A Firenze la grande mostra sui frammenti emoziona e interroga. La recensione 

Fino al 24 gennaio 2027 la mostra “Broken” anima Palazzo Strozzi, mettendo al centro opere frammentarie (per caso o per scelta). Dalle civiltà antiche all’arte contemporanea, il potere del frammento è evocato in una mostra onnicomprensiva

C.D. Dickerson, uno dei curatori di Broken: il potere del frammento, inizia il suo saggio nel catalogo della mostra con il ricordo della profonda impressione che i frammenti del Colosso di Rodi, abbattuto da un terremoto, suscitarono in Plinio il Vecchio. Perché il frammento, a volte, colpisce di più dell’intero, per ragioni psicologiche che Freedberg – autore anche del famoso Il potere delle immagini – cerca di analizzare in un altro saggio del catalogo. Chi non ricorda la potentissima immagine del frammento della Statua della Libertà che alla fine del Pianeta delle scimmie (1968) offre da sola la chiave per interpretare il film? Sarebbe stato bello vederne una gigantografia da qualche parte, in mostra. Questo potere del frammento è evocato mirabilmente a Firenze, in un’esposizione originale, frutto di un lungo lavoro di ricerca, che poi passerà alla National Gallery di Washington: onore ad Arturo Galansino, direttore di Palazzo Strozzi, per aver fatto di Firenze l’altra sede dell’esposizione.

Broken, Il potere del Frammento, Palazzo Strozzi. © photo: Ela Bialkowska OKNO Studio
Broken, Il potere del Frammento, Palazzo Strozzi. © photo: Ela Bialkowska OKNO Studio

Il progetto espositivo di “Broken” a Palazzo Strozzi

Non ci sono confini temporali né geografici: i pezzi antichi, soprattutto quelli delle civiltà fiorite intorno al Mediterraneo, fanno giustamente la parte del leone, ma ci sono anche tutte quelle precolombiane, il Medio Evo europeo, la scultura lignea africana, il Giappone, il Pacifico, e chi più ne ha più ne metta, fino ad arrivare a Medardo Rosso, a Giacometti, e all’altro ieri (Justin Bieber fatto a pezzi; che peraltro c’entra poco, ha più a che fare col tema del culto e delle reliquie). Come organizzare un materiale tanto vasto e eterogeno? Certo non attraverso un percorso storico, che avrebbe richiesto un’eccessiva frammentazione del discorso, e oggi come oggi il pubblico non può essere sopraffatto da troppi dati e date, meglio suggestionarlo con dei flash. Ma soprattutto: cosa tiene insieme tutti quei pezzi, al di là dell’innegabile potere evocativo delle opere convocate dai quattro angoli del mondo (la lista dei prestatori fa paura)?

Le sezioni della mostra di Palazzo Strozzi

Le prime due sezioni sono dedicate alle teste (senza corpo) e ai corpi (senza teste). Poi ne seguono altre sulle cause che hanno dato origine ai frammenti: iconoclastia, guerre, colonialismo e natura. Le scelte sono sempre ben ponderate, con ad esempio i frammenti dei monumenti equestri francesi abbattuti dalla Rivoluzione – tema al quale poi si ricollega, più avanti, il grande Elefante nella stanza che Julius von Bismarck ha realizzato nel 2023 pensando al suo avo, Otto, un’opera di grande impatto, e molto azzeccata per la mostra – o statue antiche mangiate dal mare, fino ai busti in gesso canoviani di Possagno danneggiati da una bomba nel 1917. Ma se la mostra è sul potere evocativo del frammento, cosa cambia, davvero, nella nostra percezione, se questo è frutto della corrosione del tempo o di altri eventi? Il vero cuore della mostra, checché ne dicano i curatori, è la sezione Scolpire il frammento, quella cioè nella quale si indaga più a fondo, storicamente, la fascinazione europea per questo tema, da Michelangelo a Rodin.

La possibilità (mancata) di ampliare gli orizzonti

Se, infatti, il catalogo (e quindi la mostra), si prefiggerebbe secondo Dickerson “di superare la chiave di lettura perlopiù eurocentrica tramite cui il tema è stato storicamente esaminato”, solo a questa lettura eurocentrica è dedicato un approfondimento. E, si ricordi, questa mostra verrà vista a Firenze e a Washington, e quindi anche tutte le opere esposte delle altre civiltà, antiche o meno, saranno recepite da un pubblico “occidentale”, che non può non guardarle attraverso quel filtro culturale. Sarebbe stato, allora, necessario indagarlo ed illustrarlo meglio tale nodo, espandendo anche il discorso a temi affini a quello del frammento, dal non finito michelangiolesco alla fortuna delle rovine nella stagione che va dal Neoclassicismo al Romanticismo, attraverso magari calchi da opere di Michelangelo (e anche un calco dal Torso del Belvedere, giustamente più volte evocato, sarebbe stato opportuno), o anche le incisioni dai disegni di Van Heemskerck con le statue delle collezioni romane non ancora restaurate, e quelle di Piranesi con il tempio di Paestum.

Assenze più o meno giustificate nella mostra di Firenze

Se non si poteva avere dalla Kunsthaus di Zurigo il disegno celeberrimo di Füssli La disperazione dell’artista di fronte alla grandezza delle rovine antiche, che sintetizza perfettamente il concept della mostra, questo andava almeno riprodotto. Con una scelta che è ovviamente rispettabile, si è preferito concentrarsi solo sugli originali, ovvero sui frammenti delle opere scultoree. Ma anche questa decisione andava meglio esplicitata nei pannelli (e nel titolo stesso della mostra, come si farà a Washington): perché altrimenti non esporre anche affreschi antichi arrivati a noi per lacerti, primo fra tutti la Maddalena urlante di Ercole de’ Roberti di Bologna? Ma non è con l’accumulazione di tante statue rotte (“broken”, però, suona meglio) che il discorso critico può articolarsi più a fondo, e d’altronde le assenze rimangono comunque tante, dal Torso Gaddi, quasi un altro Torso del Belvedere per celebrità e fortuna presso gli artisti (se gli Uffizi non hanno voluto prestarlo, hanno fatto male), a un’opera di Brâncuşi (ci sarà a Washington) fino a una di Igor Mitoraj: sarebbe stata una scelta ovvia e persino banale, ma chi meglio di lui e del suo successo illustra la fortuna del frammento presso noi contemporanei?

“Broken” è una mostra di emozioni e non di studio

In ogni caso, a Palazzo Strozzi il pubblico è soprattutto investito emozionalmente da questi pezzi eccezionali, e i dubbi espressi da tante parti sulla validità della Global Art History sembra vengano riconfermati. Personalmente mi è subito tornata alla mente la recensione di Ernst Gombrich a Le voci del silenzio di André Malraux, impietosamente accusato di non avere adottato il metodo dello studioso, dello storico, ma di essersi abbandonato alla fascinazione per culture altre, tanto più stupefacenti quanto meno conoscibili; proprio come lo sono, per un pubblico non attrezzato, i frammenti di una statua precolombiana.

Stefano Pierguidi

Firenze // fino al 24 gennaio 2027
Broken. Il potere del frammento
PALAZZO STROZZI – Piazza Strozzi s.n.c.
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