Ritratti, danze, rituali sciamanici, scene di vita quotidiana nelle maloka, nel cuore della foresta amazzonica. Un corpus di oltre 300 immagini che Claudia Andujar ha scattato nel corso di 50 anni agli Yanomami, il popolo della foresta amazzonica. Ora in mostra alla Fondation Cartier di Parigi.

La Lutte Yanomami, che ha inaugurato alla Fondation Cartier pour l’art Contemporain a Parigi lo scorso 30 gennaio non è solo una mostra fotografica elegante e sofisticata, ma è la materializzazione estetica di una lotta che un gruppo abbastanza ristretto di persone ha combattuto per decenni e sta tuttora combattendo al fianco della popolazione Yanomami.
Una lotta che si gioca su piani e livelli diversi, con linguaggi e alleanze variabili, ma con un unico obiettivo: far conoscere la cultura Yanomami ai non-indigeni, a noi bianchi, per costruire ponti invece che muri, perché la conoscenza è il primo passo verso il rispetto reciproco, perché conoscere e rispettare il popolo indigeno significa conoscere e rispettare l’anima del mondo.

CLAUDIA ANDUJAR FOTOGRAFA E ATTIVISTA

Claudia Andujar, nata in Svizzera nel 1931 da madre svizzera protestante e padre ungherese di confessione ebraica, è emigrata negli Stati Uniti e poi in Brasile con la madre per sfuggire alla guerra, dopo che la famiglia del padre era stata sterminata ad Auschwitz. Ha iniziato a fotografare gli Yanomami nel 1971, prima come fotoreporter per Realidade e per il New York Times Magazine e vari progetti artistici; poi, a partire dal 1977, quando la dittatura brasiliana le impedisce di ritornare in territorio Yanomami per continuare il suo lavoro, come forma di attivismo in difesa dei popoli indigeni.
È in quegli anni che, insieme a Bruce Albert, antropologo francese di origine marocchina, e Carlo Zacquini, missionario cattolico che dal 1965 si occupa della salute e della difesa dei diritti degli indigeni, fonda la Commissione Pro-Yanomami (CCPY), una ONG dedicata alla difesa del territorio, la cultura e i diritti umani degli Yanomami, di cui diventa la coordinatrice.
Sono anni difficili, anni in cui inizia la costruzione della Perimetral Norte, che, con il pretesto di difendere la frontiera Nord del Paese, s’insinua nel territorio Yanomami: il governo aveva scoperto che la zona era ricca di oro, uranio e cassiterite, e di lì a poco la zona è invasa da cercatori d’oro e industrie minerarie che inquinano i fiumi portando con sé malattie che decimano decine di comunità. Quelli che seguono sono anni di dure battaglie, che culminano, dopo la fine della dittatura militare in Brasile nel 1985, con il riconoscimento da parte del nuovo presidente Brasiliano – alla vigilia dell’UNCED, il Summit sulla Terra a Rio de Janeiro nel 1992 – di un territorio di quasi 10 milioni di ettari come proprietà appartenente definitivamente agli Yanomami.

Claudia Andujar, The young Susi Korihana thëri swimming, Catrimani, Roraima, 1972 74
Claudia Andujar, The young Susi Korihana thëri swimming, Catrimani, Roraima, 1972 74

LA MOSTRA ALLA FONDAZIONE CARTIER

Camminando fra le sale della Fondation Cartier, grazie alla raffinata curatela di Thyago Nogueira, si ha la sensazione di essere insieme al popolo Yanomani, di condividere i momenti tristi e quelli di festa, si prova l’estasi della yãkoana, il dolore della pelle che viene bucata da schegge di palma per sancire l’ingresso nella pubertà, la dolcezza di una madre con il suo bambino, la rabbia per una strada ingiusta e predatoria. Attraversando gli scatti di Claudia Andujar si ha la sensazione di essere dentro la foresta, di essere parte di essa.
Ma la lotta non è finita, anzi. Con l’entrata in carica di Jair Bolsonaro, esponente del partito di estrema destra Alleanza per il Brasile, nel gennaio 2019, il quale ha pubblicamente parlato di sterminio delle popolazioni indigene, si è inaugurata una nuova stagione di violenza contro gli indigeni e contro la foresta: il trasferimento della Funai (la Fondazione nazionale dell’indio, cioè l’organo del governo brasiliano che si occupa delle politiche di protezione degli indigeni) dal ministero della Giustizia a quello della Donna, della famiglia e dei diritti umani; l’affidamento delle attività di demarcazione delle terre, un tempo di competenza della Funai, al ministero dell’Agricoltura, che di fatto apre allo sfruttamento di territori incontaminati, sono atti concreti che legittimano comportamenti violenti e predatori nei confronti delle popolazioni indigene e della foresta, visti come un ostacolo allo sviluppo.
Alla luce di tutto quello che sta succedendo e dell’urgenza di agire per invertire la rotta, la mostra assume una rilevanza fuori dal comune. La giornata di inaugurazione è stata particolarmente significativa da questo punto di vista perché è stata l’occasione di riunire gli attori fondamentali di questa battaglia sotto uno stesso tetto, moltiplicando l’effetto di ogni singola voce separata dalle altre.

COSA POSSONO INSEGNARCI GLI YANOMAMI

Alle parole profonde, allo stesso tempo ancestrali e vive di Davi Kopenawa, sciamano e leader del popolo Yanomami, che ha teso la mano al popolo bianco, invitandolo alla conoscenza reciproca come primo passo verso l’amicizia e il rispetto, si sono unite quelle più militanti di suo figlio Dario Kopenawa, fra i principali animatori dell’associazione indigena Hutukara.org.
Bruce Albert, autore insieme a Davi Kopenawa del libro La Caduta del Cielo, pubblicato in Italia nel 2018 da Nottetempo, ha parlato della popolazione indigena come della vittima sacrificale dell’idea di progresso e di accumulazione primaria della ricchezza perpetrata dall’Occidente, idea che è iniziata con l’estrazione dell’oro, dell’argento, delle materie prime e poi del petrolio, ai danni, oggi come allora, delle popolazioni che abitavano e abitano tuttora la foresta.
La Lutte Yanomami, che sarà aperta fino al 10 maggio e verrà poi trasferita al Fotomuseum Winterthur a giugno e alla Triennale di Milano a fine ottobre, è una mostra incredibilmente necessaria oggi. In tempi di crisi climatica e ambientale, riesce a farci vedere un altro modo di abitare il pianeta, molto distante dal nostro, in equilibrio con le altre forme di vita e la foresta. Una mostra che ci fa riflettere sul senso profondo del nostro stare al mondo come esseri umani: non si tratta di salvare il pianeta, ma ricordarci cosa significhi essere parte di esso. Significa abitare la terra con passo lieve, trattandola non come una proprietà o una risorsa da sfruttare ma come un dono di cui avere rispetto, significa proteggere noi stessi in quanto ambiente, superando la dicotomia uomo/natura che ci acceca. Il popolo Yanomami ha molto da insegnarci.

– Azzurra Muzzonigro

www.fondationcartier.com

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AutoreClaudia Andujar
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Azzurra Muzzonigro
Azzurra Muzzonigro (Roma, 1983) è architetto e vive a Milano. Si laurea nel 2009 presso la facoltà di Architettura di Roma Tre con la tesi “Savorengo Ker/la Casa di tutti” con Francesco Careri. Nel 2011 completa il MSc in Building and Urban Design in Development al Development Planning Unit (The Bartlett Faculty of the Built Environment, University College London) con la tesi “Dwell the Threshold: an opportunity of encounter among differences” con Camillo Boano. Nel giugno 2015 ha completato il dottorato in Studi Urbani con la tesi “Abitare la Soglia: spazi e pratiche per una città plural” presso l’Università degli Studi Roma Tre, dove è membro del LAC (Laboratorio Arti Civiche), una piattaforma di ricerca che investiga la relazione fra pratiche informali e le trasformazioni urbane. Dal 2013 è assistente accademica e di ricerca di Stefano Boeri presso il Politecnico di Milano. L’attenzione è posta sul potenziale della biodiversità nelle trasformazioni urbane: l’approccio non-antropocentrico come chiave di un nuovo equilibrio fra la sfera umana, quella naturale e quella animale. Da giugno 2015 collabora con Waiting Posthuman, un progetto di ricerca multidisciplinare a cavallo fra arte, architettura, urbanistica e filosofia.

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