Arte Fiera 2026 top e flop: il meglio e il peggio dell’art week
Tra buone intuizioni, qualche inciampo organizzativo e una città che cambia volto, ecco cosa ha funzionato e cosa no secondo noi
La 49esima edizione di Arte Fiera a Bologna si è chiusa lasciando l’impressione di una manifestazione che, pur attraversando una fase di transizione strutturale, è riuscita a tenere il passo. In un contesto complesso per il mercato e per le gallerie, la rassegna, infatti, conferma la propria centralità nel sistema dell’arte italiana, tra Novecento storico e pratiche contemporanee. Tra buone intuizioni, qualche inciampo organizzativo e una città che cambia volto, ecco cosa ha funzionato e cosa no.
TOP
Arte Fiera tiene e convince più del previsto

In un momento storico in cui il format della fiera d’arte è messo decisamente in discussione, Arte Fiera sotto la prima direzione di Davide Ferri supera la prova senza strappi. Il percorso è leggibile, i ritmi sono calibrati, la qualità media è assai solida. Le 174 gallerie nei padiglioni 25 e 26 disegnati da Benevolo restituiscono così un’immagine credibile, rafforzata da interventi artistici diffusi e da cinque sezioni curate che tengono insieme mercato e ricerca. E anche l’editoria ora non è più rilegata. Magazine e case editrici collocate nell’area ovale d’ingresso rendono questo segmento più ordinato, arioso e soprattutto parte integrante dell’esperienza fieristica. Una scelta semplice ma importante.
Bologna che cambia (disagi, ma a buon fine)

Cantieri ovunque, disagi inclusi, ma la trasformazione è evidente. L’idea di raggiungere la fiera in tram già dal prossimo anno è una promessa di come la città stia ripensando il proprio rapporto con i grandi eventi culturali.
Le mostre di John Giorno e Flavio de Marco tra il MAMbo e Villa delle Rose

Tra le proposte istituzionali, spicca senza esitazioni la retrospettiva di John Giorno al MAMbo, curata da Lorenzo Balbi: un progetto ambizioso, storico e al tempo stesso attuale, capace di rileggere l’intreccio tra poesia, performance, attivismo e spiritualità. Convince anche Screen Life di Flavio de Marco a Villa delle Rose, un attraversamento lucido e pittorico del passaggio dall’analogico al digitale. Due mostre diverse, ma entrambe necessarie e ben curate.
Università nel circuito: buona idea ma da ripensare

Coinvolgere gli spazi universitari nel programma di ART CITY è, sulla carta, una scelta virtuosa. Molto bello vedere le opere insieme a professori, ricercatori e studenti. Nella pratica, però, tra distanze, orari e scarsa fruibilità, il rischio è che restino invisibili. Dunque il potenziale c’è, ma va reso accessibile.
FLOP
I servizi della fiera

Nel 2026 lavorare in una fiera con una connessione instabile è un problema serio. Giornalisti e operatori hanno faticato a operare in tempo reale, spesso costretti a usare hotspot personali. Anche la ristorazione non brilla per qualità e organizzazione: un’evidenza che pone le fiere italiane sempre uno e forse anche più gradini sotto la media internazionale. Ormai da nessuna parte del mondo si mangia cosi male
La mostra a Palazzo Bentivoglio di Michael E. Smith

La mostra di Michael E. Smith disorienta più che interrogare. L’intervento radicale sugli spazi e il “mutismo” delle opere rendono la mostra poco accogliente per un pubblico non specialistico. Che si è sentito respinto. I mediatori fanno il possibile, ma la mostra risulta di difficile comprensione per un pubblico di non addetti. In compenso, giusto dietro l’angolo, sempre organizzato da Palazzo Bentivoglio, c’è un intervento straordinario di Alberto Garutti.
Tutto è ART CITY (forse troppo)

L’eccesso di proposte marchiate ART CITY finisce per saturare l’esperienza. Troppe alternative, spesso sovrapposte, rischiano di appiattire la percezione e di rendere indistinguibile ciò che davvero meriterebbe attenzione. Sembra il Fuorisalone in alcuni casi. E non è un complimento.
Le mostre in città: belle sedi, contenuti deboli

Al netto delle proposte più sperimentali e del caso Giorno al MAMbo, molte mostre cittadine si fermano alla suggestione dello spazio. Nomi importanti, certo, ma progetti espositivi poco convincenti e tirati per i capelli. Molti musei hanno organizzato delle mostre giusto per dire che lo facevano, giustapponendo opere contemporanee a collezioni storiche in modo forzato.
Capitolo taxi: il grande classico

Trovare un taxi durante Arte Fiera resta un’impresa. In una città turistica e fieristica come Bologna, è un problema che suona sempre più anacronistico, assurdo e autolesionista.
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