La nuova Vanessa Beecroft è Luca Rossi. Parola di Giacinto Di Pietrantonio

Insegna all’Accademia di Brera e dirige la GAMeC di Bergamo, con un programma di mostre temporanee che sonda con molta attenzione la scena delle nuove promesse. “Mi avvalgo della facoltà di rispondere”: così Giacinto Di Pietrantonio, per una chiacchierata che guarda al presente e immagina il futuro.

Giacinto Di Pietrantonio

Partiamo dalla solita disfida tra uovo e gallina: se il giovane artista italiano fatica a trovare riconoscimento, specie all’estero, è colpa sua o di un sistema che non lo sostiene a sufficienza?
Negli ultimi anni mi sembra che il problema sia più dei giovani artisti che dei giovani critici e curatori: questi ultimi mi sembra stiano emergendo, in Italia, e riescano a farsi valere anche in un contesto più ampio, ma bisogna vedere quanto di questo loro “potere internazionale” verrà speso per sostenere anche l’arte italiana. A volte si ha l’impressione che questa internazionalità la si acquista e la si mantiene solo perché ci si occupa di artisti stranieri. Quanto agli artisti, l’invito è a non aspettare regali da nessuno: aiutati che Dio t’aiuta! A volte l’impressione è che il loro orizzonte sia limitato, che giochino per vincere il Campionato nazionale, quando in ballo c’è la possibilità di conquistare il Mondiale.

Si può obiettare la ben nota questione delle possibilità e dei mezzi, che in Italia non sono paragonabili a quelli messi in campo altrove.
È vero fino a un certo punto: ai loro tempi Francesco Vezzoli e Maurizio Cattelan se li sono trovati, i mezzi. Stessa cosa è successa prima ancora con Arte Povera e Transavanguardia: tutta gente che stava in Italia, mica in America! Quando uno non ce la fa, tende a dare la colpa agli altri.  Un altro vizio italiano.

È però vero che non è così semplice ottenere credito da parte di un’istituzione importante. Tolti concorsi, residenze e premi vari non è semplice entrare nella sfera di interesse di spazi seri.
Non è vero che i giovani non espongono nei musei italiani. Lo vedo in prima persona qui alla GAMeC, ma lo stesso vale in tanti altri spazi italiani, al riguardo l’AMACI ha fatto un’inchiesta e il risultato è che i 26 musei associati dal 2003 al 2012 hanno dedicato 619 mostre monografiche agli artisti italiani e solo 321 agli stranieri. Quindi o non siamo capaci di comunicare questa tendenza, oppure lo facciamo e non veniamo ascoltati.

Giuseppe Gabellone - veduta della mostra presso la GAMeC, Bergamo 2013 - photo Roberto Marossi - courtesy greengrassi, London & ZERO…, Milano - courtesy GAMeC, Bergamo
Giuseppe Gabellone – veduta della mostra presso la GAMeC, Bergamo 2013 – photo Roberto Marossi – courtesy greengrassi, London & ZERO…, Milano – courtesy GAMeC, Bergamo

Scagioniamo quindi il “sistema” e lasciamo il cerino in mano all’artista?
Non del tutto: abbiamo un’eredità locale che a volte diventa localistica, e questo non può non penalizzarci. È una specificità tutta italiana della quale non riusciamo a liberarci, e mi ci metto naturalmente anch’io, in prima fila tra quelli che non riescono a invertire la tendenza! Se chiedi a dieci direttori di musei italiani, o curatori, o critici, eccetera di fare il nome di altrettanti giovani artisti verranno fuori cento persone diverse; quando in Germania, a una richiesta del genere, otterresti una selezione più omogenea, in grado di fotografare una scena nazionale. Noi invece abbiamo questa debolezza ontologica, per cui è impossibile che lo stesso giovane artista graviti in più musei senza che si scateni la gara del “voglio prima farlo io!”. All’estero invece un nome nuovo passa da uno spazio all’altro, e questo lo rafforza e lo rende credibile agli occhi della scena internazionale.

Tu hai seguito i primi passi di Vanessa Beecroft, che dall’Italia invece è riuscita a spiccare il volo…
Ero arrivato a Brera a metà corso, per una supplenza, e ricordo che durante le mie lezioni c’era questa ragazza che continuava a intervenire: faceva domande sempre molto pertinenti, spaziava a tutto campo dalla filosofia alla politica, si capiva che voleva entrare a fondo nelle dinamiche dell’arte. Che voleva fare l’artista: lo vedevi da come si comportava, da come partecipava. Ma non è mai arrivata con il suo book sotto il braccio per chiedere aiuto: lei seguiva il corso in scenografia, all’epoca nemmeno sapevo che in realtà avesse in mente di fare l’artista. Ho saputo da altri che stava portando avanti la sua ricerca e sono stato io a dover insistere per vedere i suoi lavori. Era molto concentrata, oltre che molto brava, naturalmente. La sua determinazione è valsa non poco.

Chi vedi oggi in grado di sfondare?
Ci sono quelli che viaggiano molto, come Francesco Arena, Giuseppe Stampone, Chiara Fumai, e quelli che invece sono più legati alla propria dimensione come Cuoghi e Roccasalva e Presicce: si tratta comunque di gente che ha i numeri per venire fuori molto bene.

Luca Rossi - Versailles
Luca Rossi – Versailles

Ma se dovessi puntare su un nome? Chi è la nuova Vanessa Beecroft?
Non so se sarà una nuova Beecroft, anche perché di Vanessa ce ne è una sola, tuttavia anche se non sono abbastanza attrezzato per stare al passo con lui, secondo me Luca Rossi sta portando avanti un percorso che va assolutamente tenuto d’occhio, però deve mantenere il suo lavoro in Internet, perché è questo il dato nuovo. Se invece, come a volte sembra, vuole esporre in musei e gallerie, il suo lavoro si indebolisce e lo indebolisce anche dal punto di vista critico, perché fa sembrare che quello che fa sia in ultimo solo finalizzato all’entrare nel sistema che sembra criticare.
Dico questo perché la Rete ha un grande futuro: i giovani artisti, anche quelli che non fanno un lavoro online, ragionano oramai in Rete, è cambiato il paradigma. Te ne accorgi anche in Accademia, dove i ragazzi che si iscrivono oggi ragionano in modo differente anche solo rispetto a chi frequentava tre o quattro anni fa. Abbiamo la responsabilità di capirli, e d’altro canto loro hanno quella di darci gli strumenti per farlo. E non parlo necessariamente di gap tecnologico: sarebbe già tanto recuperare il momento delle inaugurazioni negli aspetti che vanno oltre il lato mondano. A New York se vai all’inaugurazione di un giovane puoi imbatterti in Kosuth, Lawrence Weiner … in Italia ci trovi solo gli amici dell’artista. Ma questo avviene pure nel dibattito critico che da noi dopo gli Anni Settanta e parte degli Ottanta si è indebolito, tant’è che da allora ha finito sempre più per interessare l’artista e la sua cerchia, perché nel maggiore dei casi ci trovi soprattutto cose personali e non un esame critico che entra a fondo nelle problematiche.

Francesco Sala

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Francesco Sala è nato un mesetto dopo la vittoria dei mondiali. Quelli fichi contro la Germania: non quelli ai rigori contro la Francia. Lo ha fatto (nascere) a Voghera, il che lo rende compaesano di Alberto Arbasino, del papà di Marinetti e di Valentino (lo stilista). Ha fatto l'aiuto falegname, l'operaio stagionale, il bracciante agricolo, il lavapiatti, il cameriere, il barista, il fattorino delle pizze, lo speaker in radio, l'addetto stampa, il macchinista teatrale, il runner ai concerti. Ha una laurea specialistica in storia dell'arte. Ha fatto un corso di perfezionamento in economia e managment per i beni culturali, così sembra tutto più serio. Ha fatto il giornalista per una televisione locale. Ha condotto un telegiornale che, nel 2010, ha vinto il premio speciale "tg d'oro" della rivista Millecanali - Gruppo 24Ore. Una specie di Telegatto per nerd. E' molto interista.