A Milano una mostra ha trasformato l’HangarBicocca in una casa tutta da scoprire
Le stanze, i mobili e le inaspettate pareti di Benni Bosetto cambiano la percezione dello spazio del Pirelli HangarBicocca, in una riflessione su femminilità, corpo e relazioni. Pescando anche dalla storia della letteratura
Si intitola Rebecca il progetto a cura di Fiammetta Griccioli con cui Benni Bosetto (Merate, 1987) ha rivestito lo shed dell’Hangar Bicocca. Rebecca la prima moglie è un romanzo di Daphne du Maurier (1938) ed è già una chiave per entrare in questa “casa totale”, dove scompare ogni riferimento edilizio del museo. Un enorme occhio che spunta da un ammasso di tessuto cangiante ci apre la porta, ci guida e controlla: titolo, La bocca (2022). Tutte le pareti sono avvolte da centinaia di strisce di carta da parati che vanno dal soffitto a terra, Le cellule (2026). Stravolgono l’idea di spazio espositivo, che assume piuttosto la fisicità di corpi che coabitano, in momenti diversi, a volte nella stessa stanza, a volte no. Il pavimento è quasi tutto coperto da moquette verde (giardino?), da tappetti (camere da pranzo, da letto?).

La pratica disegnativa di Benni Bosetto
È un sistema di arredo? No, è un passaggio segreto: solo quando ci si avvicina si scopre che le carte da parati sono tutte disegnate a mano da Bosetto. La superficie scricchiola: non stabilizzano l’intonaco, lo sostituiscono con una moltitudine di disegni, diversissimi, precisi, ma invisibili a distanza, e con oggetti/gioielli che da lontano sembrano disegni. È analogo a quello che succede con le carte da parati dove le figure sono riconoscibili prima di applicarle al muro, poi si amalgamano a mobili, finestre, attaccapanni. I disegni di Bosetto seguono il ritmo della sua intuizione e funzionano da griglia di “mattoni” per innalzare muri di carta. Appare un’architettura che disorienta, non composta di pareti, stanze, corridoi, balconi: lo diventano mentre ci camminiamo dentro. Non è un labirinto: i percorsi sono aperti, ma questa anomala sincronia tra il disegno che sostiene la parete e la sua reale, piccola dimensione, appare solo in base alla distanza. Come in un muro a secco, dove il cemento o la terra che incolla le pietre si notano solo da vicino.
Costruire forme e comportamenti attraverso l’arte
In un precedente articolo citavo Giorgio Parisi: “Quanto c’è di interessante nell’universo è la conseguenza di fenomeni emergenti, cioè la nascita di nuove forme. Il passaggio dall’indifferenziato al differenziato è un fenomeno emergente collegato alla presenza di innumerevoli agenti (atomi, molecole, minerali, piante, animali) che interagendo tra loro producono comportamenti collettivi” (Le simmetrie nascoste, Rizzoli 2026). Comportamenti che sono passati dai graffiti, dai disegni, dalla pittura rupestre all’alfabeto. Benni Bosetto costruisce mediante carte da parati. Le ha disegnate per un anno su tavoli delle stesse misure e per cogliere le forme che ha inventato dobbiamo muoverci come su un prato, una spiaggia, dove fiori, conchiglie sono visibili ma per raccoglierli dobbiamo abbassarci alla loro posizione. Succede con ogni opera d’arte, ma qui non ci sono intervalli, differenziare spetta a chi osserva.
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Uno spazio connotato al femminile al Pirelli HangarBicocca
È istintivo pensare al desiderio di connessione, senza intervalli, del tempo di oggi, ma anche alla pratica di passare dall’indifferenziato abituale al differenziato quotidiano prima che ci sfugga o che perda attrazione. E spesso un quadro, una foto, un oggetto di design funziona come punto di partenza. L’appartamento costruito dentro la navata dell’Hangar è composto di stanze, corridoi, soggiorni, balconi. Non sono separati e neppure collegati. Le tende di pizzo che avvolgono le pareti e quelle più o meno trasparenti che delimitano la planimetria sono simbolo dell’abitare femminile, inscindibile dall’artigianato del tessere e ricamare. Questo è subito intuibile, ma per rendercene conto è necessario attraversare lo spazio, a volte concretamente, a volte solo con gli occhi. È un’esperienza teatrale? No, è una metafora della presenza effettiva delle donne in tutti i campi del sapere, che analizza arte e artigianato in quanto simboli della loro plurisecolare assenza di autorialità.
La mostra di Benni Bosetto è un corpo vivo
Il continuo movimento tra sguardo generale e particolare non ha a che fare con un equilibrio condiviso, ma con la trasformazione da cui emerge la storia non solo dell’arte, o almeno è uno dei sentieri su cui incamminarsi. Provo a seguirlo. A destra c’è La guancia (2026), dove sdraio, tappeti alludono al riposo. Al centro La pancia (2026), dove alcune porte stese a terra, avvertono che aprire e chiudere non è meccanico, bisogna trovare il verso; poco lontano ci sono due colonne di tende di pizzo arrotolate, Gli occhi (2026), alla base delle quali spuntano due paia di scarpe femminili in terracotta: camminare nel mondo non è neutro. Girando sul lato sinistro della navata si entra nel Cuore (2023-26): la zona è aperta, la parete di fondo è confinante col muro esterno di Hangar ed è avvolta da tende di pizzo, di carta da parati, di carta traforata che lascia entrare la luce delle vetrate retrostanti davanti alle quali sono disposti tavoli e sedie come in un night. Qui, durante tutta la durata della mostra, insieme a ballerini professionisti si ballerà Il Tango (2023-2026). È ancora simbolo di seduzione/gelosia, di femminilità/virilità?
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Pratiche artistiche femminili ieri e oggi
Il ricamo nell’arte contemporanea è un linguaggio autonomo di donne e uomini, e non un’espressione artigianale anonima. Alla mostra internazionale del 2003 al Mart di Rovereto, che ho co-curato con Giorgio Verzotti, si vedeva che questo cambiamento – in atto dalle avanguardie cubo-futuriste, soprattutto russe – era diventato un elemento della manualità creatrice tanto quanto il disegno, la pittura, la scultura. Però, l’insistenza con cui Benni Bosetto allude alla pratica artigianale, dilatandola in tutto lo spazio dell’Hangar, indica che la differenza femminile non è oppositiva, ma un’interazione che modifica il comportamento. Detto questo, la sua Rebecca ci riporta a storia che va ancora riletta. Penso a Rosalba Carriera (Venezia, 1673-1757), al successo dei suoi ritratti tramite l’introduzione dei pastelli nella pittura su tela, ritratti che tuttavia lasciavano perplessi perché non si basavano sul tradizionale fascino della bellezza femminile, indispensabile requisito per accettare una donna come artista. Tant’è che ancora nel 1972 il grande storico dell’arte Rudolf Wittkover li definisce “interessanti come un episodio nella storia del gusto, piuttosto che per le loro qualità“.
“Rebecca” siamo noi
Benni Bosetto propone di integrare la storia familiare che traspare da pizzi e merletti di nonne e zie a quelli virtuali, e al contempo di rientrare nella Stanza tutta per sé di Virginia Woolf che dal 1929 ha rinnovato la forma letteraria in cui convivono la Rebecca di du Maurier e di Bonetto e i ritratti di Rosalba Carriera. Beuys diceva “l’arte siamo noi“: oggi gli agenti dei nostri ritratti siamo noi, la scommessa sta in un pastello col quale allontanarci dai colori usuali.
Francesca Pasini
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