Alla Tenuta dello Scompiglio, il collettivo Open Group riflette sulla morte e sui media di massa

L’opinione pubblica influenza il senso critico? Il collettivo Open Group prova a rispondere partendo dalla guerra in Ucraina, adoperando la schiettezza delle forme minimal come metafora dell’indifferenza sociale nell’epoca dell’on-life

Nel febbraio 2014, ben 12 anni fa, l’annessione coatta della Crimea dava inizio a un conflitto russo-ucraino. Da allora, l’escalation critica dei rapporti internazionali tra i due Stati – e più in generale, tra la Russia e l’Unione europea – raggiunge la risoluzione da parte del Cremlino dell’occupazione militare del suolo ucraino, con una campagna di guerra tutt’ora in atto. Tra i segni più incisivi di questo momento storico, denso di eventi di alto impatto globale, vi è sicuramente lo stravolgimento mediatico dell’Europa come baluardo di conciliazione pacifica tra popolazioni di chiara eterogeneità culturale: dal Nobel per la Pace del 2012, il Vecchio Continente ha mostrato più volte il fianco su scelte politiche condivise, soprattutto (ebbene sì, soprattutto) sul piano culturale. L’arte contemporanea, in particolare, sta registrando un cambiamento identitario anche per una trasposizione lenta e inesorabile della percezione spazio-temporale tra un media e l’altro, non solo a livello strumentale, bensì a livello autoriale, in quanto gli artisti avvertono sulla propria pelle la crisi di luoghi e identità nella società costituita. 

Open Group, Years, installation view, Tenuta dello Scompiglio. Photo Leonardo Morfini
Open Group, Years, installation view, Tenuta dello Scompiglio. Photo Leonardo Morfini

La mostra ”Years” di Open Group alla Tenuta dello Scompiglio in Toscana 

L’azione di Open Group, collettivo artistico composto da Yuriy Biley, Pavlo Kovach e Anton Varga, è intenzionalmente una “situazione aperta”, perché figlia di una collaborazione che non può perseguire una ricerca stilistica, ma tende ad adattarsi ai tempi e agli spazi correnti, usando come espediente estetico, l’unico strumento capace di sostenere una trasposizione semiotica di tale portata: l’Archivio. Sia le azioni partecipate, sia le proposte curatoriali, sia la documentazione fenomenologica, tutto il lavoro del collettivo riguarda una registrazione di memorie e tracce, riproposte nel dispositivo scenico di una mostra o un progetto. Non da meno, l’installazione Years ideata per gli spazi della Tenuta dello Scompiglio di Vorno (Capannori, Lucca) e curata da Angel Moya Garcia, riprende attraverso una serie di schermi disseminati nell’ambiente espositivo, dei momenti memoriali riqualificati a segni espressivi. La mostra appare come una sequenza numerica progressiva, con i monitor che proiettano date incise su pietra dal 2014 al 2025: altro non sono che riprese simultanee dell’anno di morte affisso sulle lapidi di ciascuno dei dodici volontari ucraini periti in battaglia. Lo straniamento temporale e spaziale avvertito all’impatto visivo si moltiplica alla realizzazione di cosa rappresentano le riprese video, in virtù di questa sincronicità con i luoghi sepolcrali, tanto prossimi da dilatare esponenzialmente il messaggio.  

Open Group, Years, installation view, Tenuta dello Scompiglio. Photo Leonardo Morfini
Open Group, Years, installation view, Tenuta dello Scompiglio. Photo Leonardo Morfini

Le ombre dell’installazione di Open Group 

Viene, tuttavia, da chiedersi se la disorganicità fruitiva, ovvero la distanza tra la percezione e l’informazione, sia efficace per l’opera. Anzitutto, va considerato il rapporto site-specific dell’installazione: è indubbio che il tema della morte, già declinato in passato (Della morte e del morire, 2019) sia legante con l’ambiente circostante, immerso nella natura lussureggiante e “matrigna”, da non poter che riflettere sulla natura umana e la sua ineluttabile temporalità. Quella riproposta da Years è la morte personale di singoli individui avvinti da ideali comuni e dalla reciproca conoscenza, ma è altresì una morte sociale dovuta alla nostra indifferenza nel provare empatia per la questione mediatica. Ciò comporta la schematizzazione degli eventi, ridurre tutto a cifra e monumentalizzare l’Archivio come forma ultima dell’arte contemporanea. 

Open Group sulla mediatizzazione della morte 

Il minimalismo della mostra, greve come un countdown anziché una progressione temporale, con questo accento malinconico da ultimo dell’anno, restituisce la sprezzatura di un messaggio reiterato e carente di significato, perché prodotto senza finalità sociale, ma per autoconsumo dello stesso. È dunque il medium che fa l’opera o l’artista? Bisogna cautelarmente lasciare la questione ancora in sospeso, senza togliere al collettivo Open Group il merito di rilanciare tali argomenti, sui massmedia e sulla morte. Citando Andy Wharol a tal proposito: “I don’t believe in it [death], because you’re not around to know that it’s happened”
 
Luca Sposato 

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