A Torino c’è una galleria dedicata all’arte africana e alla diaspora. Intervista alla coppia di galleristi italo-afroamericana

Dagli Stati Uniti all’ombra della Mole: nascita e prospettive di una galleria indipendente dedicata all’arte africana e alla sua diaspora globale. Intervista alla coppia di galleristi Jasmine Smith e Giuseppe Sostegno


Torino si conferma un laboratorio di rigenerazione urbana e culturale, capace di attrarre energie nuove e visioni internazionali. È in questo tessuto in fermento, a due passi dalla Mole Antonelliana e dal polo universitario di Palazzo Nuovo e dell’Accademia Albertina, che ha aperto i battenti Black Effect Gallery, un nuovo spazio espositivo indipendente, molto luminoso, di circa 100 metri quadrati in Via Rossini 12/c (nell’ex sede del negozio Pianoforti Bergamini), con due ampie vetrate su strada. A fondarlo sono Jasmine Smith e Giuseppe Sostegno, una coppia nella vita e nel lavoro con un percorso biografico che unisce la Sicilia, la Germania, Los Angeles, Cleveland e New York. Lei avvocata con un background nel settore tech, nel diritto e nella tutela dei creator, ed esperienze pregresse in difesa dei diritti umani; lui, cresciuto a Torino e con una lunga esperienza internazionale nell’ospitalità di lusso. In questa intervista, raccontano la genesi del progetto, il loro background culturale e la attuale mostra Southern Gothic.

A Torino c’è una galleria dedicata all'arte africana e alla diaspora. Intervista alla coppia di galleristi italo-afroamericana
Black Effect, la gallerista Jasmine Smith, photo Fabiana Fogagnolo, TheOthers 2026

Intervista a Jasmine Smith e Giuseppe Sostegno di Black Effect Gallery a Torino

Perché avete scelto proprio Torino per aprire il nuovo spazio, e non una piazza più grande come Milano? Giuseppe Sostegno: In tanti ce lo chiedono. Spesso si pensa che un progetto focalizzato sull’arte africana e della diaspora debba necessariamente nascere a Milano, perché percepita come la capitale economica e della moda. Ma quello che stiamo cercando di fare noi non è seguire un trend del momento. L’arte africana non è una moda passeggera: vogliamo rappresentare artisti di grande valore, sia emergenti che affermati.

Giuseppe, quale è la tua formazione e cosa ti lega a Torino? GS: Torino ha un’identità straordinaria in questo momento storico. Io sono nato in Germania da genitori siciliani, sono cresciuto qui fino ai vent’anni prima di girare il mondo e vivere dieci anni negli Stati Uniti. Quando abbiamo deciso di lasciare l’America — prima trasferendoci da Los Angeles a Cleveland, nella Rust Belt, e poi tornando in Europa — cercavamo ritmi di vita diversi, una cultura più profonda. Torino sta vivendo una fase di incredibile trasformazione: si sta distaccando dalla sua sola eredità industriale e dalla monocultura legata alla FIAT per riscoprire una vocazione alla sperimentazione, proprio come Cleveland cerca di fare dopo il collasso della sua industria pesante. C’è un potenziale umano e culturale enorme.

Il superamento degli stereotipi nel mercato dell’arte

Jasmine, il vostro focus è esplicitamente sull’Africa e sulla sua diaspora. Qual è la visione che guida le vostre scelte curatoriali? Jasmine Smith: Essendo io afroamericana, per me è fondamentale che le persone di discendenza africana mantengano il controllo sulle proprie narrazioni. Viviamo in un’industria in cui spesso il mercato esercita una forte pressione sugli artisti neri, spingendoli a produrre esclusivamente opere figurative o a raccontare storie stereotipate, focalizzate unicamente sulla sofferenza o su un’iconografia esplicitamente “nera”.

E il vostro obiettivo? JS: La figurazione è importantissima per permettere alle persone di vedersi rappresentate, ma gli artisti neri creano ogni tipo di linguaggio visivo: astrazione, semi-astrazione, concettuale, materiali riciclati. Il nostro obiettivo è offrire totale libertà espressiva, rifiutando le scorciatoie commerciali. Inoltre, vivendo in Italia e a Torino, vediamo una forte presenza di comunità provenienti dal continente africano, penso alla Nigeria o al Senegal. Vogliamo che la galleria rifletta questa realtà locale e globale insieme, creando un ponte autentico tra il continente e la diaspora in tutto il mondo (Brasile, Caraibi, Stati Uniti, Europa).

A Torino c’è una galleria dedicata all'arte africana e alla diaspora. Intervista alla coppia di galleristi italo-afroamericana
Black Effect Gallery, Torino, photo Norman Sgro’

“Southern Gothic”: radici, storie e programmi culturali trasversali

La vostra mostra inaugurale, intitolata “Southern Gothic”, esplora una tematica molto specifica e profonda degli Stati Uniti del Sud. Come si inserisce nel vostro programma? JS: Southern Gothic raccoglie sette artisti afroamericani che vivono e lavorano nel Sud degli Stati Uniti, terre segnate dall’eredità post-bellica, dall’abbandono delle campagne e da complesse dinamiche sociali. Non si tratta solo di esporre dipinti di altissimo livello, ma di condividere il retroterra culturale e le storie personali di questi artisti. Tre di loro sono venuti di persona a Torino durante l’inaugurazione per raccontarsi direttamente al pubblico. Vogliamo che la mostra non sia un evento isolato, ma un’esperienza viva: per metà novembre, ad esempio, stiamo organizzando l’arrivo di un docente di letteratura gotica e afroamericana dall’Università di Pisa per tenere incontri di approfondimento in galleria.

Come strutturerete il calendario espositivo futuro? GS e JS: Essendo uno spazio nuovo, la mostra attuale durerà tre mesi per consentire al pubblico di conoscerci con calma. A partire dal prossimo anno, programmeremo mostre con una cadenza di circa otto settimane, per mantenere i contenuti freschi ma garantendo il tempo necessario per metabolizzare ogni progetto. Per la prossima esposizione, in vista del Black History Month di febbraio e delle settimane precedenti, stiamo lavorando su artisti — in particolare dall’Africa subsahariana, come Nigeria e Costa d’Avorio — che utilizzano materiali riciclati, e-waste (componenti di computer) e plastica, portando avanti una riflessione ecologica e materiale di altissimo profilo.

A Torino c’è una galleria dedicata all'arte africana e alla diaspora. Intervista alla coppia di galleristi italo-afroamericana
Black Effect Gallery, Torino, photo Norman Sgro’

Black Effect Gallery: un nuovo presidio culturale in un quartiere universitario

La galleria si trova in una posizione strategica, vicina ad altre realtà: quelle appena giunte in città come la galleria Ciaccia-Levi, consolidate come la Luce Gallery e ai futuri spazi della Cavallerizza Reale… JS: Esatto. Siamo circondati da università, studenti, teatri e altre gallerie d’arte contemporanea. È un distretto culturale in pieno sviluppo. Anche lo spazio in sé, con le sue due ampie vetrine su strada e un’altezza importante che ci permette di sperimentare con installazioni sospese, si presta perfettamente a questo scambio. Teniamo molto al fatto che la galleria sia uno spazio aperto e accogliente per tutti. Gli orari regolari vengono aggiornati su Instagram e Google Maps, ma siamo sempre disponibili a ricevere visitatori su appuntamento in qualsiasi giorno della settimana: crediamo che l’arte debba essere accessibile e vissuta come un momento di incontro diretto.

Claudia Giraud

Southern Gothic
Fino all’11 dicembre 2026
Black Effect Gallery

Via Gioacchino Rossini 12 C, Torino
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Claudia Giraud

Claudia Giraud

Nata a Torino, è laureata in storia dell’arte contemporanea presso il Dams di Torino, con una tesi sulla contaminazione culturale nella produzione pittorica degli anni '50 di Piero Ruggeri. Giornalista pubblicista, iscritta all’Albo dal 2006, svolge attività giornalistica per testate…

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