Fotogiornalismo e mercato. Un convegno a Genova

Da diversi anni, ormai, si recita il requiem del fotogiornalismo: se il valore del prodotto fotografico in quanto documento si diluisce nella molteplicità delle immagini realizzate all’istante e con i mezzi più diversi, quale spazio resta per il reportage? Inteso come racconto profondo, che richiede tempo, il lavoro del fotogiornalista sembra essere sempre più sacrificabile, e sacrificato, nel mercato editoriale. Eppure.

Andrea Frazzetta, Danakil
Andrea Frazzetta, Danakil

Di come evolva il fotogiornalismo in relazione al mercato dell’arte e dell’editoria si è discusso a Palazzo Ducale a Genova, nell’ambito de La Settimanale di Fotografia, tra giovedì 17 e domenica 20 maggio. È Leonello Bertolucci, fotografo e photoeditor, autore dell’unico volume italiano sul tema (Professione Photo Editor, Gremese, 2012), a lanciare la provocazione: “La fotografia è un dispositivo orizzontale, un oggetto immediatamente riproducibile in migliaia, milioni di copie. L’idea che ha prevalso per decenni è che per uno, due dollari sia possibile acquistare un quotidiano che contiene una foto che racconta qualcosa. Esistevano, anche in Italia, riviste che non facevano altro, come ad esempio Epoca”.
Oggi, con la diffusione della possibilità di produrre immagini e la drastica contrazione della disponibilità delle testate a investire nel lavoro dei professionisti, “il fotogiornalista” – continua Bertolucci ‒ “tende assai più facilmente a rivolgersi al mercato dell’arte e del collezionismo, stravolgendo così non solo la sua attività, ma la natura stessa della fotografia. La trasmigrazione del fotogiornalismo nel mercato dell’arte fa sì che una foto sia acquistata per essere riprodotta in tiratura limitata e conservata in una casa, come fosse un Picasso in un caveau”. Se i reportage del passato, della guerra del Vietnam, sono diventati pietre miliari della storia della fotografia anche perché hanno svolto un ruolo divulgativo importante, si potrà dire lo stesso di quanto prodotto oggi? “Il fenomeno è tanto più importante poiché non riguarda soltanto i singoli fotografi: anche le agenzie, Magnum in primis, hanno aperto gallerie dedicate”, conclude Bertolucci.

TIRATURA UNO, NESSUNO, CENTOMILA

Prestarsi al gioco non significa necessariamente rinunciare alla divulgazione. Paolo Woods, vincitore di due World Press Photo, pubblica insieme a Gabriele Galimberti il suo lavoro sui paradisi fiscali The Heavens come il report annuale di una compagnia.  “Uno di questi scatti” ‒racconta il fotografo ‒ “è stato acquistato dal direttore di un’agenzia che si occupa proprio di inviare denaro in questi paradisi: voleva mostrare ai suoi clienti dove vanno a finire i loro soldi. Ma ogni fotografia ha vita a sé e può essere intesa in modi diversi a seconda degli occhi con cui è letta e perché questo accada deve essere libera di circolare ed essere riprodotta. È come un figlio che nasce da te, ma che poi cammina sulle sue gambe”. I libri di Woods sono pubblicati in decine di migliaia di copie.

Paolo Woods, The Heavens. Singapore
Paolo Woods, The Heavens. Singapore

IL FUTURO È UN ALTRO?

Ci sono fotografi che, facendo reportage, hanno ampiamente oltrepassato i confini del fotogiornalismo” ‒ osserva Andrea Frazzetta, contributor del New York Times Magazine e di National Geographic Travel ‒, “se si rivolgono alle gallerie è perché cambia il loro fine”. Questo cambiamento, però, non va necessariamente nella direzione del mercato dell’arte. “In definitiva, fare fotogiornalismo significa fare storytelling, cosa che si può fare anche con altri linguaggi. Sono in pochi i fotografi che riescono a conciliare questi due mondi e pochi i collezionisti che sarebbero disposti a pagare per il loro lavoro: ci può riuscire giusto un Paolo Pellegrin”. Quali, allora, le altre direzioni? “Innanzitutto le nuove tecnologie, che però cambiano radicalmente la professione, ad esempio richiedendo al fotografo di lavorare in équipe molto più di quanto non accada nel caso di un progetto condiviso sostanzialmente con il giornalista e il photoeditor”.  È il caso del documentario di realtà virtuale, da guardare online o con gli appositi occhiali, realizzato da Frazzetta per il New York TimesThe Land of Salt and Fire ‒ girato in una zona desertica dell’Etiopia.

Maria Elena Buslacchi

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Maria Elena Buslacchi (Genova, 1986) è dottore di ricerca in Antropologia culturale. Ha studiato a Genova, Parigi e Marsiglia occupandosi dell’impatto sociale delle politiche culturali. Osserva in particolare i casi di studio delle Capitali europee della Cultura, le trasformazioni in occasione dei grandi eventi nella scena artistica delle città, nelle pratiche culturali e nei pubblici. Giornalista, pendolare transnazionale, insegue l’arte in giro per il mondo.