Temi sociali, impegno politico, la vicenda dei migranti: sono un po’ delle costanti nella proposta culturale palermitana. Un documentario e una piccola mostra fotografica si inseriscono bene nella mission del Centro per la Fotografia di Letizia Battaglia. Pochi metri più in là, la combinazione fra arte e denuncia politica funziona molto meno. Succede ai Cantieri Culturali alla Zisa.

Quando la fotografia rimette al mondo il mondo: ridefinirne i contorni e restituire una direzione allo sguardo, nella possibilità di tornare a vedere; e dunque di afferrare daccapo il reale, tra l’intermittenza delle palpebre e l’ostinazione della presa. “Fotografare significa appropriarsi della cosa che si fotografa. Significa stabilire con il mondo una relazione particolare che dà una sensazione di conoscenza, e quindi di potere”. Sono parole di Susan Sontag, dal suo celebre saggio “On Photography” del 1977. Parole che diventano citazione illuminante nel breve documentario “Tucataliiammia” (dal siciliano: “tu che guardi me”), prodotto nel 2019 da Koinè Film, per la regia di Alberto Castiglione, documentarista palermitano, autore, tra gli altri, del lungometraggio sul giornalista ucciso dalla mafia Mauro Rostagno (“La rivoluzione on onda”, 2015), realizzato con la Sicilia Film Commission.
Questo piccolo lavoro indipendente è costruito intorno alla figura di uno fra i tanti minori non accompagnati, arrivati sulle coste siciliane dopo l’inferno del deserto, della detenzione e dei barconi: “Una pericolosa ondata di populismo sta attraversando l’Italia”, scrive il regista, “dando il fianco a fenomeni sempre più crescenti di intolleranza e razzismo: tutto ciò contrappone l’Italia anche all’Europa. All’attuale politica governativa fa da contraltare, nel documentario, la storia di Mohammed, detto ‘Momo’, un ragazzo di 17 anni che dal Gambia, attraverso un vero e proprio viaggio infernale, è arrivato a Palermo, città in cui sta cercando di rifarsi una vita serena e felice, anche con l’aiuto della sua grande passione: la fotografia”.

LA STORIA DI MOMO

Il film è oggi proiettato nell’ampia sala cinema del Centro Internazionale di Fotografia, fiore all’occhiello dei Cantieri Culturali alla Zisa di Palermo, diretto dalla straordinaria Letizia Battaglia. Commuove la vicenda di Momo, che pare un copione tragico, ai confini del reale, e che è invece vita vissuta, feroce, ingiusta, consumata nei pochi anni di due ragazzini: lui e il fratello gemello, orfani di madre e di padre, traditi dallo zio affidatario, derubati di ogni bene, perseguitati, sequestrati, trovatisi a mettere in salvo la pelle lungo le strade di un’Africa gigantesca e crudele, giungono infine nel caos della Libia. Qui il fratello di Momo muore, finito per sbaglio nel mezzo di uno scontro a fuoco tra due gang.
Momo adesso è solo davvero. Disperato. Salvato per un soffio da un tentato suicidio, segue uno scafista in cerca di un approdo, di una qualunque ragione per non rimettersi quella corda al collo. Nulla da perdere, nessuna paura di morire. Sopravvissuto alla traversata nel Mediterraneo, in Italia passa da un centro d’accoglienza all’altro, devastato dal trauma, indurito, chiuso nel suo male oscuro. Finalmente una chance, il sostegno degli psicologi, un luogo in cui trova l’aiuto necessario. E torna all’improvviso un indizio di futuro.

Tucataliiammia, 2019, regia di Alberto Castiglione, foto di scena
Tucataliiammia, 2019, regia di Alberto Castiglione, foto di scena

Alla testimonianza del ragazzo il film affianca alcune scene di cronaca politica italiana – dal caso Diciotti agli orridi cortei razzisti di Forza Nuova – e poi le immagini di una Palermo d’apertura e d’accoglienza, fra il centro storico e i porti, le spiagge solitarie, i quartieri multietnici e gli scorci monumentali. E Momo ricorda, sorride, ringrazia la città dei mille volti e delle mille culture, in cui anche l’Africa è molteplice, tutta da imparare. E intanto non smette di fotografare. Cammina e fotografa, immortala tramonti, muri, cortili, orizzonti, giardini. Pezzo a pezzo riscrive la sua vita e ad ogni scatto ne contiene la corrente sorprendente, impetuosa.
E allora quel “potere” di cui diceva la Sontag è un concetto che si apre a una doppia declinazione: strumento di controllo, sul piano dell’informazione, del sistema mediatico, della propaganda e delle narrazioni visive, ma anche possibilità di compenetrazione conoscitiva ed estetica col reale. Una forma di potenza scopica, che attraverso l’avventura famelica dell’occhio conduce al possesso delle cose, dei segni minimi, dell’incommensurabile bellezza e inquietudine del mondo. Collezionare immagini significa imparare a gestire l’intrattabile, l’incontenibile. Una riflessione filosofica, che nella vicenda di Momo trova una toccante coniugazione.

Un'opera del progetto Boys don't cry, Centro Internazionale della Fotografia, Palermo, Cantieri Culturali alla Zisa
Un’opera del progetto Boys don’t cry, Centro Internazionale della Fotografia, Palermo, Cantieri Culturali alla Zisa

BOYS DON’T CRY. GIOVANI MIGRANTI IN MOSTRA

Letizia Battaglia ha intelligentemente scelto di accostare il film a una mostra, allestita nella project room del Centro, in parallelo alla retrospettiva principale dedicata al grande reporter Franco Zecchin. “Boys don’t cry” è frutto di un progetto culturale e umanitario pieno di senso e di tenerezza, esempio virtuoso d’integrazione e al contempo racconto intimo, intitolato al riscatto e a una gioia nuova. Nell’estate del 2018 un gruppo di migranti tra i 17 e i 23 anni, ospiti del Centro d’accoglienza Asante di Palermo, ha partecipato a un workshop condotto dalla fotografa e film maker Ludovica Anzaldi. Un mese di lavoro, con una Hasseblad 500 e una videocamera in mano, imparando anche così a reinventare la loro vita da sopravvissuti, reduci da esperienze di guerra e di abbandono, di solitudine e di fame. E intanto andare per mostre, seguire il percorso di Manifesta 12, educare lo sguardo. Di nuovo la fotografia e la riscrittura creativa del reale si fanno metafora di ripartenza: il lungo limbo che sospende giovani vite – a migliaia – nell’attesa di uno status di rifugiato, di un documento, di un permesso di soggiorno, di una protezione, viene riempito qui da un percorso di scoperta e di formazione.
Le foto, i video e i disegni di Hamissa Dembélé, Mory Sangare, Fofana Abdoulaye, Buba Drammeh e Kaita Aboubacar sono esposti fino al 25 maggio, con un allestimento semplice ed efficace. E sono loro, a un tempo, i fotografi e i soggetti in posa, con i piccoli set arrangiati, tra lenzuola come fondali e semplici sedie da apparecchiare, mettendo insieme volti, oggetti, scarpe, frutti e ortaggi, felpe, camicie, tazze, palloni, piccoli trofei: una sequenza di nature morte e di ritratti, nei giorni spesi a cercare un posto nel mondo, finalmente sicuro. E funzionano queste foto, seppur acerbe, dilettantesche. In esse il candore si fa equilibrio e una certa consapevolezza compositiva pare poggiare tutta sull’autenticità, sulla verità all’origine del gesto e dello scatto.

Boys don't cry, exhibition view, 2019. Centro Internazionale per la Fotografia, Palermo. Ph. HM
Boys don’t cry, exhibition view, 2019. Centro Internazionale per la Fotografia, Palermo. Ph. HM

L’IMPORTANZA DI UNA REGIA. ARTE E POLITICA AI CANTIERI: TOP E FLOP

Così si semina il terreno aspro, accidentato, dolorosamente controverso, in cui il dibattito pubblico si articola e procede: i luoghi deputati all’arte diventano spazi di discussione e d’apertura, mescolando l’esercizio creativo, l’impegno sociale e quella vocazione politica che la cultura, da una certa prospettiva, non può che rivendicare.
E tutto ha un nesso, dentro uno spazio come quello per la fotografia, inaugurato all’interno dei Cantieri Culturali alla Zisa grazie allo sforzo del Comune di Palermo. Funziona la proposta odierna, come altre passate: dagli intensi reportage di Zecchin, che restituiscono l’immagine di una Sicilia riverberata in un mare di voci e di storie, ai risultati del workshop per giovani migranti – artisti, reporter, cronisti, lavoratori e cittadini italiani di domani – fino alla storia struggente di Momo, che mentre sogna di fare il fotografo e il giornalista, continua a rinascere nello sguardo degli altri e nel proprio, miracolosamente ritrovato.
Così accade, là dove esistono una regia, una visione, una cultura del racconto per immagini e parole. Così accade nel luogo che porta il nome di Letizia Battaglia, col suo talento benedetto da decenni di lavoro e d’esperienza, col suo entourage di maestri, estimatori, collaboratori, con i suoi trascorsi di militanza politica, di impegno civile, di affettuosa partecipazione alla vita delle persone.

Max Papeschi, Make Disneyland Great Again, Digital art. Courtesy © Max Papeschi
Max Papeschi, Make Disneyland Great Again, Digital art. Courtesy © Max Papeschi

E così non succede, solo pochi metri più in là, in un altro luogo simbolo del complesso dei Cantieri, condannato all’improvvisazione e irresponsabilmente privato di una direzione artistica, di una linea curatoriale, di fondi certi e di programmazioni coerenti, qualitativamente all’altezza. Tra buone mostre (poche) e progetti non azzeccati, brucia l’assenza di una governance e di una strategia chiara per ZAC, l’enorme padiglione per l’arte contemporanea del Comune di Palermo, che dallo scorso 25 gennaio ospita una mostra di Max Papeschi e Max Ferrigno, sostenuta dalla Fondazione Jobs. Ancora una volta arte che guarda alle dinamiche sociali, ancora denuncia politica e volontà d’intercettare il dibattito pubblico. Eppure qui, a dispetto dello spazio monumentale e della produzione corposa, tutto si riduce a una sequela di chiassose trovate, nemmeno troppo provocatorie: satira ultra pop, urlata nel segno di una comicità che non supera la risata e di uno spirito ludico che non conosce né poesia né sollecitazione intellettuale. Il populismo, la violenza, la xenofobia, la corsa alle armi, l’idolatria consumistica e la sete di potere di due icone del presente come Donald Trump e Kim Jong-un si tramutano in uno sberleffo facile, imbevuto di riferimenti al mondo dei cartoon, dei sex toys, del marketing, dei manga, persino della storia dell’arte. Parodie a una dimensione per una raccolta di maxi figurine – noiosamente messe in fila nel gigantesco ambiente – il cui gusto, stile e orientamento non si capisce quanto c’entrino con le politiche culturali di ZAC, del Comune, dei Cantieri stessi.

Max Papeschi e Max Ferrigno, Pyongyang Rhapsody – The Summit of Love, exhibityion view, 2019. Zac, Cantieri Culturali alla Zisa, Palermo. Ph. HM
Max Papeschi e Max Ferrigno, Pyongyang Rhapsody – The Summit of Love, exhibityion view, 2019. Zac, Cantieri Culturali alla Zisa, Palermo. Ph. HM

E il punto non è occuparsi di attualità in una chiave sola, ci mancherebbe. Il punto è capire dove siano la progettualità e la forza di una visione. In questo caso, a una manciata di passi dai coloratissimi manifesti di Papeschi e Ferrigno, una mostra e un film fatti con niente catturano lo sguardo e inducono all’ascolto. Rinnovando il senso di un progetto culturale, politico, estetico e umano non esente da possibili miglioramenti, ma certamente serio, strutturato. Un fatto raro in Sicilia: piazzare in spazi istituzionali mostre a costo zero, pacchetti ideati e finanziati da soggetti esterni, diventa spesso uno scaltro strumento per riempire calendari e mantenere relazioni. Con buona pace della ricerca, delle produzioni originali, del principio di selezione e del concetto di ‘regia’ o di ‘direzione’.
Ai Cantieri di Palermo succede questo e quello. La sfida difficile di ZAC – poderoso hangar che meriterebbe progetti site specific di respiro internazionale, coraggiosamente modulati sullo spazio – è ancora tutta da giocare. Dopo l’impegno pluriennale dell’Assessore alla Cultura Andrea Cusumano, toccherà al suo successore, Adham Darawsha, il completamento di un percorso e l’avvio di una stagione nuova. Sempre che una volontà politica esista, con tutta la fatica del caso.

– Helga Marsala

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Helga Marsala
Helga Marsala è critico d'arte, giornalista, notista culturale e curatore. Insegna all'Accademia di Belle Arti di Roma, dove è anche responsabile dell'ufficio comunicazione. Collaboratrice da anni di testate nazionali di settore, ha lavorato a lungo come caporedattore per la piattaforma editoriale Exibart. Nel 2011 è nel gruppo che progetta e lancia la piattaforma Artribune, dove ancora oggi lavora come autore e membro dello staff di direzione. Svolge un’attività di approfondimento teorico attraverso saggi e contributi critici all’interno di pubblicazioni e cataloghi d’arte e cultura contemporanea. Scrive di arti visive, arte pubblica e arte urbana, politica, costume, comunicazione, attualità, moda, musica e linguaggi creativi contemporanei. È stata curatore dell’Archivio SACS presso Riso Museo d'arte contemporanea della Sicilia e membro del Comitato Scientifico, collaborando a più riprese con progetti espositivi, editoriali e di ricerca del Museo. Cura mostre e progetti presso spazi pubblici e privati in Italia, seguendo il lavoro di artisti italiani ed internazionali. Nel 2018 lavora come Consulente per la Cultura del Presidente della Regione Siciliana e poi dell'Assessore dei Beni Culturali e dell'Identità Siciliana.

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