Il Padiglione Italia di oggi e di domani. Secondo Luca Rossi

Ogni due anni, alla Biennale di Venezia, nei principali padiglioni nazionali siamo abituati a vedere un solo artista, al massimo due. Ogni due anni l’artista cambia, in base a quello che è successo sulla scena del Paese nei due anni precedenti. E in Italia?

Yuri Ancarani, Da Vinci, 2012

Dopo il 2001, e dopo il solito fenomeno Cattelan, cosa abbiamo avuto in Italia? La riproposizione di artisti storici come Pistoletto e Penone non vale. Quale potrebbe essere, pensando a questi ultimi due anni, un artista mid-career che sia italiano e il cui lavoro meriti un intero padiglione? Temo nessuno. Ecco la risposta. L’unico nome che mi viene in mente è Adrian Paci, ma è di origini albanesi, ed è in Italia da metà Anni Novanta.
Questa carenza non è responsabilità degli artisti, ma di un sistema inefficace. In Italia gli artisti rimangono giovani per sempre, eterni Peter Pan, idolatrati precocemente solo in patria e poi abbandonati. Lentamente spariscono con il sopraggiungere dei capelli bianchi. Questa assenza, questo vuoto è motivato da un contesto artistico privo di un confronto critico aperto, onesto, leale e capace. Fatto anche di progettualità differenti. Chi prova a uscire dal sentiero che bisogna percorrere per aspirare a “Gioni” viene isolato e disincentivato. Una dittatura del pensiero unico ben più grave, tremenda e subdola di quella subita da Ai Weiwei.
I motivi di ciò sono due e collegati fra loro: la carenza di una critica d’arte che sia capace anche di divulgare e l’assenza di un pubblico vero per l’arte contemporanea. In Italia mancano i critici, o anche solo persone realmente interessate e appassionate nell’approfondire i diversi percorsi artistici e promuoverli. Mentre ci sono tanti curatori che aspirano a fare gli artisti, possibilmente all’estero; una certa “esterofilia provincialista” ci spinge a guardare all’estero, a guardare fuori casa, quando abbiamo la casa che cade a pezzi. Manca apertura, lealtà e onestà intellettuale, al di fuori di alcuni clan amicali. Al di fuori di alcune relazioni privilegiate, non tanto diverse dalla mafietta delle famiglie italiane, sempre pronte a difendere i propri figli a oltranza, viziandoli e condannandoli. Non ci sono alternative perché non si sono coltivate: servono anni per costruire alternative. Pochi anni fa il lavoro di Yuri Ancarani era come oggi, forse migliore, ma galleggiava e non veniva considerato nel giro che conta. È bastato il “tocco ” di San Maurizio e in pochi mesi Yuri si è ritrovato al Guggenheim, alla Biennale di Venezia e nella scuderia della Galleria Zero… Stesso lavoro, pubbliche relazioni migliori.

Adrian Paci al Jeu de Paume, Paris 2013
Adrian Paci al Jeu de Paume, Paris 2013

Oltre all’assenza di un confronto critico leale, onesto e vitale, che vada oltre “l’essere amico di”, in Italia non esiste un pubblico per l’arte contemporanea. Questa assenza e questa distanza del pubblico hanno radici nella cultura passatista di questo Paese e nell’incapacità  di coinvolgere  il pubblico; ma anche in molti operatori che preferiscono tenere lontano e assente un pubblico che potrebbe diventare scomodo ed esprimere giudizi e opinioni fastidiose. Ed ecco i nostri musei, vere cattedrali nel deserto, insegne vuote dai nomi buffi, che sono lì solo per dimostrare, ostinatamente, la modernità della città, provincia o regione. L’assenza di pubblico significa assenza di riconoscimento politico (vedi le penose vicende tra Amaci e Mibac) e diminuzione dei fondi pubblici e privati.
Assenza di critica e pubblico disincentivano la formazione di artisti con percorsi efficaci, originali e incisivi. Basta confezionare un buono standard o scimmiottare la scena internazionale, e poi lavorare piuttosto sulle pubbliche relazioni. Questo fanno gli artisti italiani, e i Padiglioni dell’Italia degli ultimi sei anni ne sono il risultato. Assenza di critica e di pubblico rende deboli gli operatori anche capaci, ma che non hanno il sostegno e la forza per fare scelte autonome che si discostino dal mainstream o da quelle dinamiche sostenute dalle relazioni “giuste”. L’arte contemporanea in Italia è un teatro con una platea di soli addetti ai lavori; ognuno compiace il suo vicino, ma non collabora con l’altro, la mediocrità generale è l’ombrello sotto il quale ogni addetto ai lavori si sente al sicuro. Ogni proposta è vista come un modo per aumentare il proprio consenso, come fossimo in una campagna elettorale infinita, e non per collaborare alla crescita di un sistema. Non si è mai trattato di polemizzare o distruggere un sistema, quanto di stimolare internamente un confronto capace di vedere le problematiche e risolverle.
Bisogna iniziare da domani a costruire le premesse del Padiglione Italia 2015.

Luca Rossi

http://whlr.blogspot.it/

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