Tra dolore e bellezza: a Losanna una mostra indaga il ruolo della fotografia di guerra
Fino al 1° novembre 2026 negli spazi di Photo Élysée il progetto di Alfredo Jaar riunisce venti fotoreporter internazionali per indagare il rapporto tra immagini, potere e responsabilità civile. Quello che si crea è un cortocircuito, perché gli scatti sono bellissimi, ma drammatici
Certe fotografie di guerra sono troppo belle, e mi mettono a disagio. Può sembrare assurdo, perché la qualità formale non compromette necessariamente il valore documentario di un’immagine; eppure, davanti a certe fotografie, ho come l’impressione che la forma finisca per prevalere su ciò che dovrebbe testimoniare. La luce è perfetta, i colori funzionano, i corpi occupano lo spazio con una precisione quasi coreografica. La scena è tragica, ma l’immagine appare così compiuta da sembrare costruita. È una sensazione che ho provato visitando Inferno & Paradiso di Alfredo Jaar (Santiago del Cile, 1956) al Photo Elysée di Losanna.

La mostra di Alfredo Jaar a Losanna
L’artista cileno, da decenni impegnato a indagare il rapporto fra immagini, potere e responsabilità politica, ha chiesto a venti fotoreporter internazionali di scegliere dai propri archivi due fotografie: quella che esprime il dolore più profondo e quella che restituisce meglio la gioia e la speranza. Ne sono risultate, dunque, quaranta immagini, dall’Ucraina all’Argentina, da Gaza a New York, dal Congo alle Filippine. Presentato inizialmente al festival Cortona On The Move nel 2025, il progetto è allestito in una sala buia, dove venti proiezioni simultanee alternano inferno e paradiso, cambiando sequenza ogni venti minuti.
Forma e contenuto nelle immagini in mostra a Losanna
A colpirmi, anzitutto, è stata la perfezione estetica di alcune fotografie, così pronunciata da renderle quasi irreali. La luce, la disposizione dei corpi e l’intensità drammatica sembrano talvolta avvicinarle alla fotografia di scena, nella quale ogni elemento concorre a un risultato visivo preciso. Eppure, queste immagini documentano eventi realmente accaduti: è proprio questo contrasto a generare il mio disagio. So che ciò che vedo è vero, ma la perfezione della composizione mi induce quasi a dubitarne, perché assomiglia a quella che siamo abituati ad associare alla finzione. Il punto più interessante riguarda allora il nostro modo di guardare: quando la tragedia assume una forma visiva tanto efficace, rischiamo di concentrarci sulla bellezza dell’immagine e di perdere di vista, almeno in parte, la realtà che essa testimonia. Una fotografia può dunque essere autentica e sembrarci artificiale proprio perché è troppo bella, troppo patinata, troppo perfetta.
Il doppio ruolo della fotografia
Il ritratto di Mahmoud Ajjour, fotografato da Samar Abu Elouf e vincitore del World Press Photo of the Year nel 2025, mi sembra un esempio significativo. Esposta nella mostra di Jaar, l’immagine ritrae il bambino palestinese dopo che, durante un attacco israeliano a Gaza City nel marzo 2024, ha perso entrambe le braccia. La luce morbida e lo sfondo essenziale concentrano l’attenzione sul suo corpo e sulla sua espressione, conferendo al ritratto una straordinaria intensità. Qui si rende evidente quanto la fotografia documenta una vicenda reale e, nello stesso tempo, la trasforma in un’immagine destinata a circolare in tutto il mondo. È difficile non chiedersi quanto la nostra reazione dipenda dalla sofferenza rappresentata e quanto, invece, dalla capacità del fotografo di darle una forma visivamente memorabile. Del resto, sarebbe da ingenui pensare che la fotografia sia una finestra neutrale sul mondo: ogni immagine nasce da una scelta di inquadratura, da una distanza e da una selezione di ciò che merita di entrare nel campo visivo. Ogni immagine è, cioè, frutto di una postura sociale e politica verso il mondo. La differenza scolastica fra Henri Cartier-Bresson, con il suo momento decisivo, e Jeff Wall, che costruisce le proprie fotografie attraverso la messa in scena, chiarisce bene questa questione. Il primo coglie un istante in cui gli elementi della realtà sembrano trovare una disposizione significativa; il secondo organizza la scena affinché l’immagine possa esistere. Sono procedimenti diametralmente opposti, ma entrambi mostrano quanto la forma condizioni la nostra percezione.
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La fotografia di guerra tra dolore ed estetizzazione
Nel caso della fotografia di guerra, il rischio è che la perfezione estetica finisca per rendere il dolore più facilmente riconoscibile e consumabile, come se anche la tragedia dovesse soddisfare determinate aspettative visive ed estetiche per attirare la nostra attenzione. È una contraddizione che Susan Sontag affronta in Davanti al dolore degli altri, riflettendo sui limiti delle immagini nel produrre consapevolezza. Essere colpiti da una fotografia, infatti, non significa necessariamente comprendere la realtà che essa ci mette davanti. Una distinzione che richiama, almeno in parte, quella elaborata da Roland Barthes ne La camera chiara, dove il punctum designa ciò che, all’interno di una fotografia, ci raggiunge e ci ferisce in modo imprevisto. Ma se per Barthes questa ferita appartiene all’esperienza singolare dello spettatore, la riflessione di Sontag solleva una questione ulteriore: quale rapporto esiste tra l’intensità della nostra reazione emotiva e la capacità di comprendere ciò che stiamo guardando?
Gaza nella mostra di Alfredo Jaar
La presenza delle immagini di speranza e gioia impedisce però di ridurre il progetto alla sola rappresentazione del dramma. Nella selezione di Samar Abu Elouf, il ritratto di Mahmoud è accostato alla fotografia di Rawan Qudeih, una quindicenne palestinese ritratta nel 2020 mentre raccoglie il grano a Khuza’a, a est di Khan Yunis. Con un fascio di spighe sulla testa e un abito tradizionale, la ragazza è intenta in un gesto quotidiano che, nel contesto di Gaza, acquista un significato ulteriore: quello della continuità della vita e del legame con la propria terra. Anche la speranza, tuttavia, può essere estetizzata. Una fotografia può trasformare un gesto ordinario in un’immagine esemplare di resilienza, così come può condensare una tragedia in un’icona del dolore. In entrambi i casi, la complessità della realtà rischia di essere ricondotta a una forma immediatamente riconoscibile, che ci aiuta a dare un significato a ciò che vediamo ma può anche semplificarlo. Il paradiso di Jaar mi interessa soprattutto quando smette di essere il contrario dell’inferno e diventa qualcosa che continua a esistere al suo interno, senza cancellare la sofferenza e senza offrirci una facile consolazione.

Il brutto delle fotografie troppo belle
Rimane, infine, il disagio davanti alle fotografie troppo belle. La bellezza non rende falsa un’immagine, né una testimonianza deve rinunciare alla qualità formale per essere attendibile. Occorre piuttosto interrogarsi sul modo in cui quella qualità orienta il nostro sguardo, soprattutto quando la fotografia è il principale mezzo attraverso cui conosciamo guerre e sofferenze lontane dalla nostra esperienza. Inferno & Paradiso ci ricorda che vedere e comprendere sono due esperienze distinte: possiamo essere colpiti da una fotografia, ricordarla a lungo e persino commuoverci, continuando a ignorare quasi tutto della realtà che rappresenta.
Il ruolo del fotogiornalismo
Resta una domanda, che riguarda tanto il fotogiornalismo quanto il nostro modo quotidiano di guardare: che cosa cerchiamo in un’immagine della sofferenza? O della gioia? Forse vogliamo essere colpiti, a condizione che il colpo sia breve, che la fotografia abbia una forma riconoscibile e che, dopo averla guardata, possiamo passare alla successiva. Inferno e paradiso, del resto, non sono necessariamente due mondi separati: a volte convivono nella stessa immagine. Il problema comincia forse proprio quando sentiamo il bisogno di distinguerli troppo nettamente.
Nicola Bigliardi
Losanna // fino al 1° novembre 2026
Alfredo Jaar. Inferno & Paradiso
PHOTO ÉLYSÉE – Place de la Gare, 17
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