A Milano Mimmo Jodice è protagonista di una mostra dove il vuoto dà forma alle cose
Fino al 14 novembre nella Galleria Vistamare la fotografia di Mimmo Jodice viene riletta attraverso il vuoto. Si tratta di una sottrazione capace di trasformare la realtà creando nuove memoria e forme di conoscenza
Il vuoto occupa nella fotografia di Mimmo Jodice (Napoli, 1934 – 2025) una posizione centrale. Strade prive di passanti, architetture silenziose, oggetti separati dalla loro funzione: ogni immagine riduce l’evidenza del mondo e ne intensifica la percezione. IMMAGINI DEL VUOTO: dalla camera oscura alla camera chiara, da Vistamare Milano, assume questa condizione come principio ordinatore. Curata da Andrea Viliani con Linda Fregni Nagler e Armin Linke, in collaborazione con l’Archivio Mimmo Jodice, la mostra attraversa le sperimentazioni degli Anni Sessanta e Settanta, Vedute di Napoli del 1980, Eden del 1995 e materiali d’archivio. La sottrazione produce una diversa leggibilità delle cose. Quando la figura umana arretra, emergono la durata degli edifici, l’usura della materia, la memoria incorporata nei luoghi. Il vuoto assume così una funzione percettiva precisa: libera lo spazio affinché ciò che normalmente rimane sullo sfondo possa diventare immagine.

La Napoli di Mimmo Jodice dopo la figura
Con Vedute di Napoli questo procedimento raggiunge una delle sue formulazioni decisive. La città perde la consueta densità narrativa e si offre attraverso strade, muri, prospettive e superfici. In una delle fotografie più celebri della serie, uno schermo pubblicitario privo di messaggio si staglia davanti a un paesaggio urbano quasi deserto. La superficie destinata alla comunicazione diventa una soglia. La sua funzione originaria rimane riconoscibile, mentre il contenuto è scomparso. La fotografia registra dunque una città e, simultaneamente, la condizione di chi la abita attraverso le tracce lasciate nell’ambiente. Michele Smargiassi ha definito le città di Jodice “raccolte di oggetti orfani”. La formula coglie una caratteristica essenziale di queste immagini: l’assenza degli abitanti amplifica la capacità degli spazi di conservarne il passaggio. Una strada può diventare un ritratto. Un edificio può assumere la consistenza di una memoria. Un luogo vuoto può raccontare una comunità attraverso ciò che ne rimane.
Jodice, Piranesi, Morandi e la materia del tempo
La ricerca di Jodice entra in risonanza con una genealogia italiana nella quale lo spazio e l’oggetto diventano strumenti per interrogare il tempo. Nelle Carceri d’invenzione, Giovanni Battista Piranesi trasforma l’architettura in una macchina percettiva. Scale, ponti, archi e cavità producono uno spazio che eccede ogni misura stabile. La profondità diventa esperienza mentale. Giorgio Morandi segue una traiettoria opposta. Bottiglie, vasi e scatole vengono isolati fino a raggiungere una presenza quasi assoluta. Minime variazioni di posizione e tonalità modificano l’intero equilibrio della scena. Jodice attraversa entrambe le possibilità. La sua fotografia considera l’architettura come deposito di tempo e l’oggetto come superficie della durata. In Eden, del 1995, questo rapporto assume una particolare intensità. Elementi organici e materiali vengono sottratti alla funzione quotidiana e ricondotti alla condizione della natura morta. Il riferimento alla tradizione barocca napoletana introduce una dimensione ulteriore: la materia porta con sé il proprio destino. Vita, decomposizione e memoria convivono nella stessa immagine. La cosa fotografata conserva la propria consistenza e insieme rivela la precarietà della propria permanenza.

La fotografia come durata
Il passaggio dalla città all’oggetto conduce al cuore temporale della ricerca. La fotografia di Jodice nasce da una successione di operazioni: scatto, sviluppo, stampa, esposizione, conservazione. Ogni fase modifica la relazione con ciò che è stato registrato. La camera oscura rappresenta il luogo della trasformazione materiale; la camera chiara coincide con il ritorno dell’immagine alla visibilità. Il titolo della mostra indica proprio questa doppia condizione. La fotografia attraversa un intervallo nel quale il referente si allontana e l’immagine acquista autonomia. La sua durata comprende quindi due tempi distinti: quello della cosa fotografata e quello della sua successiva esistenza come immagine.
L’archivio come seconda vita
Da questa prospettiva l’archivio assume un ruolo strutturale. Conservare significa rendere possibile una nuova relazione fra immagini provenienti da momenti differenti. La mostra nasce anche da un lavoro di ricerca sull’Archivio Mimmo Jodice e dispone opere, documenti e materiali secondo corrispondenze che attraversano la cronologia. Alcuni lavori inediti entrano così in rapporto con immagini appartenenti a periodi già storicizzati. Il riferimento ad Aby Warburg consente di leggere questa operazione attraverso il concetto di Nachleben: la sopravvivenza delle forme oltre il contesto che le ha generate. Un’immagine conserva la propria origine e acquisisce nuovi significati ogni volta che viene ricollocata. L’archivio di Jodice funziona secondo questa dinamica. Il passato rimane disponibile come materia attiva. Ogni nuova esposizione produce una diversa costellazione.
La lettera senza destinatario di Mimmo Jodice
Al centro dell’esposizione compare una lettera di Jodice indirizzata a un interlocutore immaginario e mai inviata. Il documento introduce una dimensione temporale che attraversa l’intera mostra: la parola viene affidata a un destinatario assente e raggiunge, attraverso l’esposizione, chi guarda oggi. La lettera trasforma il visitatore in interlocutore. Il vuoto acquista qui una dimensione relazionale: l’assenza del destinatario genera la possibilità di una nuova lettura. Dopo la morte dell’artista, questa situazione assume una particolare intensità. Il documento appartiene alla storia personale di Jodice e, nello stesso tempo, entra nella storia pubblica delle sue immagini.
Una genealogia del vuoto
La mostra costruisce così una genealogia precisa. Vedute di Napoli sottrae la città alla presenza umana; Eden porta la questione sul terreno della materia; l’archivio estende il problema alla durata delle immagini; la lettera introduce infine il destinatario assente come figura della visione. Il vuoto attraversa questi passaggi senza ridursi a un tema iconografico. È una condizione operativa che modifica ciò che la fotografia può mostrare. La ricerca di Jodice acquista qui una particolare attualità. In un sistema visivo dominato dall’accumulo, la sua fotografia procede per selezione. Riduce l’informazione per aumentare la capacità di ascolto dell’immagine. Lascia spazio alla durata, alla memoria, alla materia. Il risultato è una fotografia che considera la presenza come qualcosa di temporaneo e l’immagine come il luogo della sua sopravvivenza. La fotografia resta. La presenza passa. Tra le due condizioni si apre il vuoto.
Margherita Artoni
Milano // fino al 14 novembre 2026
IMMAGINI DEL VUOTO: dalla camera oscura alla camera chiara. Mimmo Jodice
GALLERIA VISTAMARE – Via Spontini, 8
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