Il Padiglione Russia che torna a Venezia genera maretta tra la Biennale e il Governo: chi ha deciso davvero di accogliere Mosca?
La sequenza degli eventi inizia a metà settimana, quando la Russia anticipa di un giorno l’annuncio ufficiale della Biennale e comunica il proprio ritorno ai Giardini. La presenza russa viene poi confermata il giorno successivo dalla Fondazione nel quadro dei 99 Paesi partecipanti alla 61esima edizione
La partecipazione della Russia alla prossima Biennale Arte di Venezia 2026 ha scatenato tutta una serie di frizioni tra politica e istituzioni culturali italiane. Nel giro di pochi giorni dall’annuncio infatti, la vicenda è passata dal terreno delle dichiarazioni programmatiche a quello di un caso mediatico, alimentato da prese di posizione ufficiali e retroscena pubblicati dai principali quotidiani nazionali.
Russia alla Biennale di Venezia 2026: il governo italiano era contrario
La sequenza degli eventi inizia a metà settimana, quando la Russia anticipa di un giorno l’annuncio ufficiale della Biennale e comunica il proprio ritorno al proprio padiglione ai Giardini. La presenza russa viene poi confermata il giorno successivo dalla Fondazione nel quadro dei 99 Paesi partecipanti alla 61esima edizione. Accanto alla Russia figurano altri Paesi coinvolti in tensioni geopolitiche – dall’Ucraina all’Iran fino al ritorno di Israele – in linea con l’idea di una Biennale come spazio di confronto globale. In un’intervista a La Repubblica, il presidente della Fondazione Pietrangelo Buttafuoco difende apertamente la scelta, descrivendo la Biennale come un luogo di tregua e di incontro, capace di ospitare anche Paesi in conflitto. Nell’intervista, Buttafuoco sostiene inoltre che il governo fosse informato della decisione e che con il ministro della Cultura Alessandro Giuli esistesse un confronto continuo, nel rispetto dell’autonomia dell’istituzione veneziana.
La nota del Ministero e la posizione del governo italiano
A distanza di due giorni dalle prime notizie, però, arriva la presa di posizione ufficiale del Ministero della Cultura italiano. In una breve nota, il ministero precisa che la partecipazione della Federazione Russa alla rassegna lagunare è stata decisa in totale autonomia dalla Fondazione Biennale, nonostante l’orientamento contrario del governo italiano. La dichiarazione aggiunge un esplicito riferimento alla guerra in Ucraina e all’impegno italiano nella tutela del patrimonio culturale colpito dai bombardamenti russi, citando in particolare la ricostruzione della Cattedrale della Trasfigurazione di Odessa, gravemente danneggiata dal conflitto.
Il retroscena dei quotidiani e la tensione tra Giuli e Buttafuoco
Secondo quanto riportato da La Stampa, poi, e dallo stesso quotidiano La Repubblica, la nota del Ministero avrebbe trasformato una scelta curatoriale in un caso politico. Pare, infatti, che il ministro non fosse stato pienamente informato della decisione. Il giornalista Dario Olivero ricostruisce così su Repubblica la cronologia della vicenda: dall’annuncio russo alla conferma ufficiale della Biennale, fino all’intervista di Buttafuoco e alla successiva nota del ministero arrivata solo dopo molte ore di silenzio istituzionale. Il nodo della questione riguarda anche il ruolo della Biennale come spazio autonomo di diplomazia culturale. Da un lato la posizione del presidente Buttafuoco, che rivendica l’indipendenza della Fondazione e la vocazione universalista dell’arte, dall’altro quella del governo, che sottolinea il contesto geopolitico segnato dalla guerra in Ucraina.
Nel frattempo, arriva un’altra dichiarazione del ministro Giuli, questa volta in occasione di una visita alla Gazzetta di Mantova e al Museo del quotidiano. Formalmente dedicato alla valorizzazione del progetto museale, il discorso si apre però con un passaggio che richiama esplicitamente il contesto internazionale. “La diplomazia culturale può salvarci dalla guerra”, afferma il ministro, sottolineando come la cultura possa attenuare le tensioni tra popoli e governi e favorire il dialogo anche con Paesi ostili al cosiddetto “mondo libero”. Un’affermazione che, pur riferita al tema del museo e dell’informazione, può essere letta come un riferimento implicito alla discussione in corso sulla Biennale.
Arte, geopolitica e assenze alla Biennale Arte 2026
La polemica sulla partecipazione russa si inserisce peraltro in un contesto già carico di tensioni. Come osserva Santa Nastro in un’analisi pubblicata su Artribune, la Biennale di Venezia è storicamente uno dei luoghi in cui arte e politica si intrecciano più apertamente, diventando spesso lo specchio delle crisi internazionali. L’edizione 2026 si apre inoltre con un’altra assenza significativa: quella della curatrice Koyo Kouoh, scomparsa prima dell’apertura della mostra. Un vuoto che, secondo l’analisi, accentua la dimensione simbolica di una Biennale già segnata dalle tensioni geopolitiche contemporanee.
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