A Torino c’è una galleria dedicata all’arte africana e alla diaspora. Intervista alla coppia di galleristi italo-afroamericana
Dagli Stati Uniti all’ombra della Mole: nascita e prospettive di una galleria indipendente dedicata all’arte africana e alla sua diaspora globale. Intervista alla coppia di galleristi Jasmine Smith e Giuseppe Sostegno
Torino si conferma un laboratorio di rigenerazione urbana e culturale, capace di attrarre energie nuove e visioni internazionali. È in questo tessuto in fermento, a due passi dalla Mole Antonelliana e dal polo universitario di Palazzo Nuovo e dell’Accademia Albertina, che ha aperto i battenti Black Effect Gallery, un nuovo spazio espositivo indipendente, molto luminoso, di circa 100 metri quadrati in Via Rossini 12/c (nell’ex sede del negozio Pianoforti Bergamini), con due ampie vetrate su strada. A fondarlo sono Jasmine Smith e Giuseppe Sostegno, una coppia nella vita e nel lavoro con un percorso biografico che unisce la Sicilia, la Germania, Los Angeles, Cleveland e New York. Lei avvocata con un background nel settore tech, nel diritto e nella tutela dei creator, ed esperienze pregresse in difesa dei diritti umani; lui, cresciuto a Torino e con una lunga esperienza internazionale nell’ospitalità di lusso. In questa intervista, raccontano la genesi del progetto, il loro background culturale e la attuale mostra Southern Gothic.

Intervista a Jasmine Smith e Giuseppe Sostegno di Black Effect Gallery a Torino
Perché avete scelto proprio Torino per aprire il nuovo spazio, e non una piazza più grande come Milano? Giuseppe Sostegno: In tanti ce lo chiedono. Spesso si pensa che un progetto focalizzato sull’arte africana e della diaspora debba necessariamente nascere a Milano, perché percepita come la capitale economica e della moda. Ma quello che stiamo cercando di fare noi non è seguire un trend del momento. L’arte africana non è una moda passeggera: vogliamo rappresentare artisti di grande valore, sia emergenti che affermati.
Giuseppe, quale è la tua formazione e cosa ti lega a Torino? GS: Torino ha un’identità straordinaria in questo momento storico. Io sono nato in Germania da genitori siciliani, sono cresciuto qui fino ai vent’anni prima di girare il mondo e vivere dieci anni negli Stati Uniti. Quando abbiamo deciso di lasciare l’America — prima trasferendoci da Los Angeles a Cleveland, nella Rust Belt, e poi tornando in Europa — cercavamo ritmi di vita diversi, una cultura più profonda. Torino sta vivendo una fase di incredibile trasformazione: si sta distaccando dalla sua sola eredità industriale e dalla monocultura legata alla FIAT per riscoprire una vocazione alla sperimentazione, proprio come Cleveland cerca di fare dopo il collasso della sua industria pesante. C’è un potenziale umano e culturale enorme.
Il superamento degli stereotipi nel mercato dell’arte
Jasmine, il vostro focus è esplicitamente sull’Africa e sulla sua diaspora. Qual è la visione che guida le vostre scelte curatoriali? Jasmine Smith: Essendo io afroamericana, per me è fondamentale che le persone di discendenza africana mantengano il controllo sulle proprie narrazioni. Viviamo in un’industria in cui spesso il mercato esercita una forte pressione sugli artisti neri, spingendoli a produrre esclusivamente opere figurative o a raccontare storie stereotipate, focalizzate unicamente sulla sofferenza o su un’iconografia esplicitamente “nera”.
E il vostro obiettivo? JS: La figurazione è importantissima per permettere alle persone di vedersi rappresentate, ma gli artisti neri creano ogni tipo di linguaggio visivo: astrazione, semi-astrazione, concettuale, materiali riciclati. Il nostro obiettivo è offrire totale libertà espressiva, rifiutando le scorciatoie commerciali. Inoltre, vivendo in Italia e a Torino, vediamo una forte presenza di comunità provenienti dal continente africano, penso alla Nigeria o al Senegal. Vogliamo che la galleria rifletta questa realtà locale e globale insieme, creando un ponte autentico tra il continente e la diaspora in tutto il mondo (Brasile, Caraibi, Stati Uniti, Europa).

“Southern Gothic”: radici, storie e programmi culturali trasversali
La vostra mostra inaugurale, intitolata “Southern Gothic”, esplora una tematica molto specifica e profonda degli Stati Uniti del Sud. Come si inserisce nel vostro programma? JS: Southern Gothic raccoglie sette artisti afroamericani che vivono e lavorano nel Sud degli Stati Uniti, terre segnate dall’eredità post-bellica, dall’abbandono delle campagne e da complesse dinamiche sociali. Non si tratta solo di esporre dipinti di altissimo livello, ma di condividere il retroterra culturale e le storie personali di questi artisti. Tre di loro sono venuti di persona a Torino durante l’inaugurazione per raccontarsi direttamente al pubblico. Vogliamo che la mostra non sia un evento isolato, ma un’esperienza viva: per metà novembre, ad esempio, stiamo organizzando l’arrivo di un docente di letteratura gotica e afroamericana dall’Università di Pisa per tenere incontri di approfondimento in galleria.
Come strutturerete il calendario espositivo futuro? GS e JS: Essendo uno spazio nuovo, la mostra attuale durerà tre mesi per consentire al pubblico di conoscerci con calma. A partire dal prossimo anno, programmeremo mostre con una cadenza di circa otto settimane, per mantenere i contenuti freschi ma garantendo il tempo necessario per metabolizzare ogni progetto. Per la prossima esposizione, in vista del Black History Month di febbraio e delle settimane precedenti, stiamo lavorando su artisti — in particolare dall’Africa subsahariana, come Nigeria e Costa d’Avorio — che utilizzano materiali riciclati, e-waste (componenti di computer) e plastica, portando avanti una riflessione ecologica e materiale di altissimo profilo.

Black Effect Gallery: un nuovo presidio culturale in un quartiere universitario
La galleria si trova in una posizione strategica, vicina ad altre realtà: quelle appena giunte in città come la galleria Ciaccia-Levi, consolidate come la Luce Gallery e ai futuri spazi della Cavallerizza Reale… JS: Esatto. Siamo circondati da università, studenti, teatri e altre gallerie d’arte contemporanea. È un distretto culturale in pieno sviluppo. Anche lo spazio in sé, con le sue due ampie vetrine su strada e un’altezza importante che ci permette di sperimentare con installazioni sospese, si presta perfettamente a questo scambio. Teniamo molto al fatto che la galleria sia uno spazio aperto e accogliente per tutti. Gli orari regolari vengono aggiornati su Instagram e Google Maps, ma siamo sempre disponibili a ricevere visitatori su appuntamento in qualsiasi giorno della settimana: crediamo che l’arte debba essere accessibile e vissuta come un momento di incontro diretto.
Claudia Giraud
Southern Gothic
Fino all’11 dicembre 2026
Black Effect Gallery
Via Gioacchino Rossini 12 C, Torino
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