Le sculture di Bertozzi & Casoni da scoprire sala per sala in uno dei musei più affascinanti di Milano. La recensione
Oltre trenta ceramiche del duo di Imola abitano le sale del Museo Bagatti Valsecchi. Teschi, trofei e animali iperrealisti diventano archivi del lavoro che li ha generati. Fino al 25 ottobre 2026
La lunga scala d’ingresso porta a sale dove l’aria è fresca e sa di legno antico. La luce del sole filtra dalle imposte e si posa sugli ottoni e sulle cornici dorate. In questa penombra abitata il passo rallenta da solo. Qui le ceramiche di Bertozzi & Casoni condividono lo spazio con credenze, cassoni e oggetti di una vita passata. Oltre trenta opere, una decina delle quali concepite site-specific, rinunciano al piedistallo e prendono posto tra gli arredi come ospiti arrivati da tempo e mai ripartiti. A volte bisogna fermarsi a osservare, per capire che quel piatto o quel libro appartengono al presente.
Eterne e fragili presenze, a cura di Alberto Mattia Martini in collaborazione con la Galleria Giovanni Bonelli, trova in questi ambienti un terreno fertile. Quando Pietro Toesca entrò nella casa all’inizio del Novecento, fu colpito dalla sensazione che ogni oggetto paresse avere la stessa importanza, dalle stoviglie ai dipinti rinascimentali. Il duo fondato a Imola nel 1980 da Giampaolo Bertozzi e Stefano Dal Monte Casoni, scomparso nel 2023, si inserisce in quella trama, giocando, con spiazzante naturalezza, sul confine fra la collezione e ciò che vi è appena arrivato.

La memoria del fuoco di Bertozzi & Casoni al Museo Bagatti Valsecchi
La fisica quantistica ci insegna un principio vertiginoso. L’informazione, una volta entrata nel mondo, lascia per sempre una traccia di sé. Una lettera data alle fiamme continua a esistere, almeno in teoria, nel disordine del fumo e della cenere, dispersa e irriconoscibile eppure ancora presente. La ceramica compie il movimento contrario. Attraversa anch’essa il fuoco, ma invece di distruggersi si fissa e si completa nella sua forma finale. Nello studio insistono su un punto semplice e ostinato, la ceramica porta con sé, oltre al suo significante, anche la memoria del lavoro che la precede. Ogni superficie trattiene le prove andate a vuoto, i disegni preparatori, i passaggi in forno, la tensione del polso e dello sguardo, la fatica, le ore assorbite dall’argilla fino a diventare colore. È una conservazione quantistica. Ogni energia spesa nel fare resta, e si condensa. Da vicino lo smalto ha la lucentezza umida di un frutto appena colto, al punto che la ragione deve fermare la mano che vorrebbe toccare per verificare la realtà. Sotto quella pelle iperrealista si addensano settimane di lavoro e talento.
A Milano Bertozzi & Casoni mettono in scena “Enigma” e “Orizzonte degli eventi”
Per decenni l’umanità si è chiesta che fine facesse la materia che precipita in un buco nero. Una delle risposte più affascinanti la vuole incisa sulla superficie del suo orizzonte. Nella biblioteca della casa, sul piano di un tavolo antico, Enigma (2026) sembra nata da questa domanda. Un lungo basamento rettangolare in acciaio specchiante riflette il blu della volta stellata della sala e la ripropone come un cielo capovolto. Chi si china a osservarlo vi trova riflesso anche il proprio volto, sospeso fra le stelle. Sopra, un teschio argentato allunga il naso verso una fila di libri consunti, un volume di astrologia, un saggio proprio sui buchi neri, una Bibbia, e una carta da tarocchi fa capolino tra le pagine. Di Pinocchio rimane soltanto l’organo della menzogna, separato dal corpo e consegnato alla morte, mentre a pochi passi il globo celeste della collezione chiude la costellazione. Lo specchio diventa così un orizzonte in miniatura, la superficie dove il sapere umano, con tutte le sue bugie coltivate con devozione, resta inciso.
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“Grottesca” e il pasto della vanitas nella visione di Bertozzi & Casoni
Basta un piccolo urto a ridurre la ceramica in frammenti, eppure resiste millenni, e intere civiltà ci parlano ancora grazie a essa. In Grottesca (2013) questa doppia natura prende la forma di un banchetto. La testa di un gorilla riposa su due piatti sovrapposti, servita come una portata. Il pelo nero ha una ruvidezza opaca, le palpebre sono socchiuse e le labbra scoprono appena i denti, quasi a fotografare per sempre l’ultimo attimo di vita. Lo stomaco si stringe d’istinto. Intorno, il blu profondo della maiolica fiorisce di foglie bianche e teschi dipinti, un’iscrizione rossa corre lungo il bordo di un secondo piatto sottostante. Dall’attrito fra l’eleganza della tavola e la brutalità del trofeo rinasce la grottesca nel suo senso più antico, l’ornamento rinascimentale dove mostri e girali vegetali condividevano la stessa parete. Il volto di un parente prossimo dell’uomo, passato attraverso il fuoco, entra così nella memoria più tenace di cui disponiamo.
“Cuccia brillo” e il rovescio di Warhol
Il cartone è uno dei materiali più deperibili, e allo stesso tempo fra i più diffusi. Nel vano del grande camino in pietra, con Cuccia brillo con setter inglese (2018) Bertozzi & Casoni provano a sottrarlo al tempo. Le scatole di Brillo, piegate e ricomposte, formano una classica cuccia dal tetto a spiovente, altre giacciono aperte sul pavimento a fare da giaciglio. Il setter vi si è disteso con le zampe abbandonate sul cartone. Viene voglia di abbassarsi alla sua altezza. Accanto, nella ciotola di metallo, cose apparentemente fuori posto, sabbia, cereali ad anello colorati e un granchio. Il vero prodigio sta nel cartone. Ondulazioni, strappi, sbavature di stampa, il rosso e il blu del marchio appena consumati, tutto è argilla. Warhol aveva trasformato l’imballaggio in scultura serigrafando compensato. Bertozzi & Casoni compiono il gesto inverso, riportano l’icona Pop allo stato di scarto e affidano allo scarto la memoria di un’epoca, riparo per un cane nel luogo del fuoco domestico.
Il valore del Museo Bagatti Valsecchi a Milano
Fausto e Giuseppe Bagatti Valsecchi costruirono la loro dimora cercando di fissare un Rinascimento immaginato dentro l’Ottocento, un passato composto con la cura di un fermo immagine. Le sculture che oggi la abitano ne rivelano la natura più segreta, quella di un luogo dove il tempo è stato messo in forno e lasciato raffreddare. Usciti in via Gesù, ci rimane nella testa una domanda. Chi, fra cent’anni, saprà leggere tutto il tempo che questi oggetti trattengono?
Riccardo Fattore
Milano // fino al 25 ottobre 2026
Bertozzi & Casoni. Eterne e fragili presenze
MUSEO BAGATTI VALSECCHI – Via Gesù, 5,
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