Quando l’opera non è una merce: conversazione con l’artista spagnolo Aryz 

Tra muralismo, pittura e museo, l’artista Aryz mette in discussione la mercificazione dell’arte e rivendica il valore del processo e dell’errore

Nel panorama artistico contemporaneo, sempre più segnato da dinamiche di branding e mercificazione, la voce di Aryz (Palo Alto, 1988), nome d’arte di Octavi Serra Arrizabalaga, si distingue per una postura critica e controcorrente. Il suo lavoro è sospeso tra spazio pubblico e istituzione museale, ma rivendica soprattutto la centralità del processo, dell’errore e del tempo, opponendosi a una concezione dell’artista come mero produttore di oggetti commerciali. Attraverso una pratica che rifiuta compartimenti stagni e gerarchie rigide tra linguaggi, Aryz costruisce un dialogo diretto con il pubblico, concependo l’opera come luogo di relazione piuttosto che come prodotto. In questa conversazione, l’artista riflette interrogando il ruolo dell’arte in una società che premia l’efficienza e l’immediata riconoscibilità, ma che fatica a lasciare spazio alla complessità e alla sperimentazione 

Aryz. Photo Carla Step
Aryz. Photo Carla Step

Intervista all’artista spagnolo Aryz 

Nel tuo lavoro attraversi contesti molto diversi, dallo spazio urbano al museo. In che modo il luogo influisce sulla tensione creativa e sul linguaggio dell’opera? 
Ho sempre dato molta importanza al dialogo con il mezzo e alla comprensione della tecnica nella sua natura. Non si tratta di dominarla, ma di ascoltare ciò che il processo suggerisce e lasciare che sia questo a guidare il risultato. Nel lavoro murale cerco una leggibilità a distanza, mantenendo forme semplici e una composizione capace di integrarsi con l’ambiente. All’inizio utilizzavo una tavolozza più sobria per dialogare con l’architettura; col tempo ho deciso di portare nello spazio pubblico gli stessi colori del lavoro in studio, per evitare di vivere due pratiche separate. 
Nella pittura a olio sfrutto invece il tempo di asciugatura lento, che permette di costruire volume, profondità cromatica e stratificazioni. Ogni tecnica — dalla litografia alla serigrafia — propone un linguaggio specifico, e il mio interesse è comprenderlo fino in fondo per lavorare all’altezza del suo potenziale. 

Le tue opere sembrano trattenere una presenza, un frammento di tempo. Cosa cerchi davvero quando dipingi? 
Mi interessa che un’opera mantenga una qualità contemporanea senza essere condizionata dalle tendenze. Quando un lavoro non è immediatamente “alla moda”, ma dialoga con altri momenti della storia dell’arte, acquisisce una dimensione più duratura. 
Quella distanza genera una qualità quasi senza tempo, che lo spettatore può percepire anche senza comprenderla razionalmente. È come se alcuni elementi fossero già presenti nel subconscio e permettessero una connessione immediata con l’opera. 

Aryz, Preludio, Las gracias, dettaglio, 2025
Aryz, Preludio, Las gracias, dettaglio, 2025

Pare sempre più difficile rimanere al di fuori di un sistema che assorbe e normalizza tutto, persino la ribellione. Ha ancora senso parlare di indipendenza artistica, o il sistema finisce per assorbire tutto? 
Per affermarsi come artista è spesso necessario entrare in determinate reti, ma i social media hanno cambiato profondamente questo panorama. Oggi è possibile parlare direttamente a chi è interessato al proprio lavoro, senza intermediari tradizionali. Nel mio caso, questo mi ha permesso di mantenere un certo grado di indipendenza, anche economica, producendo stampe e sostenendomi al di fuori dei canali istituzionali. Allo stesso tempo, questa autonomia può mettere a disagio i sistemi convenzionali, perché introduce una forma di potere nuova. 
Trovo comunque interessante collaborare con realtà capaci di ampliare la portata del mio lavoro oltre ciò che una piattaforma personale può raggiungere. È un equilibrio che non ho ancora del tutto risolto. 

Come gestisci la tensione tra libertà artistica, visibilità e necessità economiche, in contesto in cui molti barattare la loro urgenza creativa con la visibilità o l’approvazione del mercato? 
L’equilibrio è la parte più difficile dell’essere un artista. Quando una formula inizia a funzionare, sia economicamente sia in termini di visibilità, è facile smettere di rischiare e ripeterla. Molti artisti avrebbero il talento necessario per continuare a esplorare, ma il bisogno di stabilità finisce spesso per rallentare la ricerca. Inoltre, sperimentare viene talvolta punito: le persone preferiscono poterti identificare facilmente, sapere cosa aspettarsi. 
Nel mio caso cerco di mantenere una linea di lavoro che garantisca una certa continuità, continuando però a sperimentare in altre direzioni. Quando un nuovo percorso trova il suo spazio, allora è possibile lasciar andare quello precedente. 

Ad oggi, cosa significa per un artista assumersi la responsabilità di ciò che crea? 
L’artista, per sua natura, tende a non adattarsi completamente al contesto in cui vive. Tuttavia, con i social media, il desiderio di approvazione è diventato più forte, e questo può influenzare le scelte creative. Anche nel mio caso, alcune opere che consideravo importanti non hanno ricevuto una risposta positiva, portandomi a dubitare o a riorientare il lavoro. Sto ancora imparando a difendere ciò in cui credo, anche quando non incontra un consenso immediato. 

Aryz, EL festejo Bologna, Italy, 2022
Aryz, EL festejo Bologna, Italy, 2022

Che valore attribuisci all’errore e il fallimento nel processo creativo? 
Per me sbagliare è fondamentale, ma oggi il tempo per farlo è diventato un lusso. Quando arrivano scadenze e aspettative, ci si affida più facilmente a ciò che già funziona. All’interno di questi processi cerco comunque un piccolo margine per l’errore, e continuo a sperimentare tecniche diverse. Ogni tecnica insegna qualcosa, anche solo un nuovo modo di fallire, e da quei fallimenti nasce spesso qualcosa che può essere portato nel lavoro. 

L’arte pubblica e il muralismo sono nati come atti politici, profondamente legati agli spazi e alle persone che li circondano. Sembra però di assistere, da parte di queste opere, a una perdita del loro significato originario. Come interpreti questa trasformazione e il tema dell’autenticità nello spazio pubblico? 
Quando ho iniziato, il muralismo era un territorio poco strutturato, privo dei formati istituzionali che oggi conosciamo. Questo garantiva una libertà che, con il tempo, si è in parte persa. 
Oggi ai giovani artisti viene spesso richiesto di presentare progetti dettagliati, rendering e simulazioni prima ancora di dipingere. Questa eccessiva pianificazione rischia di togliere energia a una pratica che dovrebbe conservare una componente improvvisata. Capisco le responsabilità legate allo spazio pubblico, ma spesso organizzatori e istituzioni intervengono troppo sul contenuto dell’opera, riducendone la forza critica

Sulla base della tua esperienza personale, in che modo il contesto espositivo, parlando di museo, galleria o spazio pubblico, cambia il rapporto tra opera e pubblico? 
Nel museo l’opera diventa oggetto di contemplazione e riflessione, ed è, per me, il destino migliore per un dipinto. Nelle gallerie, invece, il lavoro è inevitabilmente condizionato dal mercato: una volta venduto, smette di dialogare con le persone. Lo spazio pubblico rimane fondamentale perché è un luogo di passaggio, dove l’opera si confronta direttamente con la società. In futuro mi piacerebbe concentrarmi maggiormente su musei e interventi pubblici, lasciando le gallerie in secondo piano. 

Diana Cava 

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