Hou Hanrou: ecco il mio Maxxi

La presentazione ufficiale è avvenuta ieri 29 agosto. Il nuovo direttore del Maxxi ha illustrato in maniera compiuta e articolata la propria visione dell’arte e della missione del museo. Parole che meritano di essere riportate integralmente. E noi lo facciamo: ecco lo statement di Hou Hanru per il museo di Roma.

Hou Hanru - MAXXI, Roma - photo ©Musacchio & Ianniello

Quali sono le arti e quali le istituzioni che le rappresentano nel XXI secolo? È questo il quesito principale legato al nome stesso “MAXXI” (Museo nazionale delle Arti del XXI secolo). Porsi la domanda significa riflettere con onestà sulla questione dell’appartenenza e della rappresentazione del XXI Secolo. L’arte del nostro tempo dovrebbe iniziare ad affrontare questi interrogativi. Il MAXXI non dovrebbe essere un museo di tipo tradizionale. Dovrebbe fondarsi su una serie di nuovi quesiti che indaghino il rapporto tra arte e società, istituzione e pubblico. Come diventare quindi uno spazio realmente aperto e produttivo in grado di rivendicare un ruolo sociale per la creazione artistica senza costituire soltanto una “fabbrica”? Come essere un autentico laboratorio gestazionale di valori condivisi e delle rispettive espressioni artistiche, promotrici di un’aspirazione a un mondo migliore? Un’altra serie di quesiti di natura più “tecnica e immediata” riguarda, inoltre, il percorso da seguire per giungere ad acquisire – a livello nazionale e internazionale – una posizione di leadership in un settore che riemerge da una crisi esistenziale.
Come trovare, mettere in moto e sostenere le energie vitali necessarie per alimentare tale processo?
Alla fine, il nodo centrale è come trasformare il Museo e la città di Roma in un nuovo centro propulsore del circuito artistico mondiale (che includa l’architettura, il design, le performing art, i saperi e le espressioni artistiche della contemporaneità) per una nuova ecologia della creatività…

Alighiero Boetti, Mappa, 1971-73, MAXXI - Museo nazionale delle arti del XXI secolo, Roma, Foto Roberto Galasso, Courtesy Fondazione MAXXI
Alighiero Boetti, Mappa, 1971-73, MAXXI – Museo nazionale delle arti del XXI secolo, Roma, Foto Roberto Galasso, Courtesy Fondazione MAXXI

Il filosofo italiano Giorgio Agamben ci propone di riflettere sulla nozione di “contemporaneo”: “Nietzsche situa […] la sua pretesa di attualità, la sua ‘contemporaneità’ rispetto al presente, in una sconnessione e in una sfasatura. Appartiene veramente al suo tempo, è veramente contemporaneo colui che non coincide perfettamente con esso né si adegua alle sue pretese ed è perciò, in questo senso, inattuale; ma, proprio attraverso questo scarto e questo anacronismo, egli è capace più di agli altri di percepire e afferrare il suo tempo […]. Un uomo intelligente può odiare il suo tempo, ma sa in ogni caso di appartenergli irrevocabilmente, sa di non poter sfuggire al suo tempo. La contemporaneità è, cioè, una singolare relazione con il proprio tempo, che aderisce a esso, e insieme, ne prende le distanze; più precisamente, essa è quella relazione con il tempo che aderisce a esso attraverso una sfasatura e un anacronismo. Coloro che coincidono troppo pienamente con l’epoca, che combaciano perfettamente con essa, non sono contemporanei perché, proprio per questo, non riescono a vederla, non possono tenere fisso lo sguardo su di essa” (Che cos’è il contemporaneo?, Nottetempo, Roma 2008, pp. 8-10).
È quindi possibile fornire una o più visioni del tema “Arte e architettura”, e dunque della creatività in senso lato, “nel XXI secolo”, in un’epoca di globalizzazione (di alcune ideologie dominanti e modelli egemonici basati su consumo e comunicazione immediati, in una sorta di “presentismo”) e di resistenze da parte del locale. In altri termini, si tratta di capire come può una istituzione divenire il generatore di concezioni e forme plurime di un “glocal” in perenne divenire. In realtà, assistiamo a un ulteriore stato di conflitto e a una crisi ben più profonda: l’assordante e mortificante strapotere della logica della società dello spettacolo, della mercificazione e della “spettacolarizzazione” della produzione artistica e culturale. Può una istituzione come il MAXXI, una istituzione di mainstream, costituire un baluardo critico ma costruttivo per affrontare un simile contesto? Può essa servire il pubblico incrementando le opportunità di accesso al pensiero critico e di partecipazione alla creazione di un nuovo spazio di democratica espressione?

Trussardi, Melandri, Hou Hanru, Veaute, Spano - MAXXI, Roma - photo ©Musacchio & Ianniello
Trussardi, Melandri, Hou Hanru, Veaute, Spano – MAXXI, Roma – photo ©Musacchio & Ianniello

Se la logica della società dell’intrattenimento si fonda sulla “musealizzazione” e sulla “spettacolarizzazione” di tutto e, in particolare, dei processi creativi nel loro farsi, come è possibile conservare e sostenere la vitalità e le energie dell’istituzione museale, quale luogo di produzione di visioni, immagini e saperi?  E come possiamo far sì che venga tutelata la diversità degli spazi museali a fronte di una “omologazione” delle istituzioni culturali?
Il XXI secolo è il secolo delle nuove tecnologie, di un nuovo modello di comunicazione e di economia. È anche l’epoca in cui il concetto di realtà e la percezione del reale attraversa una ridefinizione radicale nel processo di negoziazione tra “realtà virtuale” e realtà “condivisa” (quella “analogica”), in un contesto caratterizzato dalle difficoltà di identificazione del “reale” di ogni giorno, dalle aspirazioni a una realtà “più aperta” al futuro, da una nostalgica, seppur critica, rivisitazione della realtà “dimenticata” del passato e dall’impatto legato all’incontro con le diverse realtà planetarie determinate dai crescenti spostamenti di persone e informazioni (ivi incluse le immagini)… L’aspetto di maggior rilievo è, naturalmente, determinato dal fatto che questo è un secolo in cui si va affermando una società innovativa, globalizzata e sperimentale alle prese con l’incertezza e addirittura con il crollo degli ordinamenti e dei sistemi politici precostituiti, nonché dei valori socialmente condivisi. Quali devono essere, pertanto, le risposte da parte di arte, cultura e intelletto? Stiamo affrontando una situazione diversa dai tempi della nascita di musei, quali il Centre Pompidou, il Museo Guggenheim di Bilbao, la Tate Modern, il MoMA di New York, contrassegnati dall’“euforia” nel settore dei servizi, dello spettacolo, degli eccessi consumistici e così via. Siamo in un’epoca contraddistinta dalla complessità, dalla contaminazione, dall’intensità, dall’eclettismo, dalla tattica, dalla negoziazione, dalla rappresentazione, dalla teatralità, da iniziative puntuali ma continue… animate da credenze e decisioni di diversa provenienza. E’ anche il tempo in cui è importante conservare l’elemento legato alla poesia, l’immaginazione, l’umorismo, la lentezza, la distanza, l’essenza – in ultima analisi, il piacere dell’estetica, nonché “le partage du sensible”.
Ciò provoca una “naturale” istanza di ricerca di nuovi modelli di museo. Vi è, allo stato attuale, una urgente necessità di sperimentazione che preveda la costituzione di un sistema dinamico e complesso di attività e di spazializzazione: il museo (MAXXI) dovrebbe essere incentrato sulla ricerca e guidato da essa, dovrebbe rappresentare un laboratorio, un sito di produzione creativa e di documentazione dei segni del contemporaneo (attraverso la raccolta, archiviazione, pubblicazione, distribuzione, comunicazione e condivisione), che sottolinei l’importanza della creatività contemporanea (arte e architettura intese non solo come oggetti, ma anche come concetti, progetti, processi e, infine, dimostrazione della possibilità di immaginare una società nuova e migliore…).

Giorgio Agamben
Giorgio Agamben

L’esordio del XXI secolo, tuttavia, è avvenuto anche sotto il segno di una realtà in crisi. In Occidente, il prevalente capitalismo neoliberista sta sempre più erodendo la logica assistenziale statale e la democrazia sociale raggiunta nel periodo post bellico. L’originale progetto sociale e politico di Comunità Europea si è rapidamente trasformato in un processo di negoziazione economico-finanziaria atta a fronteggiare i meccanismi di controllo e di predominio del capitalismo globalizzato. La sopravvivenza della maggior parte della collettività è minacciata da disoccupazione, povertà, collasso dei servizi sociali (sanità, istruzione e cultura), privatizzazione di spazi pubblici in aggiunta a catastrofi ambientali e ai danni all’ecosistema, mentre un po’ ovunque si affacciano razzismo e varie forme di estremismo. La nostra sfera privata è a repentaglio per via di una pervasiva e schiacciante cultura della paura. Il quadro è ulteriormente complicato dai conflitti geopolitici e dalle contraddittorie evoluzioni, financo rivoluzioni, che interessano il pianeta, mentre all’orizzonte sorgono “nuove potenze” in alternativa all’Occidente. Nell’epoca della globalizzazione questi nuovi mutamenti geopolitici e geoculturali ci coinvolgono con maggiore o minore immediatezza. Vi è una urgente necessità di predisporre nuovi progetti in ambito sociale che permettano l’uscita dalla “crisi”. Ciò costituisce una immensa sfida per la nostra immaginazione e per l’elaborazione artistica. Si tratta anche di una enorme opportunità per gli intellettuali, gli artisti, gli architetti e per tutte le menti creative del nostro tempo, pubblico incluso (la cui attiva partecipazione costituisce parte essenziale del “milieu”) di sviluppo di nuove idee, visioni, progetti e strategie attraverso cui esprimere l’aspirazione a un coinvolgimento nel nuovo contesto sociale. Si affacciano, pertanto, varie e innovative proposte dai forti contenuti “ideali” e creativi da impiegare a favore delle nostre vite, della collettività. L’arte ha recuperato la sua vocazione sociale. E’ più che mai necessario inventare istituzioni che siano luoghi di produzione, presentazione e scambio di queste nuove iniziative artistiche…
La soluzione alla “crisi dell’arte”, e la sfida per l’istituzione museale, sono contenute nella capacità di rispondere ai seguenti quesiti: quale deve essere la nuova definizione di attività artistica attraverso la negoziazione critica dell’esistente e dello scontato, ovvero di accademismo e populismo – due forme dogmatiche, peraltro corrotte, di democrazia;  come procedere tra stabilità e divenire, tra nuovo e memoria… e addivenire a soluzioni creative per l’espressione delle libertà individuali e dell’interesse comune, che diano voce alle moltitudini?

Il Maxxi  di Roma
Il Maxxi di Roma

Il processo di avvio, concepimento e realizzazione del MAXXI, estesosi nell’arco di un decennio, ha incarnato una ambiziosa istanza politica e culturale della società italiana alla ricerca di una nuova identità culturale nell’epoca della costruzione europea e della globalizzazione della creatività contemporanea. Al contempo, la sua realizzazione ed evoluzione si è dimostrata complicata, contraddittoria e sorprendentemente incerta, nonostante l’impegno dedicato all’ elaborazione di una interessante programmazione, alla costituzione di valide collezioni e ai considerevoli risultati ottenuti. In ciò vi è il riflesso delle vibranti e complesse interazioni tra l’universo creativo, il potere politico e i molteplici tipi di pubblico coinvolti nel dibattito e nelle tattiche per gli orientamenti futuri della società e la definizione del ruolo di cultura, arte, architettura e urbanità nella costituzione di questo futuro. Ciò implica una dimensione decisamente internazionale e globale, poiché il caso dell’Italia è “esemplare” alla luce delle contraddittorie trasformazioni sociali in atto nel mondo, oscillanti tra entusiasmo e timore di fronte ai grandi cambiamenti.
Sta avvenendo un appassionante incontro tra dinamiche dell’universo creativo e nefanda instabilità politica italiana, profondamente congiunte con quell’“impulso futurista” che un secolo fa ha fatto da contrappeso alla storia. In questo Paese vi è un pregresso alquanto contraddittorio, ma assolutamente affascinante in termini di urbanità e modernità (dall’antica Roma alle città contemporanee, passando per le città-stato rinascimentali) che possono continuare a ispirare le attuali modalità di invenzione artistica. Per molti il tema dei rapporti tra urbanità, abitazione, città e stili di vita tradizionali riveste una importanza imprescindibile. L’originario progetto del MAXXI, metafora delle forme della città e dell’infrastruttura, incarna l’immagine di queste relazioni. In altri termini, lo studio della cultura urbana costituisce un fertile terreno creativo in un momento di ridefinizione del ruolo delle attività a fronte di un nuovo e incerto contesto sociale. Ciò fornisce un ideale terreno di incontro, interazione e reinvenzione delle diverse forme di creatività, dall’arte all’architettura, passando per molte altre discipline. In questo contesto risiedono le basi più solide per le arti del nostro secolo.
Alla luce della posizione unica che l’Italia occupa nello scacchiere storico e geopolitico, è importante evidenziare alcuni aspetti dei mutamenti che interessano l’area del Mediterraneo. L’Europa non esisterebbe senza considerare questa entità geografica. Al contempo, i contatti che da sempre l’Italia intrattiene con il resto del mondo e con l’Asia in particolare (risalenti all’epoca della Via della Seta, a Marco Polo e a Matteo Ricci, per giungere, in una ideale continuità, a figure dell’epoca moderna e contemporanea, quali Michelangelo Antonioni, Alighiero Boetti, Francesco Clemente, Bernardo Bertolucci e vari altri) permettono una significativa “prossimità” alle aree del mondo più dinamiche in termini di innovazione e sviluppo applicati alla progettazione urbana e alla creatività. Nel frattempo, l’Italia si è evoluta da paese di emigrazione a terra di immigrazione. Ciò comporta trasformazioni notevoli per la cultura urbana, per l’immagine di una società globalizzata… Che può essere un luogo migliore. Tramite il coinvolgimento in questo processo, il MAXXI può diventare un microcosmo che riflette il quadro mondiale, stabilendo stretti e attivi rapporti con i circuiti internazionali della creatività.
Il MAXXI dovrebbe essere un luogo di sperimentazione e dibattito. Dovrebbe porsi come una nuova agora, che dia voce tanto agli artisti che al pubblico nel processo di costituzione di un luogo migliore in cui vivere e sperimentare idee creative.

Hou Hanru

www.fondazionemaxxi.it

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Hou Hanru
Hou Hanru è un critico e curatore che vive tra Parigi e San Francisco. Nato nel 1963 a Guangzhou, in Cina, si è laureato all’Accademia Centrale di Belle Arti di Pechino. Dal 2006 al 2012 è stato “Director of Exhibitions and Public Programs” e “Chair of Exhibition and Museum Studies” al San Francisco Art Institute. Ha curato numerose mostre in tutto il mondo e diverse Biennali, tra cui, alla Biennale di Venezia, il Padiglione Francese nel 1999, la mostra Z.O.U – Zone of Urgency nel 2003 e il Padiglione Cinese nel 2007; la Biennale di Shanghai nel 2000, quella di Tirana nel 2005, quella di Istanbul nel 2007 e quella di Lione nel 2009. Co-direttore del primo “World Biennale Forum” di Gwangiu nel 2012, è il curatore della quinta Triennale di Auckland (maggio-agosto 2013, Auckland, Nuova Zelanda). È stato consulente in numerose istituzioni internazionali, tra cui Walker Art Center (Minneapolis) e Solomon R. Guggenheim Museum (New York). Collabora regolarmente con riviste internazionali d’arte, tra cui "Flash Art International", "Art in America", "Art Asia Pacific", "Yishu", "Art-It”.