014) e recentemente "Duchamp.La scienza dell’arte" (2019). È autore televisivo di programmi culturali per Canale 5, Italia Uno e RAI Tre e sta realizzando il programma a puntate "Genio & Sregolatezza su arte e storia in Italia" per RAI Storia; suoi articoli sono apparsi su il manifesto, Corriere della Sera, D-donna – la Repubblica, Interni, Alfabeta2 ; collabora dagli Anni Novanta con Flash Art; firma la rubrica “In fondo in fondo” su Artribune.

3 COMMENTS

  1. Un artista molto sopravalutato, come molti altri del resto; vedi Boetti, Clemente, Penone, etc. Se questi fossero dei capisaldi di una cultura, perché i loro allievi, quelli cioè che li hanno riconosciuti come loro maestri, si sono persi in così periferici rigagnoli?

  2. Non sembra nemmeno un lavoro di De Dominicis : gli
    amanti del banale ci possono pure ricamare sopra ma
    continua a odorare di fondo di magazzino.
    Quanto a Branson/virgin é possibile che sia lui a voler
    convincere sé stesso oltre che gli altri secondo una nota
    dialettica .
    Nelll’ostentata eccentricitá pure De Dominicis
    voleva entrare nella propria parte: si sa che ogni mezzo é
    Lecito ma dopo un pó di anni le strategie e i ricami fanno meno
    Effetto e le leggende si trasformano in qualcosa di patetico.
    Sí sicuramente un simpaticone ma anche tanto sopravvalutato

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