Muore a 90 anni Hiro, il fotografo nippo-americano degli scatti eleganti e surreali

È scomparso a 90 anni il fotografo nippo-americano Hiro, nome d’arte per Yasuhiro Wakabayashi. Allievo di Richard Avedon, i suoi scatti trasportano in un mondo surreale con un tocco di eleganza levigata, per uno stile

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Il fotografo nippo-americano Hiro, nome d’arte per Yasuhiro Wakabayashi, protégé di Richard Avedon – era infatti suo allievo e assistente – è morto lo scorso 15 agosto nella villa di campagna a Erwinna, in Pennsylvania, all’età di 90 anni. L’annuncio della scomparsa è stato comunicato dalla famiglia al New York Times. Le foto che in assoluto hanno conquistato i rotocalchi, così come l’immaginario comune, sono quelle di una formica in bilico sulla cima lucente di un’unghia rosso scarlatto e quella di una donna che emana dalla bocca un batuffolo vaporoso di fumo. La donna in questione era Jerry Hall, top model texana, ritratta in riva al mare dell’isola caraibica di Saint Martins. Nel 1982, la rivista American Photographer ha dedicato a Hiro un intero numero, apprezzandolo soprattutto per la brillantezza pragmatica da maestro rinascimentale: “Hiro ha cambiato il modo in cui le fotografie appaiono, e con una tecnica infinitamente inventiva ha cambiato il modo in cui i fotografi lavorano”.

HIRO, LA STORIA DI UN FOTOGRAFO MITOLOGICO

Nato a Shanghai il 3 novembre 1930 da genitori giapponesi, nel 1946 con la famiglia lascia la Cina per il Giappone, studiando a Tokyo. Nel 1954, va in America iscrivendosi per un breve periodo alla School of Modern Photographydi New York. Due anni più tardi inizia a lavorare per Richard Avedon e, nello stesso periodo, incontra Alexey Brodovitch, direttore artistico di Harper’s Bazaar,divenendo suo assistente nel laboratorio di design alla New School. Dal 1956 al 1975 è nello staff di Harper’s Bazaar, e nel 1969 viene nominato fotografo dell’anno dall’American Society of Magazine Photographers.

I SCATTI DI MODA VISIONARI DI HIRO

Le fotografie di Hiro trasportano in un mondo parallelo ed essenziale, con cromie sapide e persistenti, un mondo di bellezza mozzafiato in senso letterale. I suoi soggetti si fanno soppesare dall’occhio, lo catturano estaticamente: un piede buca la superficie, adagiato su bianchissimi sassi ovali e porosi, con una tarantola che minaccia il tallone – un possibile richiamo ad Achille? -; un cappello nero, striato di bianco, proietta un’ombra di una gamma di grigio scuri. Il volto di una donna avvolta in un foulard blu notte sembra richiamare il bacio magrittiano, eppure il velo trasparente lascia intravedere le linee sottostanti, gli occhiali da sole che riflettono un brillante di sole, una soffice superficie vellutata “blue velvet” come il capolavoro di David Lynch.

—Giorgia Basili

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Giorgia Basili
Giorgia Basili (Roma, 1992) è laureata in Scienze dei Beni Culturali con una tesi sulla Satira della Pittura di Salvator Rosa, che si snoda su un triplice interesse: letterario, artistico e iconologico. Si è spe-cializzata in Storia dell'Arte alla Sapienza con una tesi di Critica d'arte sul cinema di Pier Paolo Pasolini, letto attraverso la lente warburghiana della Pathosformel. Collabora con diverse riviste di settore prediligendo tematiche quali l’arte urbana e il teatro, la cultu-ra e l’arte contemporanea nelle sue molteplici sfaccettature e derive mediali. Affascinata dall’innesto del visivo con la letteratura, di tea-tro e mitologia, si dedica alla scrittura di poesie per esprimere la propria sensibilità e il proprio pensiero estetico-critico su ciò che la circonda.