Destino dell’ironia

Cosa accade quando l’ironia che è stata alla base di gran parte dei movimenti d’avanguardia del Novecento diviene una formula? Cosa accade quando di essa non resta che l’apparenza, l’involucro o il solo nome, senza la pronuncia del quale non sapremmo mai se si tratta veramente di ironia o di qualcos’altro?

Marcel Duchamp - L.H.O.O.Q.

Il problema è: che tipo di ironia troviamo quando in molte opere d’arte ci viene detto che – trattandosi di remake, di citazioni, di revival, di “dissacrazioni” ecc. – in esse si tratta soltanto di leggere l’aspetto ironico, dal momento che la semplice citazione non giustifica il valore dell’opera? In questo caso ci troviamo di fronte a un’ironia sterilizzata, svuotata della sua carica demistificatoria, neutralizzata della potenza critica.
Questo nuovo volto dell’ironia assolve una funzione vicaria: quella di supplire all’assenza di significato. Non è più l’ironia calda di Socrate o l’ironia fredda di Warhol che si afferma spiazzando lo spettatore, ma un’ironia resa docile e utilizzabile come packaging dell’opera. In molta arte di oggi l’inflazione dell’ironia ha preso il posto del giudizio di gusto. In assenza di un valore estetico condiviso, si ricorre a essa.
Quest’ironia non è relazionale, non è dialettica, assorbe tutto e non rifrange alcun segno, è autoreferenziale. Autonoma da qualsiasi rapporto, non si scambia più con il reale, ma solo con se stessa. Il conformismo ironico è quello irrigidito nella propria apparenza, è la noia dell’eterno ritorno del sempre uguale. L’ironia conformista non provoca il riso ma lo riproduce, come accade con le risate fuori campo delle fiction televisive che indicano il momento in cui ridere. Stessa cosa per le opere di molti artisti, dove il gesto che si vuole ironico anticipa lo spettatore, al quale non resta altra funzione nel rapporto con l’opera che quella del riconoscimento.

Le Shoes di Warhol

Paradossalmente tutto ciò porta l’oggetto d’arte a non aver più alcun bisogno dello spettatore, perché all’immagine o all’oggetto (feticcio sostituto di qualcosa che dovrebbe indicare che c’è dell’arte) è sufficiente avere la formula e non la forma, il modello e non l’originale, la simulazione e non la realtà. La funzione dello sguardo viene a cadere a vantaggio della sola furfanteria vanagloriosa dell’autocompiacimento ironico.
È in tale scenario che molta arte “contemporanea” è autoreferenziale e dunque, come da sponde diverse dicono Virilio e Baudrillard, è “contemporanea solo di se stessa”.

Marcello Faletra
saggista e redattore di cyberzone

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #10

Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Marcello Faletra
Marcello Faletra è saggista, artista e autore di numerosi articoli e saggi prevalentemente incentrati sulla critica d’arte, l’estetica e la teoria critica dell’immagine. Tra le sue pubblicazioni: “Dissonanze del tempo. Elementi di archeologia dell’arte contemporanea” (Solfanelli, 2009); “Graffiti. Poetiche della rivolta” (Postmedia Books, 2015), “Memoria ribelle. Breve storia della Comune di Terrasini e Radio Aut nel ’77” (Navarra, 2017), “Camp, postcamp e altri feticci” in “Feticcio” (Grenelle 2017); “Nomi in rivolta: il demone del graffitismo” in “Sporcare i muri”, a cura di Alessandro Dal Lago e Serena Giordano, Derive/Approdi 2018; “Mostri in cornice”, Aut Aut, n° 380 (2018); “Hyperpolis. Architettura e capitale” - con Serge Latouche (Meltemi 2019). È redattore di “Cyberzone” ed editorialista di “Artribune”. Insegna Fenomenologia dell’immagine e Estetica dei New Media all’Accademia di Belle Arti di Palermo.