Un artista che lavora con le simbologie e le memorie collettive. Una fondazione legata al territorio capitolino e a un quartiere in particolare. Una storia di stratificazioni e di identità condivise. Uomini, dei, santi, guerre, campi di grano, chiese, corpi, geometrie. San Lorenzo raccontato sul nuovo muro di Lucamaleonte.

L’importanza della storia dell’arte. L’ossessione per l’archiviazione e per l’idea di collezione. Le costellazioni di metafore e di segni emersi dal tessuto della storia. La natura come orizzonte costante: piante, animali, erbari, bestiari. Tra realtà e dimensione fantastica. E infine lo stile, che è il suo e basta. Fatto di alcuni riferimenti precisi – l’illustrazione d’epoca, i grandi pittori e incisori del Rinascimento, una certa attitudine fiabesca – ma così riconoscibile. Lucamelonte (Roma, 1983), artista italiano con un sfilza di prestigiose presenze internazionali, maestro dello stencil e insieme abilissimo disegnatore, in quasi 20 anni di carriera ha collezionato un elenco lunghissimo di mostre, festival, progetti indipendenti, committenze, interventi sui muri di piccoli centri e grandi città.
A Roma ha dipinto tanto, come a Milano, Londra, Berlino, Parigi, New York. E l’ultima fatica per la Capitale – grande quasi 10 metri per 10 – è stata appena presentata a San Lorenzo, storico quartiere dall’anima popolare, studentesca, anti-mainstream, tradizionalmente orientata a sinistra, con una vivacità culturale mai sopita, nonostante la crisi, il degrado, la movida più spinta mixata alla cronaca più nera.

Lucamaleonte, Patrimonio Indigeno, 2019 - dettaglio
Lucamaleonte, Patrimonio Indigeno, 2019 – dettaglio

PASTIFICIO CERERE, ARTE URBANA E NUOVI GIOIELLI

Qui, in via dei Piceni, a soli 100 metri dal suo nuovo lavoro en plain air, Lucamaleonte ha avuto il suo primo studio, per 4 anni, diviso con quei talenti strutturati e infaticabili di Sten e Lex, altro diamante della scena street italiana. E qui, in via degli Ausoni, accato al civico che ospita da mezzo secolo i mitici studi della scuola di San Lorenzo, ha sede la Fondazione Pastificio Cerere, che questo muro ha voluto e promosso, con la cura di Marcello Smarrelli.
“Patrimonio indigeno” si intitola il nuovo gioiello, che di Lucamaleonte ha il consueto segno aggraziato ed elegante, di un’eleganza mai leziosa: contrastato, cesellato, inciso, a evocare i timbri di inchiostri d’antan, di pregevoli xilografie e di antichi torchi, accostando i volumi chiaroscurali ai guizzi di colore brillante.
Un altro modo, per un’istituzione attiva da anni sul territorio, di stabilire un dialogo con i residenti, con la memoria viva e le dinamiche attuali del quartiere, facendo dell’arte contemporanea un’occasione: serbatoio di immagini e di riflessioni – qualche volta eccellenti, spesso mediocri, mescolate con i segni spontanei della strada, i corpi organici dell’architettura e le infinite stratificazioni della pubblicità – l’Arte Pubblica continua a connotare i luoghi e a sedimentare testimonianze. Nel migliore dei casi innescando processi, nel peggiore apparecchiando superflue decorazioni (magari fintamente engagé, ma quella è un’altra storia).
E a Lucamaleonte l’espressione “Street Art” – col suo significato che sfuma, con l’originaria illegalità e il graffitismo della prima ora – resta stretta, persino inadeguata. I muri, per lui, sono come enormi tele o tavole lignee trasposte nello spazio: uscite dal perimetro del museo o dell’atelier, appartengono a tutti e con gli sguardi di tutti si relazionano. Un rischio, una responsabilità, la ricerca di un canale di comunicazione.

Lucamaleonte, Patrimonio Indigeno, 2019. Ph. Oscar Giampaoli
Lucamaleonte, Patrimonio Indigeno, 2019. Ph. Oscar Giampaoli

TUTTI I SIMBOLI DELL’OPERA

Patrimonio indigeno è un’operazione di lettura identitaria e dunque di costruzione di un senso comune. Faccenda non così scontata, anzi. Ed è ancora una volta un bel compendio di figurazione, illustrazione, simboli, forme destinate a evocare e raccontare. Eloquente il titolo: in questo caso è il quartiere, con tutto il suo patrimonio millenario, a entrare nel “quadro”, o meglio nel muro, sintetizzando la propria storia nell’incastro di segni visivi. Ne viene fuori una narrazione silenziosa, distesa sul verde squillante di un fitto fogliame: fioriture iconografiche su uno scorcio di prateria urbana.
Tra le due porzioni di muro, spalancate come quinte, si srotola un pantheon eterogeneo: uomini, dei, santi, guerre, campi di grano, chiese, corpi, geometrie. C’è la mano di Cerere, dea delle messi a cui l’antico Pastificio è intitolato, con un bouquet di spighe offerto al popolo, alla città, al rito dell’immaginazione; c’è il serpente di Minerva, custode della sapienza e nume tutelare all’antica università, che è cuore e orgoglio di questi luoghi; c’è la graticola rovente su cui San Lorenzo soffrì le pene del martirio; c’è il picchio variopinto, simbolo di quei Piceni a cui è intitolata la via che ospita il murale; c’è il rosso magnetico dei papaveri, che un secolo fa il Regno Unito elesse ad allegoria floreale per i Caduti della Grande Guerra, e che qui omaggia tutte le vittime della follia bellica:  il bombardamento del ’43, voluto dagli alleati per colpire lo scalo ferroviario, devastò il quartiere e uccise oltre 1.000 persone.
E ancora ci sono un capitello dell’antica  basilica di San Lorenzo fuori le Mura, il cui primo nucleo risale ai fasti dell’Impero di Costantino I, e un’immagine che conduce all’annesso cimitero monumentale del Verano: il corvo cinerino e un mazzetto candido di crisantemi. L’ultimo elemento Lucamaleonte lo ha dipinto durante la cerimonia di presentazione, come un sigillo su cui mettere l’enfasi necessaria: un icosaedro platonico, tirato giù dall’Iperuranio e aperto a molteplici letture simboliche, tra matematica e filosofia. Una specie di firma, in calce a tutti i suoi lavori.

Lucamaleonte, Patrimonio Indigeno, 2019. L'artista a lavoro
Lucamaleonte, Patrimonio Indigeno, 2019. L’artista a lavoro. Ph. SIMPLESTORI di Andrea De Giuli

RITRATTO DI QUARTIERE PER UNA MEMORIA COLLETTIVA

San Lorenzo ha dunque un nuovo, grande ritratto polifonico, che è soprattutto un’operazione di scavo archeologico. Tra il riverbero del mito e la ferita bruciante di vicende storiche non così lontane, la comunità è chiamata a quel processo – colpevolmente demodé – della consapevolezza collettiva. Gli orizzonti improvvisamente si fanno ampi, i muri fragili, le radici robuste, i confini mobili, frastagliati, espansivi, mai uguali a se stessi. Chi siamo? Da dove arriviamo? Cosa raccontano di noi le piazze calpestate nell’indifferenza, le chiese sottratte all’attenzione, i nomi delle strade, le stragi silenziose, le rotte del passato, i sincretismi di lingue e religioni, le linee ibride che percorremmo e che furono alba, sorgente, traiettoria? E basta una composizione di figure per accendere certi interruttori? Naturalmente no. Ma è un contributo visibile, perentorio, messo in scena per tutti, sotto i cieli controversi dell’ennesimo teatro metropolitano.

Helga Marsala

 

 

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Helga Marsala
Helga Marsala è critico d'arte, giornalista, notista culturale e curatore. Insegna all'Accademia di Belle Arti di Roma, dove è anche responsabile dell'ufficio comunicazione. Collaboratrice da anni di testate nazionali di settore, ha lavorato a lungo come caporedattore per la piattaforma editoriale Exibart. Nel 2011 è nel gruppo che progetta e lancia la piattaforma Artribune, dove ancora oggi lavora come autore e membro dello staff di direzione. Svolge un’attività di approfondimento teorico attraverso saggi e contributi critici all’interno di pubblicazioni e cataloghi d’arte e cultura contemporanea. Scrive di arti visive, arte pubblica e arte urbana, politica, costume, comunicazione, attualità, moda, musica e linguaggi creativi contemporanei. È stata curatore dell’Archivio SACS presso Riso Museo d'arte contemporanea della Sicilia e membro del Comitato Scientifico, collaborando a più riprese con progetti espositivi, editoriali e di ricerca del Museo. Cura mostre e progetti presso spazi pubblici e privati in Italia, seguendo il lavoro di artisti italiani ed internazionali. Nel 2018 lavora come Consulente per la Cultura del Presidente della Regione Siciliana e poi dell'Assessore dei Beni Culturali e dell'Identità Siciliana.