Polemiche sul Festival della Fotografia Etica e le politiche leghiste a Lodi. Replica il Direttore

Prove tecniche di Apartheid, a Lodi, o corretto scrupolo burocratico? La polemica sui bimbi stranieri esclusi dalla mensa ha coinvolto l’Italia per giorni. E anche il Festival della Fotografia si è trovato in mezzo. Dopo la vicenda dell’artista che ha ritirato il suo lavoro, la versione dell’associazione che organizza l’evento.

Paula Bronstein, Apolidi, abbandonati e indesiderati. La crisi dei Rohingya. Master Award al Festval della Fotografia Etica 2018
Paula Bronstein, Apolidi, abbandonati e indesiderati. La crisi dei Rohingya. Master Award al Festval della Fotografia Etica 2018

Il giovane fotografo Tomaso Clavarino ha scelto di ritirare le sue opere dal Premio Voglino, che dal Festival della Fotografia Etica viene ospitato e con cui stringe una collaborazione: ogni anno il vincitore dell’edizione precedente viene presentato con una mostra personale.
Se n’è andato, Clavarino, perché dinanzi alla mancata presa di posizione dei due soggetti coinvolti – festival e premio – rispetto ai fatti di Lodi, si era sentito fuori posto. Non più in linea eticamente, intellettualmente. I fatti sono quelli che hanno riguardato le scuole elementari della città lombarda, i cui alunni stranieri – figli di famiglie in difficoltà – erano rimasti esclusi dalla mensa e dal servizio scuolabus, in conseguenza delle nuove norme introdotte dalla giunta leghista.
Il caso ha dominato per giorni le pagine dei giornali, le trasmissioni tv, i dibattiti sui social. E in tanti si sarebbero aspettati una parola chiara da chi, su quel territorio, fa cultura da una prospettiva aperta, democratica, occupandosi attraverso la fotografia anche di profughi, migranti, paesi in via di sviluppo, marginalità, abusi, tensioni sociali. Un silenzio che ha stonato, nel clamore diffuso.

Alberto Prina, Direttore del Festival della Fotografia Etica di Lodi
Alberto Prina, Direttore del Festival della Fotografia Etica di Lodi

PARLA IL DIRETTORE DEL FESTIVAL. NON FACCIAMO POLITICA

In realtà un comunicato stampa era stato diramato. E fu proprio quel documento a persuadere Clavarino: a suo avviso insufficiente, poco chiaro, quasi democristiano. Da lì, la decisione di mollare. Un comunicato che in effetti non entrava nel dettaglio. Non faceva nomi, cognomi, riferimenti diretti. Volutamente. Dopo aver chiarito che il Comune di Lodi – tra i principali parter del Festival – non dà soldi, ma solo spazi e patrocini, il testo spiegava che l’attività del Festival “ha come scopo l’educazione al linguaggio fotografico, alla diffusione di una cultura che sviluppi gli “anticorpi” agli estremismi, alla violenza e alle “malattie” della nostra società”. Insomma, né razzismi né nazionalismi. Ma questo era chiaro: il Festival della Filosofia Etica è una delle molte tessere del virtuoso arcipelago di eventi, iniziative, mostre, incontri e rassegne, intitolati all’impegno civile, al rispetto delle diversità, alla tutela dei diritti, al dialogo tra i popoli. Risorse preziose, che seminano in sordina ma che nel tempo costruiscono un tessuto socio-culturale.
Perché allora non parlare con schiettezza, mentre telecamere, cronisti, opinionisti d’ogni tipo affollavano la piazza lodigiana? Lo abbiamo chiesto al direttore del Festival, Alberto Prina, affinché fosse raccontata anche la versione di chi, in queste ore, ha ricevuto dure critiche, contestazioni, ma anche attestati di stima e tanta, tantissima partecipazione: a pochi giorni dalla chiusura gli organizzatori calcolano già un 20-30% in più di pubblico rispetto al 2017.
I motivi per cui non abbiamo preso una posizione? Punto uno: Gruppo Fotografico Progetto Immagine è un’associazione, dotata di regolare statuto. E quello statuto non prevede l’assunzione di posizioni politiche o l’esercizio di attività politiche: dare una risposta, in questo caso, equivaleva a fare politica, visto che il soggetto interessato è un politico, un amministratore pubblico. Lo statuto nasce nel segno di una totale indipendenza: questo in parte limita la nostra azione, poiché siamo un’associazione – e non una persona singola – e nel gruppo convivono sensibilità differenti. Ma è anche la nostra forza: lavorare in team ti permette di andare molto più lontano, di organizzare al meglio, di puntare sul confronto, sul dialogo”.

Tommaso Protti, Terra rossa, vincitore sezione Spot Light al Festival della Fotografia Etica 2018
Tommaso Protti, Terra rossa, vincitore sezione Spot Light al Festival della Fotografia Etica 2018

ESSERE O NON ESSERE POLITICI

E ci sarebbe da aprire un capitolo sul senso della parola “politico”. Cos’è politico? O meglio, cosa non lo è? Qualunque dinamica che interessi un territorio, un sistema sociale, uno spazio pubblico con la sua ricaduta nel privato e nel quotidano, un complesso di norme e di costumi, un codice di segni e di forme condivisi, è già politico. Difficile sottrarsi. Politico, non partitico: la vecchia distinzione etimologica allarga il senso e ne svela la lucida radice. Tanti, del resto, sono gli esempi di realtà rigorosamente apolitiche, eppure all’occorrenza schieratesi contro un’ingiustizia politicamente connotata. Scelte legate alla propria mission, alla prossimità e al legame con un luogo, alla necessità etica di agire. Così come è una scelta (del tutto legittima) quella di tenere un profilo basso, rispettando la vocazione neutrale di un progetto, difendendone la natura, preservando equilibri interni e istituzionali.
Ed è qui che le argomentazioni si fanno ancor più centrate. Si tratta di portare avanti il proprio lavoro e attraverso questo esprimere valori, riferimenti, contenuti. In questo caso immagini e non parole. Quella del Festival è una battaglia che passa, silenziosamente, per le battaglie, le storie e le sfide di centinaia di artisti, attivi sul campo ad ogni latitudine.“Noi parliamo attraverso la fotografia”, spiega Prina, “che è fatta dai fotografi: non siamo nemmeno noi a parlare, direttamente. Noi scegliamo scatti, reportage, lavori altrui, i quali esprimono una certa linea. E la nostra risposta ai fatti di Lodi sarà proprio un’analisi fotografica. Che ha certo dei tempi più lunghi e una comunicazione interna condivisa, articolata. Del resto non abbiamo mai cercato risposte rapide, legate alla cronaca. Ci interessa lavorare sul lungo periodo”.

Riccardo Bononi , Perle Young Exorcist. Vincitore del Premio Voglino 2017
Riccardo Bononi , Perle Young Exorcist. Vincitore del Premio Voglino 2017

IN CANTIERE  UN PROGETTO SULL’INTEGRAZIONE A LODI

Nascerà così un progetto di ricerca, un’occasione di verifica – ancora non definita – dedicata al territorio di Lodi, comunale o anche provinciale. Qualcosa che si concentri sul tema dell’integrazione e della multiculturalità, per tentare di “comprendere le ragioni di un male profondo e complesso”. Tra un anno, per la prossima edizione, se ne riparlerà. E sarà un tempo dedicato all’elaborazione formale, alla metabolizzazione. Troppo distante dal momento dell’emergenza, diranno gli “interventisti” (convinti che il sostegno vada offerto quando la trincea è rovente); giustamente proiettato sull’approfondimento e sul lavoro, risponderanno quelli che gli statement, le piazze e le barricate li lascerebbero altrove.
Comunque la si pensi, resta il dispiacere per chi – estremizzando, in un clima generale esasperato – è arrivato ad augurarsi la chiusura del Festival e del Premio. Così racconta Prina: “Fotografi più meno noti, e diversi utenti sui social, hanno chiesto di boicottarci. Di non venire a Lodi per vedere le mostre. Siamo molto rammaricati. A questa gente mi verrebbe da chiedere: se il Festival l’anno prossimo non ci fosse più, a chi gioverebbe?”. Un pensiero vile, quello di chi spera nel naufragio di un’iniziativa lodevole, radicata nei suoi luoghi e quest’anno impegnatasi anche per la riapertura – in sinergia col Comune – di un spazio abbandonato da anni: l’ex Cavallerizza è oggi ripulita e ripristinata, con una destinazione d’uso espositiva e culturale.
Del resto, storicamente, sono sempre stati più gli artisti a esporsi, a guidare occupazioni, a imbastire contestazioni, a seminare dissenso. Con istituzioni e sponsor spesso divenuti bersagli. Artisti che hanno utilizzato ruolo e palcoscenici per veicolare messaggi o armare battaglie. E intanto, sull’altro fronte – a torto o a ragione – the show must go on.

– Helga Marsala

 

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Helga Marsala
Helga Marsala è critico d'arte, giornalista, notista culturale e curatore. Insegna all'Accademia di Belle Arti di Roma, dove è anche responsabile dell'ufficio comunicazione. Collaboratrice da anni di testate nazionali di settore, ha lavorato a lungo come caporedattore per la piattaforma editoriale Exibart. Nel 2011 è nel gruppo che progetta e lancia la piattaforma Artribune, dove ancora oggi lavora come autore e membro dello staff di direzione. Svolge un’attività di approfondimento teorico attraverso saggi e contributi critici all’interno di pubblicazioni e cataloghi d’arte e cultura contemporanea. Scrive di arti visive, arte pubblica e arte urbana, politica, costume, comunicazione, attualità, moda, musica e linguaggi creativi contemporanei. È stata curatore dell’Archivio SACS presso Riso Museo d'arte contemporanea della Sicilia e membro del Comitato Scientifico, collaborando a più riprese con progetti espositivi, editoriali e di ricerca del Museo. Cura mostre e progetti presso spazi pubblici e privati in Italia, seguendo il lavoro di artisti italiani ed internazionali. Dal 2018 lavora come Consulente per la Cultura del Presidente della Regione Siciliana e dell'Assessore dei Beni Culturali e dell'Identità Siciliana.