Il giorno dopo quello del giudizio

La fine del mondo c’è stata e non ce ne siamo accorti. O forse sì, e abbiamo fatto finta di nulla. Oppure: è troppo tardi per la fine del mondo. D’altra parte viviamo una specie di aritmia del tempo. Marcello Faletra e la sua column.

Franz Kafka

Un’accelerazione esponenziale di ogni ritmo della vita ci trascina verso un transfert collettivo il cui baricentro dovrebbe essere il Giudizio Universale, sistema della paura e del terrore che la Chiesa in passato ha distillato in dosi omeopatiche e allopatiche. I Trionfi della Morte ne sono la testimonianza più eloquente. È la paura di trovarsi davanti a Dio, il quale rinvia sempre il suo appuntamento con noi. Lo ha rinviato davanti agli orrori di Auschwitz. E non c’è ragione di credere che non lo rinvierà anche oggi o domani fino all’eternità. Tutte le immagini dell’arte che evocano la crocifissione in fondo strizzano l’occhio a Dio.
Ma si tratta di uscire dal giudizio di Dio, dalla psicologia del prete, liberarsi di questo debito senza fine, praticato pure dagli artisti, che altro non è stato che un sistema della crudeltà, oggi preso in carico dal sistema bancario, il quale ha imposto il debito come forma di vita collettiva. La fine del mondo si secolarizza, non è più una forma trascendente della paura ma un debito che può trascinarti nella miseria più nera. Dalla colpa verso il figlio di Dio al debito bancario si attua il passaggio dal cielo alla terra. Che fare?

Friedrich Nietzsche
Friedrich Nietzsche

In fondo la trasvalutazione di tutti i valori c’è stata, ma non come auspicava Nietzsche. L’ha fatta il capitalismo con le sue bolle economiche, con l’asservimento dei politici e degli Stati. Forse siamo figure postume di un racconto di Kafka, dove il Messia verrà quando non sarà più necessario: non il giorno del Giudizio, ma quello dopo. Allora sarà troppo tardi anche per la fine del mondo. Decisamente non è un bel paesaggio. In mancanza d’altro – protesta, rivolta di fronte al furto della democrazia e alla miseria civile – bisogna sperare che l’assurdo faccia il suo effetto fino in fondo.
Camus ricorda la storia di un pazzo che pescava in una vasca da bagno. Quando uno psichiatra gli domandò se abboccava all’amo, il pazzo gli rispose: “Ma no, imbecille! Se è una vasca da bagno!”. L’evidenza qui è accecante e diventa la forma di comunicazione dell’incomunicabile, come le fini del mondo che nessuno sa dire perché arrivino sempre in ritardo.

Marcello Faletra
saggista e redattore di cyberzone

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #11

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Marcello Faletra
Marcello Faletra è saggista, artista e autore di numerosi articoli e saggi prevalentemente incentrati sulla critica d’arte, l’estetica e la teoria critica dell’immagine. Tra le sue pubblicazioni: “Dissonanze del tempo. Elementi di archeologia dell’arte contemporanea” (Solfanelli, 2009); “Graffiti. Poetiche della rivolta” (Postmedia Books, 2015), “Memoria ribelle. Breve storia della Comune di Terrasini e Radio Aut nel ’77” (Navarra, 2017), “Camp, postcamp e altri feticci” in “Feticcio” (Grenelle 2017); “Nomi in rivolta: il demone del graffitismo” in “Sporcare i muri”, a cura di Alessandro Dal Lago e Serena Giordano, Derive/Approdi 2018; “Mostri in cornice”, Aut Aut, n° 380 (2018); “Hyperpolis. Architettura e capitale” - con Serge Latouche (Meltemi 2019). È redattore di “Cyberzone” ed editorialista di “Artribune”. Insegna Fenomenologia dell’immagine e Estetica dei New Media all’Accademia di Belle Arti di Palermo.