Il festival della fotografia di Matera celebra 10 anni di attività. L’intervista al direttore
Abbiamo parlato con Antonello Di Gennaro, direttore artistico del MIPphest (dove è anche curatore e fotografo). La 10° edizione è dedicata al Mediterraneo e mette il rapporto con i luoghi storici di Matera al centro
Il Mediterraneo come spazio geografico, ma soprattutto come condizione dello sguardo. È da questa prospettiva che prende forma la decima edizione di MIPphest intitolata Orizzonti Fluidi, ideata e diretta artisticamente da Antonello Di Gennaro. In una città in cui passato e presente convivono nella pietra, nelle architetture e nelle tracce dell’abitare, il Mediterraneo diventa una chiave per interrogare il nostro tempo tra migrazioni, appartenenze, trasformazioni, permanenze e attraversamenti. Così, quest’anno il Matera International Photography, intrecciando fotografia, arte contemporanea, memoria e territorio, mette in dialogo la dimensione internazionale del festival con la stratificazione unica di Matera. Ne abbiamo parlato proprio con Antonello Di Gennaro (che nel festival è presente anche come curatore e fotografo).

Intervista al direttore artistico di MIPphest Antonello Di Gennaro
Il titolo di questa decima edizione di MIPphest è Orizzonti Fluidi. Che cosa significa per lei guardare il Mediterraneo non come un luogo fisso, ma come una “condizione dello sguardo”, qualcosa che muta?
Guardare il Mediterraneo come una “condizione dello sguardo” significa, per me, smettere di considerarlo soltanto come uno spazio geografico delimitato. È un mare, con le sue coste, isole e rotte, ma soprattutto ciò che accade tra quei luoghi: relazioni, attraversamenti, scambi, memorie e identità che nel tempo si incontrano e si trasformano. È questa dimensione relazionale che il titolo Orizzonti Fluidi vuole evocare. Un orizzonte non è mai immobile: cambia a seconda del punto da cui lo osserviamo, della luce, della distanza e del movimento di chi guarda. Allo stesso modo, non esiste un unico Mediterraneo, ma molti Mediterranei che convivono, si sovrappongono e talvolta entrano in tensione.
E come entra in gioco la fotografia in questo scenario?
La fotografia può restituire questa complessità perché non è una registrazione neutra della realtà, ma una scelta e una forma di ascolto. Attraverso le immagini possiamo cogliere non solo ciò che è visibile, ma anche atmosfere, tracce e geografie affettive: una luce, un’architettura o un gesto quotidiano possono raccontare quanto un grande paesaggio. La fluidità, allora, non rappresenta una perdita di identità, ma la possibilità di comprenderla in modo più complesso e profondo. Nel Mediterraneo tradizioni, memorie e comunità continuano a trasformarsi attraverso mobilità, migrazioni e contaminazioni. L’identità nasce anche dall’incontro con l’altro. Orizzonti Fluidi è quindi un invito a non cercare un’immagine definitiva del Mediterraneo, ma ad attraversarne le molteplici possibilità. Perché il Mediterraneo, prima ancora di essere una geografia, è una relazione: e una relazione, per sua natura, vive nel movimento e nella continua possibilità di essere riscritta.
MIPphest è alla sua decima edizione. Guardando al percorso compiuto dal festival, che cosa ha caratterizzato il vostro modo di intendere la fotografia e il rapporto con il territorio?
In questi dieci anni, MIP – Matera International Photography ha sviluppato una visione precisa del linguaggio dell’immagine, inteso non solo come espressione artistica, ma come strumento di conoscenza, relazione e interpretazione del territorio. Attraverso un programma distribuito nei 12 mesi dell’anno con la realizzazione di mostre, incontri, proiezioni e workshop, il festival ha portato a Matera autori di rilievo nazionale e internazionale, favorendo il dialogo tra ricerca contemporanea, luoghi e comunità e consolidando la Città dei Sassi come spazio di produzione e confronto nel panorama della fotografia contemporanea. Tra le esperienze più significative di questa edizione del MIPphest, da fine ottobre sarà esposta una selezione legata a uno dei più importanti premi internazionali dedicati alla fotografia, il Sony World Photography Awards 2026, che per la prima volta approda a Matera e nel Sud Italia.
Ce lo racconti meglio…
Si tratta di un appuntamento di particolare rilievo per il festival e per la città, che ne rafforza la vocazione come luogo di incontro, confronto e contaminazioni tra culture, sensibilità e linguaggi diversi. A questa dimensione si affianca un’attività di valorizzazione del territorio e dell’artigianato artistico attraverso progetti fotografici, esposizioni e opere editoriali, presentati in prestigiose sedi in Italia e all’estero – tra cui Malta, Austria, Cina, USA, Canada e Albania – per raccontare e diffondere l’identità, la memoria e le radici delle nostre tradizioni. La fotografia diventa così un ponte tra il patrimonio del territorio e nuovi contesti e pubblici.

Matera non è semplicemente lo scenario delle mostre: chiese, ipogei, archivi e architetture entrano direttamente nel progetto espositivo. Quanto conta il luogo nella costruzione del significato di un’opera e quanto può arrivare a modificarne la lettura?
Il luogo per me è fondamentale: non è mai un semplice contenitore, ma entra nel significato dell’opera e può modificarne profondamente la lettura. Da fotografo ho conosciuto Matera e la sua particolare stratificazione, fatta di storia, memoria e materia. Per questo, come direttore artistico, ho pensato al MIPphest non come a un semplice festival fotografico, ma come a un progetto transdisciplinare capace di mettere in dialogo fotografia, arti visive e pratiche site specific con il tessuto sedimentato della città. Sviluppato in un contesto in cui stratificazioni geologiche, architettoniche e culturali hanno plasmato una peculiare dimensione mediterranea, il MIPphest si articola attraverso una pluralità di sedi e istituzioni, costruendo una geografia diffusa di relazioni tra opere, spazio urbano, architettura rupestre, chiese e patrimonio ipogeo. È questo il senso degli interventi di Claudia Del Giudice, Francesca Di Martino, Mina Di Nardo, Tonia Erbino, Gianni Grattacaso, Renata Petti e Nella Tarantino e così come dei progetti site-specific di Costabile Guariglia e Donatella Mazzoleni. Sono proprio questi siti unici al mondo a offrire alle opere una possibilità di lettura molteplice: una fotografia, una scultura o un’azione performativa non vengono percepite come in un ambiente neutro. La memoria del contesto genera associazioni, contrasti e risonanze che trasformano lo sguardo. A Matera il contemporaneo incontra una memoria preesistente, entra in relazione con essa e con un contesto unico al mondo, rendendo il rapporto tra opera e luogo parte integrante dell’esperienza.
Lei è contemporaneamente direttore artistico del festival, curatore e fotografo, presente anche con un progetto personale su Pompei. Come convivono questi tre sguardi?
Non vivo questi tre ruoli come identità separate, ma come tre modi diversi di esercitare lo sguardo. Come direttore artistico devo costruire una visione d’insieme, creare relazioni tra artisti, opere, luoghi e pubblico. Come curatore entro più nel dettaglio, cerco connessioni, tensioni e possibilità di dialogo. Come fotografo, invece, torno a una dimensione più istintiva e personale, dove il tempo dell’osservazione diventa fondamentale. Il progetto su Pompei rappresenta proprio questo spazio di libertà. È un confronto diretto con un luogo che porta con sé un concetto di transumanza culturale enorme di storia, memoria e immagini, e che proprio per questo richiede di essere guardato senza dare nulla per scontato. La fotografia mi permette di farlo attraverso una posizione personale, anche quando quella posizione è fatta di dubbi, attese e silenzi. In fondo, credo che il punto di contatto tra i tre ruoli sia proprio la responsabilità dello sguardo. Curare significa scegliere e mettere in relazione; fotografare significa scegliere cosa guardare e come; progettare e dirigere un festival significa costruire le condizioni perché molti sguardi diversi possano incontrarsi. Non cerco quindi di separarli, ma di farli dialogare. È in questa sovrapposizione che, per me, nasce una visione davvero contemporanea.
Vittoria Caprotti
Matera // fino al 10 gennaio 2027
MIPphest 2026. Festival Internazionale di Fotografia e Arti Visive
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