Dopo una lunga malattia si spegne uno tra i maggiori esponenti di quella rivoluzione estetica e culturale da cui nacquero il rap e il writing, mezzo secolo fa. Con Phase 2, inventore delle “bubble letters”, scompare un mito della scena underground americana.

Si è spenta un’icona della cultura underground contemporanea. Phase 2, figura centrale per la storia del Writing, è stato pioniere indiscusso di una scena creativa e culturale esplosa a New York tra la fine degli anni Sessanta e gli inizi del decennio successivo.
Lonny Wood, questo il suo vero nome, lascia a 61 anni una comunità ancora coesa, certo cambiata, che con affetto custodisce la memoria di quella old school da cui tutto partì, lungo le arterie e le periferie metropolitane: la scintilla si accendeva nelle teste di giovani inquieti, in cerca di un linguaggio che fosse identitario, indipendente, irriverente, contrapposto al potere mainstream, animato da un’urgenza di espressione e riappropriazione degli spazi sociali, progressivamente piegati al mercato. L’art system stava radicalmente altrove.
Un mondo che non c’era, cinquant’anni fa. Da inventare completamente. Scrivere sui treni, sui muri, e farne un codice, un’idea di letteratura, una pratica di ribellione: qualcosa di imprevisto e di vitale. Così raccontava  Daniela Lucchetti nel ’99 in “Writing. Storia, linguaggi, arte nei graffiti di strada”: “La devastazione della scena urbana per la costruzione di un contropotere del linguaggio muove le ruote dello spray su un ipotetico filo teso fra la rabbia che genera guerra e l’urlo cromatico che costruisce fratellanza”. Una miccia esplosa, un modus che più o meno all’improvvisò affiorò, come miracolosamente affiorano certe ipotesi di attraversamento e riscrittura dello spazio pubblico, rintracciando una forma propria in costante evoluzione.

Un ritratto di Phase 2
Un ritratto di Phase 2

L’AVVENTO DELL’HIP-HOP

E a fissare le linee dello stile, in quel milieu selvatico sbocciato nel cuore di New York, fu anche e soprattutto Phase 2, insieme a un esercito di figure in parte consacrate, in parte rimaste nelle retrovie: comunque sia, una comunità. Quella dello stile fu una faccenda prioritaria, fondativa, radicatasi nello slancio tanto politico quanto “spirituale” di una famiglia in espansione, con le sue regole e i suoi conflitti, gli esperimenti, le traiettorie sotterranee: essere writer era riconoscersi all’interno di un perimetro, coltivarne l’etica, la logica e il rigore, operare delle scelte, spingere nel senso della creatività e della conquista. Tutto era da fare. Le forme nascevano, le firme occupavano spazi di dignità e di comunione, ma anche di lotta e di trasgressione. La città si faceva pagina porosa e irregolare, campo di battaglia, idea comune e plurale.
Phase 2 – nato nel South Bronx, dove si formò – praticò tutte e quattro le discipline alla base dell’hip-hop, diventando un riferimento assoluto: fu writer (ma anche designer di memorabili flyer), b-boy (ballerino di break), rapper e dj. Fu artista, teorico, sperimentatore: la strada come orizzonte, la ricerca come forma di libertà e di disciplina.
Nel 1982 prese parte al leggendario spettacolo organizzato da Kool Lady Blue al Roxy Club, nel Chelsea, quartiere di Manhattan. In pista c’era l’olimpo di mc, dj, breaker e writer provenienti dal Bronx; Phase disegnò la grafica dei volantini e si esibì su uno degli stage.
Nel novembre dello stesso anno partecipò al primo tour internazionale che univa le discipline dell’hip-hop, per poi rilasciare due singoli nelle vesti di rapper, in collaborazione con i ragazzi del Roxy: Beach Boy, insieme a Barry Michael CooperThe Roxy, firmato con la band Material. Straordinariamente innovativo anche lì, per un linguaggio che si contrapponeva alla disco music imperante e ai generi codificati, tra ritmi serrati, suoni  minimalisti, esercizi di scratching e remix, groove intriganti e riferimenti alla black culture.  Tante le collaborazioni con altri rapper e musicisti, partecipando a dischi significativi, anche in Italia: tra tutti “Neffa & i messaggeri della Dopa” (1996), “Il mondo che non c’è ” di Chief (1997) e “La grande truffa del rap” di Gente Guasta (2000).

IL LETTERING E L’EVOLUZIONE DELLO STILE

A Phase 2 si deve l’invenzione di una tipologia di Lettering divenuta un vero e proprio “genere”. Dopo i primi passi, mossi nel ’71 cimentandosi con il tagging più basilare, inaugurò un cambio di passo verso la fine del 1972: l’innovazione dello stile prendeva un ritmo accelerato, mentre nascevano i primi grandi pezzi complessi. La subway di New York, in quegli anni, era teatro febbrile di questa incipiente rivoluzione. Phase 2 introdusse le cosiddette “softies” o “bubble letters”, lettere dall’aspetto soffice, arrotondato, identificate da una nuova natura estetica. Erano segni plastici, distesi in superficie a costruire parole, nomi, identità fluttuanti. Incarnazioni di uno stile, per l’appunto. Entroterra profondo di quelle forme cesellate erano il senso, il suono, la parola non detta: non contava più la leggibilità, ma il carattere, la cifra, l’impronta personale. Anzi, la complessità coincideva col gusto della sfida, persino della segretezza, con l’idea di codice e di crew. Un’eclissi apparente del significato, in favore dell’emersione di sintassi e alfabeti nuovi. Così si evolveva, via via, la scena del writing.

Il Bubble Writing di Phase 2, sui treni di New York, negli anni '70
Il Bubble Writing di Phase 2, sui treni di New York, negli anni ’70

Per Phase 2 la scrittura cominciò a germinare, a dilatarsi attraverso segni e linee decisivi: comparirono frecce, loop, barre, con cui le lettere si legavano e articolavano tra loro. Una modalità che, poco dopo, sarebbe stata battezzata con l’aggettivo “wild”. In questa direzione l’artista avrebbe continuato a muoversi, spingendo in una chiave sempre più complessa la sua Aerosol Art (questa l’espressione prediletta, mentre sentiva come arbitraria la definizione di Graffiti, figlia del sistema mediatico): le trame di segni si fecero segmentate, appuntite, intricate. Un processo di astrazione che unì finezza formale e spirito selvatico.
Si legge, tra le pagine del volume “Style: Writing from the Underground” (1996), che raccoglie le voci di alcuni tra i pionieri del movimento: “L’idea iniziale delle lettere wild risale al 1973, non appena le lettere Softie (o”Bubble”) iniziarono ad allungarsi, fare giri, contorcersi, separarsi e ornarsi di frecce che spuntavano dalle estremità e dalle altre parti di cui erano formate le lettere. La loro adozione, come era successo con i pezzi, cambiò ancora il corso del writing”.
Nel 1974 Phase fondò gli United Graffiti Artists, collettivo di writer professionisti che conquistò l’attenzione dei mezzi di comunicazione, collaborando poi con critici e giornalisti (tra cui Richard Goldstein) per testi e interviste sul graffitismo newyorchese.

Un grande pezzo di Phase 2 al Link di Bologna
Un grande pezzo di Phase 2 al Link di Bologna

PAHSE 2 IN ITALIA

In Italia Phase 2 ha lavorato più volte. Tra marzo e giugno 1984 prese parte alla storica mostra “Arte di Frontiera: New York graffiti”, curata da Francesca Alinovi alla Galleria Comunale d’Arte Moderna di Bologna: evento che segnò una pagina preziosa di storia dell’arte contemporanea. Nel 1994, ancora a Bologna, realizzò un importante pezzo (oggi scomparso) sul muro esterno del Link di via Fioravanti, nell’ambito del festival “Dal Muro Alla Pelle”. Scrisse spesso su Aelle (poi divenuta AL Magazine), rivista di riferimento per la cultura hip-hop, fondata a Genova nel 1991. A Bologna tornò qualche anno fa, nel 2012, su invito di Claudio Musso e Fabiola Naldi per il progetto “Frontier”: realizzò un lavoro sullo Spazio Graf, in piazza Spadolini, mixando pattern astratti e figure, tra cui si riconosceva il volto di Bruce Lee e altri elementi propri di un certo esotismo giapponese, veicolato dalla cultura di massa made in USA.
Due testimonianze importanti restano a Quattordio (Al) – un muro del 1984, oggi in fase di restauro, realizzato insieme ai newyorchesi Delta 2 ed Ero durante un grosso evento internazionale di writing, proprio nei giorni della mostra “Arte di Frontiera” – e al Museo della Scienza e Tecnologia Leonardo Da Vinci di Milano, dove nel 1995 si tenne una mostra dal titolo “Arte Spray”: gli artisti invitati erano Atomo & Swarz, Graffio & Kalù, Shah, e naturalmente Phase 2 in coppia con Fly Cat.
Enorme il debito che gli riconoscono il mondo del writing e del post graffitismo, dall’America all’Europa. Tanti i messaggi di cordoglio, le pagine scritte, le vecchie foto di muri, di live, di treni, di festival e di concerti, tirati fuori dai cassetti, dai cataloghi, dagli hard disk, e condivisi in Rete in segno di commiato e di rispetto.

Phase 2 a Bologna per Frontier, 2012
Phase 2 a Bologna per Frontier, 2012

Tra tutti, riportiamo un post che arriva dalla pagina Facebook dell’amico David Schmidlapp, artista, filmaker e fotografo, tra i protagonisti della controcultura emersa a Manhattan negli anni ’60:
Sì, è vero – con il cuore pesante, mi dispiace comunicare la scomparsa del nostro iconico artista urbano e maestro di stile #PHASE2. Phase era molto riservato riguardo alla sua malattia. Molti di noi sono stati lasciati all’oscuro e hanno perso il contatto con lui nel giro di pochi mesi e poi di settimane. Ha disegnato e scritto (un altro libro) fino a che non ce l’ha fatta più. Ed è stato amato e curato dalla sua famiglia: la madre, la sorella, i suoi cinque figli e il suo unico nipote, e la sua famiglia allargata più vicina. P. ci mancherai davvero. Riposa in pace caro fratello mio e compagno di tutta questa maledetta arte.
Una voce autentica per la cultura che ha coltivato. Una forza sempre sotterranea “Signore della parola non detta”. Rest in Vision. And the Power of that Vision
”.

– Helga Marsala

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Helga Marsala
Helga Marsala è critico d'arte, giornalista, notista culturale e curatore. Insegna all'Accademia di Belle Arti di Roma, dove è anche responsabile dell'ufficio comunicazione. Collaboratrice da anni di testate nazionali di settore, ha lavorato a lungo come caporedattore per la piattaforma editoriale Exibart. Nel 2011 è nel gruppo che progetta e lancia la piattaforma Artribune, dove ancora oggi lavora come autore e membro dello staff di direzione. Svolge un’attività di approfondimento teorico attraverso saggi e contributi critici all’interno di pubblicazioni e cataloghi d’arte e cultura contemporanea. Scrive di arti visive, arte pubblica e arte urbana, politica, costume, comunicazione, attualità, moda, musica e linguaggi creativi contemporanei. È stata curatore dell’Archivio SACS presso Riso Museo d'arte contemporanea della Sicilia e membro del Comitato Scientifico, collaborando a più riprese con progetti espositivi, editoriali e di ricerca del Museo. Cura mostre e progetti presso spazi pubblici e privati in Italia, seguendo il lavoro di artisti italiani ed internazionali. Dal 2018 lavora come Consulente per la Cultura del Presidente della Regione Siciliana e dell'Assessore dei Beni Culturali e dell'Identità Siciliana.