Il fotoreporter messicano Narciso Contreras ha presentato a Milano il suo lavoro sui migranti africani dal titolo “Lybia: A Human Marketplace”.

Ancora molto prima di mettere piede in terra europea i migranti africani sono già illegali. Forse è proprio questa l’importante peculiarità di uno trai i più voluminosi flussi migratori del globo, quello che sogna di attraversare il Mediterraneo.
Secondo l’ultimo rapporto dell’OIM, l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, dall’inizio dell’anno sono sbarcati 278, 372 migranti tra i quali 3168 morti o scomparsi. Tra i paesi di transito, e detenzione, di egiziani, sudanesi, nigeriani, eritrei, ma anche siriani e malesi, c’è la Libia. L’instabilità politica della nazione nordafricana, in mano alle milizie, la rende una delle tappe più pericolose del viaggio della speranza di queste persone verso l’Europa.
Narciso Contreras (Città del Messico, 1975) è un messicano a Stoccolma e conosce da vicino il fenomeno della migrazione. Infatti, il flusso di migranti più grande al mondo è proprio quello che attraversa la sua terra centroamericana. Il Messico è il Paese col maggior numero di migranti diretti verso gli Stati Uniti. Non è un caso che questo sia stato il grande tema protagonista della campagna elettorale del nuovo presidente nordamericano Donald Trump.

Narciso Contreras for the Carmignac Photojournalism Award
Narciso Contreras for the Carmignac Photojournalism Award

UN LUNGO VIAGGIO

Raccontare il viaggio da dove non possiamo ancora vedere. Non dalle nostre coste, dai nostri orizzonti, ma raccontare la vulnerabilità dalle periferie dove esso si genera. Narciso Contreras, prima di diventare fotografo, ha studiato filosofia. Il suo maestro è stato Enrique Dussel, l’intellettuale argentino naturalizzato messicano, fondatore della Filosofia della Liberazione, da sempre in lotta contro l’eurocentrismo. Narciso ha seguito il pensiero del grande pensatore latinoamericano e ha deciso di ritrarre i volti dei migranti ancora prima che arrivino all’agognato vecchio continente, quando il viaggio nel deserto può facilmente uccidere o rendere schiavo. La rotta che attraversa il Niger e poi la Libia è il terribile segreto delle politiche democratiche europee, che da anni, pensiamo al primo accordo Berlusconi-Gheddafi del 2005, consegnano silenziosamente migliaia di esseri umani al macabro mercato della tratta di persone.
Le immagini di Narciso Contreras, che sono state esposte a Palazzo Reale, a Milano, raccontano questa storia. Libya: A Human Marketplace documenta il traffico di esseri umani ai confini della Libia, un lavoro che gli ha fatto vincere uno tra i più prestigiosi premi di fotogiornalismo il Prix Carmignac 2017. Narciso non è nuovo ai grandi riconoscimenti internazionali, dopo aver vinto nel 2013 un premio Pulitzer per la copertura giornalistica della guerra in Siria.

Narciso Contreras for the Carmignac Photojournalism Award
Narciso Contreras for the Carmignac Photojournalism Award

L’INTERVISTA

Si dice che i fotografi di guerra siano soldati senza fucile, qual è la tua posizione etica rispetto al tuo lavoro?
Platone si sedeva e scriveva per interpretare la realtà. Un fotografo di guerra non spiega il mondo parlando o pensando, ma mostrandolo. È così che contribuisce a creare un senso della realtà. Le immagini aiutano a creare interesse verso un tema, una situazione. Con questa spinta continuo a fare quello che faccio.

Come nasce il progetto Libya: A Human Marketplace?
Nel 2014 visitai un centro di detenzione libico. All’epoca l’idea era quella di farne poi un libro, e rimanemmo io e una giornalista per 75 giorni nel deserto tuareg. Poi non se ne fece nulla. Questi progetti sono sempre lunghi e difficili per diversi motivi. Sono rischiosi, avere dei buoni contatti richiede tempo e ricerca, oltre a un bel po’ di fortuna. Inoltre, dargli continuità è complesso, perché non è affatto facile trovare finanziamenti: sono tutti molto intermittenti, ci si prova attraverso premi, borse e fondazioni. Un ulteriore lavoro di ricerca, e ancora tempo, tempo…

E il ritorno sul campo come è stato?
Molto forte. Perché questa volta sono entrato nei centri. Non saprei come chiamarli, perché sono molto peggio che carceri. Sono punti di smercio di esseri umani. I migranti sono soggetti totalmente vulnerabili, in mano alle milizie libiche, senza diritti né possibilità di essere riconosciuti. Pura materia prima di un mercato terribile: quello delle vite.
Poter documentare quest’esperienza, significa avere una voce, poter parlare anche alla comunità europea, attirando l’attenzione per contribuire ad attivare una diversa politica al rispetto.

Narciso Contreras for the Carmignac Photojournalism Award
Narciso Contreras for the Carmignac Photojournalism Award

Narciso, sei messicano, e il tuo Paese non è nuovo alla questione migratoria, tanto più ora con il tema del muro. Cosa ne pensi?
Anche in questo caso lo spostamento massivo è la conseguenza di politiche economiche molto concrete. La questione non inizia certo con Trump. Il trattato del libero mercato ha obbligato migliaia di compatrioti ad attraversare il confine. Non bisogna perdere la dimensione geopolitica e cercare di fare sempre un lavoro di riflessione sul passato delle politiche di dominio. Continuo a lavorare anche sulle mie latitudini, lo scorso anno ho iniziato un progetto proprio sul muro – che già esiste – tra Messico e USA.

Cosa ti interessa raccontare?
Da sempre mi interessano le storie invisibili. Per esempio i rifugiati haitiani bloccati al confine con gli USA. Esperienze di resilienza e di coraggio che restano in attesa, fisicamente e virtualmente in un non- luogo, che non trovano spazio nei media.

Quale sarà il tuo prossimo progetto?
Dare continuità al lavoro sulla migrazione, dal Paese d’origine all’arrivo nella Fortress Europe. Stiamo parlando di un percorso lunghissimo che può durare anche un anno. Seguire queste strade durante le loro diverse tappe. Adesso è questo quello che mi interessa fare.

Virginia Negro

http://narcisocontreras.photoshelter.com/

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AutoreNarciso Contreras
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Virginia Negro
Dopo aver studiato Comunicazione e giornalismo tra Bologna e Parigi, ha continuato le sue ricerche con un progetto finanziato da un consorzio di università internazionali che l’ha portata a vivere prima in Spagna, poi in Polonia e infine a Buenos Aires. Adesso fa la ricercatrice in Messico, dove vive da quasi quattro anni. Collabora con “Repubblica”, “Il Reportage”, “Lettera 43”, oltre che con varie pubblicazioni latinoamericane e il quotidiano “Milenio”.