25 anni della collezione d’arte contemporanea del Ministero degli Esteri (si festeggia con un tour di mostre nel mondo)
L’ultima, a conclusione di un viaggio che ha portato la Collezione Farnesina a toccare diverse città europee come Belgrado, Parigi e Berlino, è in svolgimento all’Istituto Italiano di Cultura di Tokyo fino al 22 ottobre. Il racconto della curatrice Benedetta Carpi de Resmini
“Non le succede mai scendendo in un paese straniero di sentire che ogni momento è prezioso, che bisogna cogliere le differenze delle cose, degli sguardi, dei colori, e confrontare, gioire delle voci, dei suoni così diversi?”. Questa domanda che Ennio Flaiano affida al protagonista di Un marziano a Roma credo abbia costituito l’incipit di questo progetto promosso dal Ministero Affari Esteri per celebrare i 25 anni della Collezione Farnesina.

I 25 anni della Collezione Farnesina
Non avrei immaginato che proprio un testo che racconta Roma, la mia città, attraverso lo sguardo straniante di chi vi arriva da altrove potesse accompagnare metaforicamente un progetto destinato, invece, a partire da Roma per attraversare paesi e continenti diversi. Questa condizione di estraneità è diventata centrale per la mostra: le opere, spostandosi, diventano in qualche modo straniere, entrano in luoghi di cui non conoscono la lingua, la storia, le abitudini. Questa condizione non era un ostacolo da superare, ma il punto da cui cominciare una conversazione. Non ho mai pensato che Identità oltre confine potesse rappresentare l’arte italiana come espressione di una nazione. Una mostra non può contenere una realtà così ampia e complessa, né parlare a nome di tutti. Ho cercato invece di proporre una visione necessariamente parziale: una costellazione di opere attraverso cui affrontare questioni contemporanee come l’identità, lo sradicamento, la memoria e il rapporto con l’ambiente. In ciascun paese, quella visione ha incontrato altre esperienze e altre prospettive. Le domande con cui eravamo partiti, sono rimaste aperte, ma hanno cambiato forma nel dialogo con i territori e con le persone. È importante per me utilizzare il plurale perché questo progetto, anche se da me ideato, non ho mai voluto fosse la visione univoca di una curatrice, ma il dialogo collettivo di voci plurime e quindi le domande, proprio perché non hanno la pretesa di dare certezze e risposte univoche, rimangono legate ad un unico concetto dominante: che cosa accade all’idea di identità quando la osserviamo attraverso le relazioni, gli spostamenti e gli incontri, anziché considerarla qualcosa di stabile? Passo dopo passo le opere della Collezione Farnesina mi hanno permesso di costruire un percorso articolato in tre sezioni – Radici di resistenza, Ecologie instabili e Geografie del distacco – che affrontano questa domanda da prospettive diverse. Credo che l’arte possa fare qualcosa di diverso dal fornire risposte immediate. Può avvicinarci a esperienze che altrimenti rischieremmo di conoscere soltanto attraverso categorie astratte o immagini già familiari. Può rallentare il nostro sguardo e farci sostare davanti a una contraddizione, a un’assenza, a una relazione che non avevamo considerato.
Resistenza, ecologie instabili e geografie del distacco
Le tre sezioni nascono da questa esigenza. Radici di resistenza parla di identità che si costruiscono nel tempo, attraverso gesti, memorie e forme di opposizione. Geografie del distacco guarda allo spostamento e alla distanza, ma anche ai legami che continuano a esistere oltre i confini. Ecologie instabili ci invita a ripensare il rapporto con l’ambiente, riconoscendo che siamo parte dei sistemi che trasformiamo. Sensibilizzare, in questo senso, non significa soltanto rendere visibile un problema. Significa creare le condizioni perché chi guarda possa sentirsi coinvolto, formulare domande proprie e magari cambiare, anche di poco, il modo in cui si rapporta agli altri e al mondo. L’arte, quindi, ha un ruolo fondamentale di aprire relazioni e di sottolineare urgenze che, in qualche modo, possono invitarci a ripensare la nostra identità e il nostro posto nel mondo, con una maggiore apertura non soltanto verso ciò che ci è vicino, ma anche verso ciò che è più lontano da noi, diverso o apparentemente estraneo.

La tappa di Tokyo
Dopo un anno e mezzo, il progetto Identità Oltre Confine si avvia alla sua conclusione dopo aver toccato diverse capitali: Berlino, Vilnius, Belgrado, Parigi, Malta – le opere della Collezione Farnesina giungono a Tokyo unica tappa extraeuropea del loro viaggio. A Tokyo, per esempio, è emerso con particolare forza il rapporto tra essere umano, natura e paesaggio. Under the Sun of Onomichi di Martina della Valle ha permesso di creare un legame diretto con il territorio giapponese, mentre Il Cedro dei Cieli di Maria Grazia Pontorno ha introdotto una riflessione sulla natura come organismo vivente, attraversato da memorie, trasformazioni e relazioni che mettono in discussione una visione puramente antropocentrica. In questo dialogo si inseriscono anche Elisa Montessori e Silvia Camporesi, attraverso due modalità molto differenti di avvicinarsi al paesaggio. Nei leporelli di Montessori la natura sembra trasformarsi in una forma di scrittura: segni, frammenti, immagini e tracce costruiscono una narrazione che non descrive semplicemente il mondo naturale, ma cerca quasi di ascoltarne il linguaggio. Il paesaggio diventa così uno spazio da leggere, attraversare e interpretare, più che qualcosa da osservare dall’esterno. Con Silvia Camporesi, invece, il paesaggio diventa un archivio della memoria e dell’assenza. Attraverso lavori come Atlas Italiae, l’artista attraversa luoghi marginali, abbandonati o sospesi, restituendo un’Italia lontana dalle immagini più riconoscibili e monumentali. Sono territori nei quali la presenza umana emerge proprio attraverso ciò che resta: edifici, tracce, architetture, spazi che continuano a raccontare storie anche quando chi li abitava non è più presente. Il paesaggio non è quindi uno sfondo, ma un dispositivo attraverso cui interrogare il rapporto tra memoria, identità e trasformazione.
Le artiste della Collezione Farnesina
Tomaso Binga è stata invece una sorta di fil rouge capace di attraversare tutte le tappe della mostra. Le sue poesie tradotte in ogni lingua, che riflettono su corpo e identità contengono, in fondo, qualcosa che appartiene profondamente anche alla natura stessa del progetto: una lingua che cambia mentre attraversa contesti differenti, che si modifica nell’incontro con l’altro e che non rimane mai identica a sé stessa. Come l’artista mette in discussione un’identità fissa attraverso la parola e la sua trasformazione, così la mostra ha cercato di non presentarsi mai come un racconto concluso o come la rappresentazione di un’identità nazionale univoca. Le tappe precedenti avevano già mostrato quanto le questioni della memoria, dell’appartenenza e dell’attraversamento dei confini potessero essere lette in modi differenti a seconda del contesto. Tokyo ha reso ancora più evidente questa possibilità di trasformazione, soprattutto se pensiamo all’installazione delle poesie visive di Tomaso Binga sulla facciata dell’Istituto. Le parole di Bianca alias Tomaso Binga sono entrate direttamente nel paesaggio urbano e linguistico della città. Innanzitutto, ho scelto alcune poesie che, per brevità, ritmo e composizione, potessero entrare in risonanza con la forma dell’haiku, creando già un primo punto di contatto con la cultura giapponese. La traduzione, accessibile attraverso un QR code, aggiungeva poi un ulteriore livello di attraversamento linguistico. Ma la trasformazione non riguarda soltanto la lingua. La poesia cambia forma, ritmo e presenza visiva anche nell’incontro con lo spazio: alle parole installate sulla facciata si affianca la registrazione delle poesie recitate dalla voce della stessa artista, che risuona nello spazio antistante l’ingresso dell’Istituto, direttamente a contatto con la città. Parola scritta, traduzione e voce costruiscono così diversi livelli di attraversamento: da una lingua all’altra, da un sistema di scrittura all’altro, dall’interno all’esterno dello spazio espositivo. La lingua attraversa un confine e, proprio nell’atto di attraversarlo, inevitabilmente si trasforma. Questo è stato per me l’aspetto più interessante del viaggio: vedere come un progetto curatoriale possa mantenere un filo riconoscibile e, allo stesso tempo, lasciarsi modificare dai luoghi che attraversa, aprendo interpretazioni, relazioni e possibilità che non avevo necessariamente previsto all’inizio.

Elena Bellantoni e Agnese Purgatorio in Serbia
Un lavoro pensato in relazione a un luogo può far emergere aspetti che un percorso espositivo già definito non riuscirebbe a cogliere. Può anche introdurre una voce diversa, capace di mettere in discussione lo sguardo con cui siamo arrivati. È questa disponibilità a lasciarsi modificare dall’incontro, più che l’idea di rappresentare un territorio, ad aver guidato le scelte espositive. Gli artisti, così come gli Istituti Italiani di Cultura, le istituzioni ospitanti e i partner locali, sono stati determinanti in questo processo. Il confronto con loro ha spesso orientato la scelta di un’opera, suggerito una diversa lettura o fatto emergere connessioni che inizialmente non avevo previsto. Penso, ad esempio, alla tappa in Serbia e al lavoro di Agnese Purgatorio. In quel caso il dialogo con chi conosceva profondamente il contesto locale non è stato un elemento accessorio alla costruzione del lavoro, ma è entrato nel processo di costruzione dell’opera realizzata per il luogo, contribuendo a stabilire una relazione più precisa con il paese. Un altro esempio significativo è quello di Elena Bellantoni a Berlino. Accanto all’opera già presente nella Collezione Farnesina The Fox and the Wolf Struggle for Power, abbiamo scelto di presentare una nuova poesia visiva, Manifesto della Volpe, realizzata site-specific per la mostra. Il lavoro ribadisce l’attenzione dell’artista per il linguaggio inteso come strumento critico: attraverso giochi di parole, slittamenti semantici e associazioni, Bellantoni mette in discussione le strutture del potere e i dispositivi attraverso cui costruiamo gerarchie, appartenenze e forme di esclusione.
Tra Maria Lai e Silvia Giambrone
La figura della volpe assume in questo senso una particolare rilevanza. In una mostra che interrogava anche il conflitto e la relazione tra essere umano, natura e cultura, Bellantoni trasforma la volpe in una figura capace di spostarsi continuamente tra questi territori: animale reale e, allo stesso tempo, costruzione simbolica; presenza naturale e figura culturale; soggetto marginale ma capace di sottrarsi alle categorie attraverso cui cerchiamo di definirlo e controllarlo. La scelta acquisiva inoltre una risonanza particolare nel contesto berlinese, perché la figura della volpe entrava in dialogo con la riflessione proposta in quello stesso periodo dalla Biennale di Berlino. Manifesto della Volpe ha permesso quindi alla mostra di aprire una conversazione con Berlino senza pretendere di rappresentarla. Accanto al dialogo con i luoghi, è emerso con sempre maggiore evidenza anche un dialogo intergenerazionale. La Collezione Farnesina ha infatti la caratteristica di riunire opere dei grandi maestri del passato con artisti e artiste delle ultime generazioni. Questo grande scarto generazionale mi ha permesso di costruire un racconto non lineare della storia dell’arte italiana. Mi interessavano piuttosto alcuni interrogativi che risuonano in diversi lavori anche se realizzati a distanza di molti anni. Le opere di Maria Lai, Tomaso Binga o Elisa Montessori, per esempio, continuano a parlare al presente quando entrano in dialogo con le ricerche di artisti di generazioni successive, come Silvia Giambrone o Marta Roberti. Cambiano i linguaggi e i contesti, ma alcune questioni continuano a riaffiorare: il rapporto del corpo e l’identità, la parola come strumento di lotta, la possibilità di immaginare altre forme di relazione. In questo senso la Collezione mi ha offerto la possibilità di lavorare quasi per costellazioni, facendo convivere temporalità differenti. Un’opera storica non diventa l’origine da cui far discendere necessariamente quelle successive, e un’opera contemporanea non serve ad aggiornare quella precedente. Per rendere leggibile questo dialogo sono stati fondamentali l’allestimento, i testi ma soprattutto i momenti di confronto con il pubblico. Spesso è proprio da lì che emergono le letture più inattese, domande capaci di spostare il mio stesso punto di vista sul progetto. Credo che una mostra itinerante insegni molto anche attraverso ciò che non è scritto e ciò che si costruisce progressivamente con gli altri. Ogni tappa comporta necessariamente dei limiti: le caratteristiche dello spazio, le condizioni conservative o i trasporti difficili. Ma proprio questi vincoli, anziché essere considerati esclusivamente come compromessi, possono diventare occasioni per ripensare la mostra diventando un organismo capace di evolvere attraverso le relazioni che incontra.
Che cosa è una collezione
Alla conclusione di questo viaggio rimangono certamente le opere, le immagini, i testi e la documentazione delle diverse tappe. Ma per me rimangono soprattutto le relazioni: quelle tra le persone che hanno lavorato insieme, quelle nate con il pubblico e quelle, meno visibili, che si sono create tra un’opera e il luogo nel quale è stata incontrata. Penso allora a Maria Lai e a Legarsi alla montagna, che non è in collezione ma si lega molto con l’opera Fili di Pietra quando dice: “Lasciai a ciascuno la scelta di come legarsi al proprio vicino”. Forse, è proprio questa libertà del legame che mi interessa. Un progetto curatoriale può costruire delle condizioni, mettere in relazione opere, persone, luoghi e temporalità differenti, ma non può stabilire fino in fondo ciò che nascerà da quell’incontro. Da Identità Oltre Confine sono nati molti interrogativi che mi piacerebbe potessero continuare e diventare parte di altri racconti. Perché forse attraversare un confine non significa soltanto raggiungere ciò che si trova dall’altra parte, ma accettare che l’incontro con ciò che non conosciamo possa modificare anche la nostra posizione e il nostro modo di guardare.
Benedetta Carpi de Resmini
Tokyo // fino al 22 ottobre
Identità Oltre Confine
A cura di Benedetta Carpi De Resmini
Istituto Italiano di Cultura di Tokyo
2-1-30 Kudanminami, Chiyoda City, Tokyo 102-0074
Artribune è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati