Damien Hirst è morto? Viva Damien Hirst!

Il “Village Voice” pubblica un finto memoriale di Damien Hirst, un articolo satirico e molto arrabbiato che inscena la morte dell’artista. Ma perché la mostra globale targata Gagosian fa tanto imbufalire il mondo dell’arte? Una riflessione sulla provocazione artistica e i suoi limiti.

Damien Hirst con uno Spot Painting come quinta

La notizia ha cominciato a rimbalzare freneticamente su blog e social network, generando reazioni d’ogni tipo. C’è chi c’è caduto, dando per buono il titolo senza leggere l’articolo, mentre molti hanno subito individuato la natura satirica e provocatoria della notizia, interrogandosi sull’opportunità della sua pubblicazione.
Damien Hirst (1965-2012). In memoriam: così titola il finto memoriale pubblicato ieri sul Village Voice a firma Christian Viveros-Faune. Un lungo pezzo al vetriolo, che stigmatizza l’ultima operazione di Damien Hirst, ossia la mostra degli spot painting diffusa in una decina di gallerie Gagosian sparse per il globo. Questo l’incipit: “Damien Steven Hirst, l’artista più ricco del mondo (332 milioni di dollari secondo il britannico ‘Sunday Times’), businessman a tempo pieno, collezionista part-time, ristoratore occasionale, emulo di P.T.Barnum, e noto membro dei Young British Artists (YBAs), una comitiva creativa salita alla ribalta negli Anni Novanta, è morto lo scorso giovedi 12 gennaio a New York in seguito alle complicazioni di una diverticolite acuta provocata dallo sforzo suinamente speculativo, grossolanamente cinico e intellettualmente stitico per piazzare 11 mostre contemporanee di merda riciclata e costosa. Aveva 46 anni”.
Al di là dei possibili giudizi sul facile sensazionalismo di una tale operazione, confezionata con l’evidente obiettivo di moltiplicare i clic, una cosa è certa: questa volta Hirst ha fatto imbufalire di brutto il mondo dell’arte. Gli articoli che biasimano l’operazione “spot painting” non si contano e sono tutti caratterizzati da una virulenza straordinaria e peraltro assai rara nella critica d’arte di oggi, più spesso incline alla cronaca che alla stroncatura.

Damien Hirst - Famotidine - 2004-11 - © Damien Hirst and Science Ltd

Interessante in questo senso l’analisi di Emily Colucci pubblicata qualche giorno fa sulle pagine di Hyperallergic e intitolata Damien Hirst’s Power to Piss People Off, ossia “La capacità cha ha Hirst di far incazzare la gente”. La Colucci si interroga infatti sui motivi di una tale ondata di indignazione e si chiede se il fenomeno non sia da considerare un sintomo di un problema più ampio del mondo dell’arte, alle prese con le estreme conseguenze dei suoi stessi meccanismi. Nei commenti a questo stesso articolo apparsi su Facebook, ad esempio, spicca la posizione di Kathleen King, che riassume efficacemente il punto di vista dei – sempre più rari – sostenitori dell’artista: “Io amo Damien Hirst. Come un vero ‘working class punk’ inglese, prende in giro i ricchi usando un linguaggio che essi comprendono a malapena e nel frattempo gli sfila i soldi dalle tasche”.

Damien Hirst - Eucatropine - 2005 - © Damien Hirst and Science Ltd.

Il dubbio dunque rimane, e si potrebbe riassumere nel rituale “ma Hirst c’è o ci fa?”. Le sue azioni sono consapevolmente provocatorie e volte a mettere il dito nella piaga di un sistema dell’arte in piena crisi esistenziale, oppure è semplicemente un artista in stallo creativo e per di più corrotto dal mercato? La discussione è aperta, ma un fatto sembra incontrovertibile ed è il diffondersi di un profondo senso di stanchezza verso un certo genere di provocazione come elemento centrale dell’atto artistico. Una provocazione centrata sul sensazionalismo mediatico, che si ripete nella forma senza esprimere alcuna sostanza, incapace di direzionare l’attenzione – e la rabbia – sugli obiettivi che meriterebbero di essere attaccati (che siano la società, la politica, la cultura o altro).
Un loop, insomma. Un’arte chiusa nelle sue beghe interne, che si dimostra ancora capace di sollevare gli animi, ma solo contro se stessa.

Valentina Tanni

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Cronaca della mostra romana
L’articolo del Village Voice
L’articolo su Hyperallergic

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Valentina Tanni è storica dell’arte, curatrice e docente; la sua ricerca è incentrata sul rapporto tra arte e tecnologia, con particolare attenzione alle culture del web. Insegna Digital Art al Politecnico di Milano e Culture Digitali alla Naba – Nuova Accademia di Belle Arti di Roma. Ha pubblicato “Random. Navigando contro mano, alla scoperta dell’arte in rete” (Link editions, 2011) e “Memestetica. Il settembre eterno dell’arte” (Nero, 2020). Collabora con la redazione di Artribune dalla sua fondazione.