Gian Maria Tosatti. Storie da un’isola di fronte New York

Un americano a Roma? No, un romano in America. Parliamo di Gian Maria Tosatti, artista nostrano giovane e promettente, reduce da una residenza a New York, negli spazi recuperati di un’ex accademia militare. Dove ha realizzato un’installazione che parla di aspettative, sogni e speranze.

Gian Maria Tosatti - Apt #102

Governors Island è un’isola a cinque minuti di traghetto dalla punta più estrema di Manhattan. È stata l’isola dell’accademia militare, con edifici di fine Ottocento in mattoni rossi ed eleganti residenze per i graduati immerse nel verde di prati collinari e alberi secolari. Da decenni qui i cadetti non si addestrano più e i famelici broker del real estate non ne sono attratti: è pur sempre un’isola e chiude alle sette di sera. Al loro posto ora arrivano gli artisti in residence. Il Lower Manhattan Cultural Council ha disposto un edificio perché possano avere uno studio. Qui ha il suo anche l’artista romano Gian Maria Tosatti (Roma, 1980) che nei giorni degli open studios ha deciso di andare oltre la pratica consueta della “spiegazione” del proprio lavoro per creare un’installazione dedicata alla ricerca di ciò che costituisce la forza e la debolezza di una città stratificata come New York.
Un forte odore di aria stantia colpisce chi entra nella cameretta da cadetto che Tosatti ha “recuperato”, per dimostrare visivamente come questa città, vissuta come la sede dei nostri sogni, è in verità la proiezione di un’idea collettiva di successo che nella sua realtà più cruda finisce per diventare spesso il luogo di passaggio anonimo, un luogo di sparizione. Chi giunge qui, oggi come all’epoca di Ellis Island, sta inseguendo il proprio sogno: di successo, di riscatto, di risarcimento nei confronti di una vita iniziata altrove che viene rifiutata facendo le valige per raggiungere la città della libertà e delle opportunità. Anche chi viene qui solo per fare un giro, in realtà si aspetta di vedere quella città scintillante e nevroticamente tesa alla conquista dell’affermazione. Non si viene qui per vedere la natura (malgrado Central Park) e non si viene qui per riposare (malgrado gli hotel con le spa) o per mangiare e bere (malgrado l’offerta di tutte le cucine del mondo). Si viene qui per vivere “il sogno”, che poi è spesso quello degli altri, di chi ce l’ha fatta: da Madonna a Maurizio Cattelan.

Gian Maria Tosatti - Apt #102

Tosatti, che è un artista culturalmente sensibile e che nel teatro sperimentale ha affinato le sue doti di lettura poetica dell’attualità sociale e antropologica, parte da qui per analizzare la situazione non dal punto di vista delle aspettative e delle proiezioni, che sono i dati più semplici e immediati che questa città è in grado di offrire. Ne vuole sondare l’identità ulteriore, quella di una città che delude una massa imponente di persone, soprattutto artisti. “Quanti vengono qui”, dice l’artista romano, “per affermarsi a livello internazionale e poi si arenano, passando anni a vivacchiare e alla fine quando gli chiedi come va ti dicono: splendidamente, ma in realtà li vedi che sono fermi e depressi”.
Tosatti è senza pietà, ma anche senza cinismo. La sua ricerca si alimenta di letture di poeti beat e passaggi sulla bomba atomica come metafora di una volontà di potenza non sopita. Con una polaroid viaggia nelle case delle persone che incontra qui e ne fa un ritratto d’interno su cui poi batte a macchina, senza inchiostro, un estratto della conversazione avuta con l’inquilino. Il senso della conversazione si perde, i caratteri sono poco leggibili, come una voce fievole nel traffico, danno il senso di una debolezza che resiste. Tosatti non vuole spiegare i perché e i come, gli interessa dare il senso di un lento svanire: quello dei sogni di chi viene qui per abitare una città che esalta e consuma; e dove è difficile capire quando esattamente l’esaltazione lascia il posto alla consunzione. In effetti, vista così, la Grande Mela potrebbe essere la metafora della vita stessa.

Gian Maria Tosatti - Apt #102

Tornando all’installazione, Tosatti decide di riattivare uno spazio abbandonato e intimo come la “camera tipo” di un cadetto, con la sua modularità livellante, usando lo spazio e la luce per esaltare il vuoto, l’abbandono e il senso di passaggio che a New York è molto più accentuato che altrove. “La gente passa a milioni, qui, e spesso tutto quello che lascia è il segno dei mobili sul pavimento di un alloggio svuotato”, dice Tosatti. E così “disegna” il pavimento della stanza di questo dormitorio chiuso da decenni togliendo la polvere laddove un tempo c’erano il letto e alcuni mobili. Pensando alla poesia di Gregory Corso, l’effetto potrebbe somigliare all’ombra sui muri lasciata dalle persone evaporate durante l’esplosione di Hiroshima. New York come una bomba atomica: una città con un’energia immane e una forza distruttiva polverizzante. Da trattare con cautela. Tosatti non ha le istruzioni per l’uso, ma il suo progetto potrebbe dare qualche avvertimento, come nei bugiardini dei medicinali: almeno sui (non) rari casi di reazione allergica che questa città insonne può dare agli artisti.

Nicola Davide Angerame

www.lmcc.net/residencies

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Nicola Davide Angerame
Nicola Davide Angerame è filosofo, giornalista, curatore d'arte, critico della contemporaneità e organizzatore culturale. Dopo la Laurea in Filosofia Teoretica all'Università di Torino, sotto la guida di Gianni Vattimo con una tesi sul pensiero di Jean-Luc Nancy, inizia la collaborazione con quotidiani e riviste scrivendo d'arte ma anche di cinema, architettura e cultura contemporanea. In vent'anni di attività ha fondato e diretto, su modello delle Kunsthalle tedesche, la Galleria Civica di Alassio e la Galleria Civica di Andora. Ha fondato e diretto l'associazione culturale "whitelabs. Culture in progress" con sede e spazio espositivo a Milano. Fino ad oggi ha progettato e curato decine di eventi culturali e più di cento mostre personali e collettive di artisti e fotografi, italiani e stranieri, collaborando con istituzioni private e pubbliche in Italia e all'estero. Ha tenuto conferenze sui temi dell'arte e della filosofia in istituzioni italiane e straniere ed ha curato progetti culturali e mostre a New York, Seoul, Bangkok, Parigi, Berlino e Londra. Dopo aver vissuto e lavorato tra Milano e New York, attualmente vive e lavora a Torino, dove insegna Storia dell'Arte Contemporanea presso il Collegio Universitario Luigi Einaudi e dove tiene seminari presso l'Università degli Studi di Torino (cattedra di Estetica). Suoi articoli sono apparsi su Robinson (La Repubblica), L'Unità, Il Manifesto, Art Presse (Paris), Il Mucchio Selvaggio, Exibart, Arte e Critica, Artribune, Segno, FC Fotografia e [è] Cultura.