Basta coi soliti artisti. Riscoprire le meteore del passato con Elena del Drago

Conformismo: è questo uno dei peggiori mali che Elena del Drago individua nel panorama attuale del contemporaneo. “Ormai in Italia si vanno sempre a battere i sentieri più conosciuti, non esiste il coraggio della scommessa, della scoperta, dell’investimento intellettuale”. L’abbiamo intervistata alla vigilia di una serie di mostre dedicate alle nostre meteore.

Elena del Drago

Lei sceglie di combattere il conformismo italico ripartendo dal (recente) passato: andando a riscoprire le “meteore” dell’arte italiana, artisti che hanno vissuto momenti di fulgore creativo, ma che poi per qualche motivo, spesso per scelta, sono tornati nell’ombra. Lo fa a Roma, Elena del Drago, con un ciclo di mostre a Palazzo Taverna, nello spazio che fu di Paolo Bonzano ma che oggi è del tutto avulso proprio da quel sistema così conformista. Si inizia da una personale di Ferruccio De Filippi: ci racconta tutto direttamente la curatrice.

Oggi in Italia per fare ricerca nel contemporaneo bisogna guardarsi dietro le spalle?
L’impressione è proprio questa, mi sembra che oggi ci sia una situazione di prevedibilità assoluta. Siamo al paradosso che all’inizio dell’anno si potrebbe prevedere – più o meno – chi vincerà un certo premio, chi parteciperà a una certa residenza o studio program, chi avrà una personale in questa fondazione o in quel museo. Sempre gli stessi attori e gli stessi registi, una dinamica un po’ troppo ristretta…

Meglio quindi andare a riscoprire le “meteore” del passato…
Credo sia importante e utile dare spazio oggi ad artisti che per qualche strano motivo, biografico, contestuale, o semplicemente per caso, non sono riusciti ad entrare strutturalmente nel sistema dell’arte. Diamo il via a questo ciclo di mostre proprio con uno scopo di ricerca: mi concentrerò su artisti che già seguo e stimo, ma che anche per indole non hanno avuto la tempra – mondana, se vogliamo – di rimanere all’interno del sistema dell’arte. Mi piacerebbe tornare a suscitare “stupore” in chi visita una mostra di arte contemporanea.

Ferruccio De Filippi, Quando eravamo figli del sole, 2000
Ferruccio De Filippi, Quando eravamo figli del sole, 2000

Come nasce l’idea di questa serie di mostre? E dove si terranno?
Queste cose a volte nascono per caso. Il caro amico Paolo Bonzano, purtroppo scomparso troppo presto, aveva il suo spazio molto vitale proprio a Palazzo Taverna, che poi è stato preso in gestione da Cities Reference, un sito internet di vacation rental che quindi – essendo un’agenzia virtuale – utilizza soltanto in parte la location. Parlando con i gestori, è nata l’idea di utilizzarla per queste mostre, con la premessa di poter agire in assoluta libertà: loro lo fanno solo per passione e amore dell’arte contemporanea, senza pensare a nessun “ritorno” se non di immagine.

Ci racconti l’artista scelto per l’esordio?
Il primo artista è Ferruccio De Filippi, uno dei protagonisti della stagione degli Anni Settanta a Roma, presente anche nella collettiva che aprirà il 16 dicembre al Palazzo delle Esposizioni, ma che non fa mostre da moltissimi anni, almeno una ventina.

Ci anticipi qualche altro nome, magari con un aneddoto incontrato nel lavoro di ricerca?
È un’impresa! Anche nel caso di De Filippi, lui non voleva fare questa mostra: oggi vive in campagna, coltiva il suo giardino, quando gli ho proposto la mostra è caduto dalle nuvole. “non ci penso neanche”, mi ha detto, “io ormai sono un giardiniere, allora seguivo delle necessità, dei desideri, che poi si sono esauriti, oggi non ho più niente da dire”. Parole impensabili da udire da un artista inserito nel sistema di oggi, molto “imprenditoriale”. Sono in contatto con altri due personaggi – un uomo e una donna – ma debbo lottare per convincerli a esporre, per loro è difficile rientrare in questo ordine di idee, quello di mostrare i propri sogni…

Una ceramica di Ferruccio De Filippi
Una ceramica di Ferruccio De Filippi

Concludiamo tornando all’inizio: perché? Perché in Italia si investe sulle certezze, perché a certi livelli la ricerca è del tutto assente?
A me sembra che ci sia molto conformismo, è questa la parola d’ordine, a più livelli. Anche i giovani curatori, che hanno in mano spazi anche istituzionali, mi sembra che stiano osando meno di quanto potrebbero. Si ha poco coraggio, come al solito, anche di guardare a casa propria. Una esterofilia incurabile, a tutti i livelli, e sempre su artisti consolidati. Come dicevo, lo stupore è qualcosa del tutto avulso dal panorama attuale: è anche un problema estetico, oggi lo stupore si chiede sempre più alla tecnologia e sempre meno all’arte. È come se l’ultimo iPhone fosse in grado di regalarci delle emozioni straordinarie, è come se invece l’arte questa cosa non la cercasse più. Io credo sia importante tornare a dare valore a sensazioni anche epidermiche, non solo razionali…

Massimo Mattioli

Roma // inaugurazione 5 novembre 2013 ore 18
Ferruccio De Filippi – Veneri in astronave
a cura di Elena del Drago
PALAZZO TAVERNA
Via di Monte Giordano 36
06 48903612
[email protected]

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Massimo Mattioli
É nato a Todi (Pg). Laureato in Storia dell'Arte Contemporanea all’Università di Perugia, fra il 1993 e il 1994 ha lavorato a Torino come redattore de “Il Giornale dell'Arte”. Nel 2005 ha pubblicato per Silvia Editrice il libro “Rigando dritto. Piero Dorazio scritti 1945-2004”. Ha curato mostre in spazi pubblici e privati, fra cui due edizioni della rassegna internazionale di videoarte Agorazein. È stato membro del comitato curatoriale per il Padiglione Italia della Biennale di Venezia 2011, e consulente per il progetto del Padiglione Italia dedicato agli Istituti Italiani di Cultura nel mondo. Nel 2014 ha curato, assieme a Fabio De Chirico, la mostra Artsiders, presso la Galleria Nazionale dell'Umbria di Perugia. Dal 2011 al 2017 ha fatto parte dello staff di direzione editoriale di Artribune, come caporedattore delle news.