Zero italiani in Biennale? Se l’Italia non c’è nelle grandi mostre, la colpa è solo dell’Italia
Nessun complotto contro di noi, nessuna disattenzione dal mondo, nessun tentativo di farci fuori. Perché l'Italia si è fatta fuori da sola a seguito di decenni di scelte sbagliate e incredibili. Nell'arte e non solo nell'arte
Si potrebbe discutere a lungo su quanto la presenza o l’assenza di artisti invitati alla Biennale di Venezia sia un efficace metro di valutazione sullo stato di salute di un sistema dell’arte nazionale, ma al di là di tutto è un fatto che per la prima volta non vi sia traccia di artisti italiani alla prossima Biennale di Venezia. Di più: neppure nelle grandi mostre collaterali, quelle organizzate dalle mega istituzioni e fondazioni veneziane, sembra esserci alcuna presenza di artisti nati, formati e cresciuti in Italia. Qualche comparsa c’è qua e là (e ovviamente c’è il Padiglione Italiano con Cecilia Canziani e Chiara Camoni), ma sono davvero gocce nel mare. C’è chi dà le colpe ai curatori, poco attenti alla nostra scena; c’è chi sottolinea che i nostri artisti non abbiano in termini di ricerca nulla da invidiare a quelli degli altri paesi; c’è chi considera la cosa scarsamente rilevante e poco indicativa e chi giustamente fa notare che ormai sono anni che la presenza italiana è ridotta ai minimi e il risultato del 2026 non è che l’esito di una tendenza che perdura da molto. Hanno tutti parzialmente ragione, ma forse manca un angolo che è quello della consapevolezza e dell’autocritica di un paese. Che poi è l’unica base solida di partenza per un riscatto, semmai si voglia puntare al riscatto e non si preferisca invece la condizione di vittime marginali particolarmente comoda per poter porre in essere una specialità nazionale: la lagna.
L’arte contemporanea è molto competitiva. L’Italia non lo è (non vuole esserlo)
A ben guardare, chi si lamenta dell’assenza dell’Italia alla Biennale fa pensare al tifoso medio che si lamenta della non partecipazione – ormai strutturale – della nazionale azzurra ai Mondiali di Calcio. Ma come sarebbe a dire, siamo una superpotenza culturale e non abbiamo neppure mezzo artista invitato nella mostra d’arte contemporanea più importante del mondo? Già, ma anche se fosse, essere una superpotenza culturale non significa essere competitivi in ogni singolo ambito dell’arte e della cultura. Magari sei forte sull’arte antica, su taluni musei tradizionali, però poi spendi più denaro per comprare un singolo quadro di Antonello da Messina che per sostenere tutto il movimento contemporaneo.
L’Italia dell’arte contemporanea è come la nazionale azzurra di pallone
È proprio come lo sport. Siamo sempre più forti nel tennis o nella pallavolo, maciniamo record di medaglie alle Olimpiadi invernali però nel calcio – dove lo scenario è più competitivo poiché ha a che fare con la finanza e le grandi infrastrutture – non ce la facciamo: sono poco rilevanti le grandi squadre di club così come la squadra nazionale. Perché? Perché hai delle tifoserie inquietanti e sovente criminali, delle norme antiquate che non permettono la realizzazione di stadi di nuova generazione, perché la mentalità aggressiva che aleggia attorno al calcio è deteriore e contamina tutto il movimento giovanile e dunque la formazione dei potenziali futuri campioni… Sembrano due mondi agli antipodi e invece la dinamica è la medesima: calcio professionistico e arte contemporanea. C’è un tema di economie, infrastrutture, credibilità, investimenti. Che ci fanno affermare che se l’Italia non riesce a farsi spazio sugli stage globali l’unica colpa è dell’Italia e delle sue scelte autolesioniste da sessant’anni su vari fronti. La risultanza è un paese fragile e marginale, spesso patetico, folkloristico, ideologizzato e clamorosamente provinciale. Ma nessuna critica così rude ha senso se non è affiancata da una pars costruens, e allora vediamo punto per punto quali potrebbero essere le aree da affrontare e da risolvere per ribaltare (ormai nelle prossime generazioni) la situazione.
CITTADINANZA
È un tema squisitamente politico questo. Forse il più politico tra quelli qui elencati. Un paese che si spopola, che diventa vecchio, che non fa figli dovrebbe fare le corse ad accogliere nuovi cittadini da fuori. E invece siamo paradossalmente il paese che mette più paletti, più burocrazie, più anni di attesa. Pensate che i 19 artisti statunitensi sui 111 selezionati per la prossima Biennale d’Arte del 2026 siano tutti di sangue statunitense?
ATTRATTIVITÀ
L’Italia – con qualche sparutissima eccezione per l’area di Milano – non è attrattiva per la creative class internazionale. E questo attiene a come sono organizzate le nostre città, alla gestione dello spazio pubblico, all’accoglienza e alla parità verso potenziali nuovi cittadini omosessuali, a come sono trattate le donne, all’apertura verso nuovi migranti come abbiamo detto nel capitolo sulla cittadinanza. Su tutto questo siamo, semplicemente, un paese insensatamente chiuso, arroccato, in difesa. Crollano da anni i reati, ma siamo impauriti per una presunta scarsa sicurezza e usiamo questa paura ingiustificata per chiuderci ancora di più e guardare in cagnesco i cittadini del mondo invece di accoglierli compensando la nostra tendenza all’estinzione. Perché un artista (magari un giovanissimo creativo che poi potrà diventare un grande artista) dovrebbe farsi venire la voglia di venire a vivere da noi, contaminare positivamente la nostra classe creativa, magari rimanere e diventare un nuovo italiano? Succede infatti il contrario e con numeri allarmanti: i giovani se ne vanno in numero enormemente maggiore rispetto a quelli che arrivano.
FORMAZIONE
Inutile dilungarsi troppo sulle differenze che passano tra il nostro sistema delle Accademie di Belle Arti e quello di altri paesi occidentali o asiatici. Qualche minimo sforzo di rinnovamento si intravede, ma forse passeremo dal 1880 al 1930 restando comunque un secolo indietro rispetto ad altri paesi che hanno investito massicciamente sulle discipline che da noi si chiamano Afam. Non dimentichiamo poi che di arte contemporanea praticamente non si fa accenno nelle scuole dell’obbligo o nei licei: parliamo di argomenti che sono stati resi volutamente estranei a praticamente tutta la popolazione.
CREDIBILITÀ
Qui abbiamo fatto di tutto per renderci marginali da soli: inutile prendersela complottisticamente con gli altri che congiurano per averci fuori dai giochi. Fuori dai giochi ci siamo messi da soli con scelte poco autorevoli e irrispettose del buon senso. Infischiandocene di fare figuracce col mondo. Specie in un contesto che non te la perdona come quello del contemporaneo. E questo riguarda nello specifico la Biennale (qualcuno si ricorda il Padiglione Italia di Vittorio Sgarbi?) fino alla scelta in passato di certe figure come Ministri della Cultura.
ECONOMIA
L’Italia è un paese in declino autoindotto. Pur di non riformarsi, di non liberare il proprio potenziale di crescita e non infastidire corporazioni e lobby, l’Italia ha deciso il proprio suicidio rinunciando alla crescita economica. Si continua a pensare che le scelte ideologiche e clientelari, sebbene dannose per l’economia e lo sviluppo, siano da preferire rispetto alle scelte di buon senso. Nello specifico del settore dell’arte alcuni miglioramenti recenti sono stati fatti (la discesa dell’Iva), ma il tutto si svolge in uno scenario economico asfittico e miserabile. E nella storia le economie in crisi non hanno mai potuto più di tanto mettere bocca nelle cose dell’arte. L’Italia era artisticamente forte quando le sue città (Firenze, Ferrara, Siena, Bologna, Milano, Roma, Napoli, Genova, Venezia) erano le più smaglianti e sfrontate a livello economico del mondo: ora sono tutte il ritratto di un declino che, cosa ancor più grave, sembra ormai accettato diffusamente come fosse ineluttabile. Hai un’economia bloccata da trent’anni e poi vuoi pure piazzare i tuoi artisti nei grandi palcoscenici internazionali? Difficile…
SISTEMA
C’è poi un problema di sistema dell’arte, con tanti degli attori particolarmente deficitari. Della formazione abbiamo già detto, ma vale lo stesso per le fondazioni private e per i musei pubblici. Ci sono eccezioni felici, ma con le eccezioni non si fa sistema e le eccezioni non creano una infrastruttura che poi contribuisce alla credibilità di un sistema. Nello specifico dell’arte contemporanea, gli investimenti sulla rete museale che si occupa di questo tema sono distantissimi da quelli di altri paesi dell’Occidente e dell’Asia. Con la scusa che noi abbiamo l’arte antica, l’archeologia, il Colosseo e il Cenacolo Vinciano, ci siamo convinti che si poteva investire meno sull’arte presente. Ma questo non è senza conseguenze.
COMUNICAZIONE
Il tema della comunicazione non riguarda soltanto il racconto che il sistema riesce a fare di se stesso (molto deficitario), ma riguarda anche la capacità di accogliere professionisti per far loro scoprire la ricerca nostrana. Esistono programmi pubblici di ospitalità di curatori internazionali in Italia? Ci prova qualche privato, ma il pubblico no. E poi ci lamentiamo che i curatori internazionali non conoscano i nostri artisti? Ultimamente ci sono quanto meno dei programmi inversi: non di attrazione di stranieri in Italia, ma di promozione degli italiani all’estero. Abbiamo esultato perché questo programma pubblico (che si chiama Italian Council) è stato dotato per il 2026 di 2,7 milioni. Avete capito per cosa esultiamo? Per il fatto che il Governo di uno dei paesi del G8 investe su questa partita 2,7 milioni, il costo di un bell’appartamento in centro a Milano… La storia degli zero artisti italiani in Biennale è davvero poco significativa (hanno zero artisti anche l’Olanda, la Polonia, la Spagna che investe come una matta sulla cultura ultimamente e perfino la superpotenza cinese), ma può diventarlo se finalmente la prendiamo come un allarme, come una sveglia per destarci da questo intorpidimento che sta portando uno dei paesi potenzialmente più fighi del mondo a una condizione miserevole e sventurata. Avere zero artisti in Biennale non è che un piccolo ulteriore indizio di una china che si può invertire. Se si vuole.
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