Biennale di Venezia. Dove i Leoni ruggiscono a metà

Se nel complesso questa edizione risulta essere forse la migliore dell’ultimo decennio, non convincono invece del tutto il Leone d’Oro assegnati all’Angola e a Tino Sehgal. L’opinione di Daniele Capra.

Tino Sehgal Leone d'Oro alla Biennale 2013 - photo Italo Rondinella

È sempre arduo valutare il lavoro di una giuria. Complesso perché non si conoscono fino in fondo le dinamiche di valutazione, problematico perché – come non ammetterlo – è anche una questione di opportunità e di gusto. Eppure, nell’intricato groviglio, alcune scelte attuate dalla giuria della Biennale di quest’anno (composta da Jessica Morgan, Sofía Hernández Chong Cuy, Francesco Manacorda, Bisi Silva, Ali Subotnick) sono piuttosto difficili da condividere, e paiono l’esito più dell’occasionalità che non del merito dei singoli premiati. Se infatti i premi alla carriera assegnati a Marisa Merz e a Maria Lassnig sono assegnati dal CdA della Biennale e ci paiono comunque fuori discussione, i Leoni d’Oro assegnati invece dalla giuria risultano decisamente oltre il valore dimostrato (mentre nel caso dei riconoscimenti minori come Leone d’Argento e menzioni è più facile attendersi una maggiore labilità).
È il caso di Tino Sehgal, cui è stato riconosciuto il Leone d’Oro “per l’eccellenza e la portata innovativa del suo lavoro che apre i confini delle discipline artistiche”, per un lavoro che risulta tra i più scontati e meno meravigliosi dell’artista. Chiariamoci: Sehgal è artista di bravura mondiale, un vero e proprio rivoluzionario che ha (re)introdotto nell’arte il concetto di immaterialità e unicità dell’opera, in un modo assolutamente antimoderno e per questo geniale. Le sue opere, dall’azione scenica alla modalità della vendita, dalla modalità di trasmissione alla stessa riproducibilità (scavalcando Benjamin), ne fanno una pietra miliare del nuovo secolo.

Massimiliano Gioni, Paolo Baratta e Marisa Merz - photo Italo Rondinella
Massimiliano Gioni, Paolo Baratta e Marisa Merz – photo Italo Rondinella

Ed è per tutto questo che è stato premiato: il suo è stato un riconoscimento alla carriera ante litteram, mentre l’opera presentata nelle sale de Il Palazzo Enciclopedico presenta una certa monotonia e una scarsa originalità che la rendono dignitosa, ma non certo memorabile. E proprio per un’opera che, rinunciando a essere statica, vive oralmente nel racconto e nella memoria delle persone, la mancanza di incisività è un difetto imperdonabile. Molto poco rispetto ai guardiasala danzanti di This is So Contemporary, molto meno scultorea e icastica di Kiss, meno intrigante di This Progress o del lavoro presentato all’ultima Documenta. Insomma, il Leone è meritato in assoluto per ciò che l’artista ha fatto negli scorsi anni, non certo per quello che ha presentato nella Mostra Internazionale, che ricordava piuttosto Bruce Nauman.
Deve essere invece una ragione di carattere geopolitico (o di sensi di colpa) ad aver fatto vincere il Leone d’Oro per le partecipazioni nazionali all’Angola. Il lavoro di Edson Chagas è molto scolastico: ricorda infatti processi e modalità che si insegnano quotidianamente nella accademie del mondo scolasticamente più avanzato (che può ricordare l’opera realizzata da uno studente dello Iuav), mentre a nostro modesto avviso la collocazione nelle sale di Palazzo Cini risulta invece fondamentale (vantaggiosa, se non furbetta). Difficile capire come la giuria possa aver preso un abbaglio, ma l’assegnazione del Leone a un artista di origine africano, tanto più quando fa l’occidentale, sembra una forma inutile di politicamente corretto che nasconde invece una forma di secondo colonialismo, di natura intellettuale, e quindi più subdolo. Come dire: “Ora che sei come me, ai miei livelli, ci sei anche tu”.

Cerimonia di consegna dei Leoni d'oro - photo Giorgio Zucchiatti
Cerimonia di consegna dei Leoni d’oro – photo Giorgio Zucchiatti

Non voglio certo dire che l’arte in Africa debba essere tradizionale (di folklore) e non aperta al mondo occidentale, come ha testimoniato lo splendido esempio del già premiato Malick Sidibè, eccezionale fotografo del Mali. Solo che la giuria risulta incomprensibile nell’assegnazione del massimo riconoscimento al padiglione angolano, che risulta artisticamente pulito ma scontato, e non certo all’altezza di quanto hanno fatto altri artisti. Come Gilad Ratman per Israele, Jeremy Deller per la Gran Bretagna o Alfredo Jaar per il Cile.

Daniele Capra

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Daniele Capra
Daniele Capra (1976) è curatore indipendente e militante, e giornalista. Ha curato oltre cento mostre in Italia, Francia, Repubblica Ceca, Belgio, Austria, Croazia, Albania, Germania e Israele. Ha collaborato con istituzioni quali Villa Manin a Codroipo, Reggia di Caserta, CAMeC de La Spezia, Galleria Comunale d'Arte Contemporanea di Monfalcone, MMSU di Rijeka, Museo Bernareggi di Bergamo, Galleria d'Arte Moderna di Genova, Casa Cavazzini Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Udine, la Galleria Nazionale di Tirana, la Fondazione Dena di Parigi, il Museo Ca’ Pesaro a Venezia, la Galleria Civica di Trento, il Comune di Milano, il Museo Janco Dada di Ein Hod - Haifa. Ha tenuto lezioni sull'arte contemporanea alla Wizo NB School di Haifa, all'Accademia di Belle Arti di Venezia e di Verona. È stato curatore del Premio Onufri presso la Galleria Nazionale di Tirana e del Premio Trieste Contemporanea. È membro del comitato scientifico di Rave Residency. Ha scritto oltre trecentocinquanta articoli su riviste e quotidiani. Collabora con Il Manifesto, Artribune e i quotidiani del Gruppo Espresso. Vive di corsa, con il portatile sempre acceso e pile di libri che attendono di essere letti.