In una mostra a Ravenna la fotografia diventa scultura (per esplorare lo spazio oltre la superficie)
Non solo fotografia ma anche fotosculture. Creando un campo di tensioni tra immagini e oggetti, fotografie e spazio, colore e monocromia, Nataly Maier alla Fondazione Sabe è protagonista di una mostra di ricerca che non vuole essere punto di arrivo ma un’occasione di crescita
Il titolo della mostra Immagini nello spazio chiarisce fin dall’inizio il campo di tensione entro cui si colloca la ricerca di Nataly Maier (Monaco di Baviera, 1957) un territorio instabile in cui la fotografia è chiamata a confrontarsi con lo spazio fisico, con il volume, con la possibilità – e il limite – di oltrepassare la propria natura bidimensionale. Non si tratta di un’indicazione metaforica, ma di una vera e propria dichiarazione di metodo, pienamente coerente con il progetto curatoriale di Cristina Casero. La mostra non si limita infatti a presentare una selezione di opere, ma costruisce un percorso capace di rendere visibile e attraversabile un nodo teorico che attraversa in modo costante l’intera pratica dell’artista.

La mostra di Nataly Maier alla Fondazione Sabe di Ravenna
Negli spazi della Fondazione Sabe per l’arte, il progetto espositivo assume la forma di un dispositivo attentamente calibrato, in cui l’allestimento diventa parte integrante del discorso critico. Le opere dialogano tra loro e con l’architettura, attivando una sequenza di soglie percettive che accompagna il visitatore in una riflessione progressiva sul rapporto tra immagine e realtà. La Fondazione si conferma così come un luogo capace di accogliere ricerche che interrogano il linguaggio visivo in modo problematico e non illustrativo, valorizzando quindi anche la dimensione concettuale del lavoro.
Il nucleo centrale della mostra è costituito dalle opere in cui Maier sperimenta la fotoscultura: lavori in cui la fotografia smette di essere esclusivamente superficie per farsi presenza nello spazio. Opere come Albero girevole, Agrumi, arancio, limone o Mare in scatola mettono in crisi l’idea tradizionale di fotografia come finestra sul reale. L’immagine fotografica, trasferita su supporti tridimensionali, tenta un avvicinamento al proprio soggetto, ma ne mette in evidenza al tempo stesso la distanza incolmabile, rivelando il carattere costruito e mediato di ogni immagine.
La ricerca come momento di crescita nella pratica di Nataly Maier a Ravenna
In questo senso, Immagini nello spazio si configura come una mostra di ricerca, intesa non come dispositivo di conferma ma come luogo di problematizzazione. Il progetto rende esplicito un dilemma che attraversa la storia della fotografia almeno a partire dal Secondo Novecento: come restituire la complessità del reale senza ridurlo a pura superficie? È possibile pensare la fotografia come un oggetto dotato di una propria fisicità senza tradirne la specificità linguistica? Maier non propone soluzioni risolutive; al contrario, mantiene aperto questo nodo attraverso scelte formali di carattere esplorativo, dando forma a una ricerca che procede per verifiche e slittamenti, senza cristallizzarsi in un impianto teorico chiuso.
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Alla Fondazione Sabe le fotosculture e le altre opere della Maier
Accanto alle fotosculture, i dittici che accostano fotografie in bianco e nero a superfici pittoriche monocrome a colori introducono un ulteriore livello di riflessione. Il confronto non è soltanto tra figurazione e aniconicità, ma tra due regimi visivi differenti: da un lato la fotografia, apparentemente più prossima a un’idea di oggettività; dall’altro la superficie dipinta, cromatica e dichiaratamente artificiale. Il colore non interviene come complemento, ma come elemento di scarto, capace di mettere in crisi la pretesa di trasparenza dell’immagine fotografica.
Nataly Maier in dialogo con la ricerca della Fondazione Sabe di Ravenna
In questo quadro, la ricerca di Maier si colloca in continuità con il percorso portato avanti dalla Fondazione Sabe per l’arte, che negli ultimi anni ha dedicato attenzione a pratiche capaci di interrogare in modo critico i linguaggi e i dispositivi della visione, evitando letture riduttive o categoriali. Il percorso consente inoltre di leggere la ricerca di Maier nella sua continuità storica. Attiva dalla fine degli Anni Ottanta, l’artista ha attraversato fotografia, pittura e disegno mantenendo costante l’attenzione al problema della relazione tra immagine e realtà. Non è un caso che una tappa decisiva del suo percorso sia stata la mostra del 1992 alla Galleria L’Attico di Roma, diretta da Fabio Sargentini. La mostra alla Fondazione Sabe rappresenta la seconda occasione in cui questi lavori vengono esposti nella loro interezza, assumendo un valore non solo espositivo ma anche storico-critico.
Immagini nello spazio si configura così come una mostra che costruisce un campo di tensioni: tra immagine e oggetto, tra superficie e volume, tra fotografia e spazio, tra colore e bianco e nero. In questo equilibrio instabile risiede la forza del progetto, che invita il visitatore a confrontarsi con una fotografia che non intende rassicurare, ma interrogare continuamente il proprio statuto.
Valentina Rossi
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